Stefano Ceccanti. E' possibile la vocazione maggioritaria contro il Magistero sociale e contro il movimento reale che sta dietro le Settimane sociali?

di Stefano Ceccanti Ringrazio Massimo D'Antoni per l'attenzione nel suo intervento su www.leftwing.it. Non replico ulteriormente sulle questioni strettamente politico-giuridico-economiche, ma invito a leggere l'ultimo testo di Giorgio Armillei "Ruini e la democrazia" pubblicato sul sito www.landino.it. Intervengo solo a proposito dell'equivoco parziale sulla questione del Magistero Sociale. Ovviamente il Magistero sociale della Chiesa non è coperto da infallibilità e quindi è del tutto legittimo avere delle riserve motivate su vari dei suoi aspetti ed è anche vero che copre una certa gamma di opzioni possibili. Infine, soprattutto, a me non interessa utilizzarlo come argomento d'autorità per chiudere il dibattito. Oltre tutto non spetterebbe a me farlo... E' però un argomento niente affatto irrilevante dal punto di vista culturale e, soprattutto, politico perché se si parla di una ricerca di nuove soluzioni politico-economiche che coinvolga il vissuto reale della Chiesa cattolica è un conto; se invece si pensa di suscitare energie, anche cattoliche, contro il Magistero della Chiesa, ovviamente è un altro conto. Siccome il Pd con la sua vocazione (o aspirazione che dir si voglia) si propone di aggregare una maggioranza sociale, compresi i cattolici, è evidente che le due prospettive hanno una ricaduta del tutto diversa sulla praticabilità di tale progetto. Io pertanto pongo un problema politico, non ecclesial-dogmatico.   Qui c'è la valutazione diversa (che è rilevante) non solo tra me e d'Antoni, ma tra D'Antoni e Bockenforde. Quest'ultimo, citato come argomento d'autorità da Fassina, e che nel merito la pensa in sostanza come D'Antoni, ammette però francamente, a differenza di D'Antoni, di andare in rotta di collisione col Magistero, almeno quello che si è spinto su una critica piuttosto forte dello statalismo sin dai primi anni '80. A prescindere dalle singole argomentazioni adottate, l'utilizzo di un termine (poliarchia) o di un altro (sussidiarietà), di singolari (bene comune o ordine pubblico) o di plurali (beni comuni), è difficile negare che ci sia una linea ben precisa e una delimitazione della gamma di opzioni di cultura politica. L'Istruzione "Libertatis Conscientia" del 1986 precorre i tempi, in particolare coi paragrafi da 72 a 76 e le loro puntuali distinzioni, ma è soprattutto la "Centesimus Annus" a valorizzare la "giusta funzione del profitto (35) a distinguere la sfera dell'agire economico non intesa come antisociale (36), su cui la politica interviene, secondo la puntuale scansione del paragrafo 48, anzitutto come garanzia contro la "mancanza di sicurezza",   quindi regolatrice ("creando condizioni") infine nella gestione ma in quei casi di norma con "funzioni di supplenza". Il paragrafo 48 è mirato alla critica non del socialismo reale ormai archiviato, ma delle ricette socialdemocratiche tradizionali che fraintendono il ruolo della politica che non ha il monopolio del bene comune. Essa è infatti chiamata "a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune". Altrimenti si ha "la perdita di energie umane e l'aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese". Tra qualche settimana è preannunciata la pubblicazione del documento conclusivo della Settimana Sociale di Reggio Calabria che, nel contesto italiano, come movimento reale molecolare, ha sviluppato con chiarezza questa linea di pensiero. La domanda, politica, non dogmatica, è: il Pd si inserisce in esso per produrre nuove sintesi o vuole produrle contrastando quei contenuti e quei soggetti reali del dibattito ecclesiale e culturale in nome dello Stato gestore diretto, rivolgendosi a fasce minoritarie di dissenso? Riprenderemo il discorso allora con maggiori riferimenti testuali e concreti, ma il dilemma politico è questo. Postilla: rileggendo lo stralcio dell'omelia del cardinal Silvestrini su Nino Andreatta, contenuto nel post di Giorgio Armillei, mi sono ricordato di una serata all'Arel, in cui Giorgio Tonini ed io, a inizio 1987, dopo il Congresso della Fuci di Verona, fummo convocati da Andreatta e Roberto Ruffilli, che avevamo conosciuto alla Lega Democratica. Con irruenza Andreatta commentò il titolo che avevamo dato a una tavola rotonda "L'Europa necessaria, il riformismo possibile", che alludeva all'incrocio tra due problemi, come fosse possibile immaginare un ulteriore salto al processo di integrazione, ma anche una ripresa dello schieramento democratico in senso lato, visto che in quel momento tutte le principali democrazie erano governate dal centro-destra. Andreatta ci spiegò che nella risposta alla prima domanda ("quale Europa necessaria") era implicita la seconda (quale "riformismo possibile") e cioè che il tempo delle nostalgie keynesiane era finito ed anche quello del pacifismo astratto. Avrebbero potuto governare maggiore integrazione solo forze democratiche che avessero distinto nettamente da allora in poi gli obiettivi valoriali (l'uguaglianza delle opportunità) dagli strumenti obsoleti (la crescita dell'intervento pubblico diretto) e che avessero capito che la crisi dell'Urss avrebbe prodotto un mondo più insicuro da governare con una maggiore cooperazione tra le democrazie occidentale. Europa necessaria significava per Andreatta una moneta comune (nel 1987!) e l'inizio di una governance di quella stessa moneta che avrebbe poi gradualmente portato anche a un'integrazione politica, ma non nella forma di uno Stato e la chiusura della ferita del 1954 col fallimento della Ced, un esercito europea per una collaborazione più equilibrata in sede Nato. Si accalorava così tanto nel ritenere datati alcune visioni socialdemocratiche stataliste, anche cattoliche e interne alla dc, che Ruffilli ebbe paura ci potessimo scandalizzare e lo interruppe per rassicurarci che, passato il primo quarto d'ora volutamente dissacrante, il professore sarebbe poi tornato, come faceva sempre, ai valori democratico-progressisti, pur debitamente aggiornati negli strumenti.

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