Stabili per quanto? di Giorgio Armillei

Crisi di governo rocambolesca, indiscutibili ragioni europee per neutralizzare il deragliamento salviniano, nuova maggioranza in poche ore diventata “organica e di legislatura”. Siamo un po' tutti disorientati di fronte a questa bizzarra estate politica.  

Il disorientamento prende poi le forme dell’iincertezza. Ne è un esempio il Foglio che pure ha sostenuto con convinzione la formazione del nuovo governo puntando a un coerente “tutto tranne Salvini”. Bene, non solo il Foglio ha cominciato sostenendo un monocolore M5s sostenuto dall’esterno dal PD per finire con l’applaudire il “governo del rinnegamento”, certo senza mancare di nominare quotidianamente rischi e dubbi. Ma nella edizione del 5 settembre i rischi e i dubbi si trasformano in una vera e propria demolizione di quattro pilastri della nuova maggioranza: le prospettive di politica economica degli economisti rossogialli, le fondamenta della cultura economica della nuova maggioranza, la politica della giustizia certificata dalla conferma di Bonafede e dal silenzio sceso sui suoi punti caldi, e infine l’avventura di Di Maio agli Esteri. Tutti ne escono inceneriti senza mezzi termini. 

Lasciando perdere Di Maio, da cui ci si attende un prudente silenzio o una veloce conversione rispetto a quanto sostenuto dal M5s in questi anni, silenzio e conversione che andranno spiegati all’Unione e alle diplomazie da chi si fa garante dell’innocuità del ministro, il bombardamento è implacabile. Comincia Fabio Stefanini che bolla le posizioni di politica economica di PD zingarettiano e M5s come identiche a quelle degli economisti di Salvini, finanziare aumenti di spesa in deficit e trattare con la Commissione. Gualtieri, rigoroso ministro socialdemocratico, avrà il suo daffare. Segue David Allegranti: siamo passati dal rischio di morire salviniani al rischio di morire statalisti, altro che keynesiani. Il colpo di grazia è di Sergio Soave: il PD si è piegato a Davigo e Bonafede, la politica della giustizia è stata appaltata al populismo giudiziario del M5s. 

Esagerazioni? Direi di no. Il PD è fatto di tre parti. Un centro doroteo che più o meno gioca sul patronato delle cariche. Una sinistra zingarettiana e corbyniana che in linea di massima la pensa come il M5s. Un pezzo liberale che ancora si deve riprendere dalla sconfitta del 4 dicembre 2016. E anche se il pezzo liberale è quello che ha maggiori abilità e dinamismo (la crisi di governo lo ha dimostrato) si tratta pur sempre di pura politics. Le politiche vengono molto dopo e spesso non ci sono neppure.  

Si tratta di un quadro che influenza l’avvio del governo? Direi di no. L’europeizzazione della crisi ha creato al momento un’armatura che stabilizza la situazione. Al di là delle differenze negli orientamenti di politica economica, deficit espansivi vs austerità espansiva, differenze comuni a tutte le maggioranze di governo degli stati membri dell’Unione e alla stessa maggioranza Van der Leyen, mercati e politica europea tornano a fidarsi del governo italiano. Se a questo aggiungiamo i lavori in corso per aggiornare il patto di stabilità e crescita, lo scenario si fa certamente più stabile. E questo per ora basta.

È una stabilità di medio periodo? Direi di no. Prima o poi – dopo la negoziazione con la Commissione e la legge di bilancio 2020 - qualche decisione di policy interna in più andrà presa e sostenuta da una maggioranza parlamentare al momento disomogenea oltre i limiti di guardia. A meno che qualcuno in quella maggioranza non capitoli.  

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