Quel che occorre all'Europa e all'Italia, di Luciano Iannaccone

Dopo il voto europeo l’Europa, come tutti sappiamo, è di fronte ad una alternativa radicale, di quelle che fanno la storia. O imboccare con decisione la strada dell’unità, per poter esercitare nel mondo quella concreta sovranità che i singoli Stati possono attingere solo attraverso di lei. O non fuoriuscire dalla complessità attuale, di cui approfittano egoismi e lamentele nazionali, che si illudono di poter tenere il piede in due scarpe e di capitalizzare così il consenso elettorale.

Nel primo caso l’Europa e gli Stati che vorranno comporla potranno diventare unitariamente una vera forza politica mondiale, in grado di promuovere libertà, crescita, giustizia e pace. Nel secondo, come l’Italia del rinascimento, saranno preda e pedina di grandi potenze extra-europee. Finchè poteri,  compiti ed ambito decisionale del consiglio degli Stati (sostanzialmente soggetto al veto di ognuno), del parlamento, della commissione europea saranno quelli attuali, finchè l’area euro non conquisterà un potere decisionale politico ed economico reale e distinto, gli stessi che per egoismo nazionalistico sono responsabili della paralisi decisionale tenteranno di sollevare cittadini ed elettori contro i “vertici europei”.

 

Esiste una strada tracciata per camminare verso una nuova Europa ? Sì e no. Sì perché gli obiettivi da raggiungere sembrerebbero chiari. No perché il modo di dare una innovativa decisionalità al consiglio europeo, al parlamento, alla commissione,  alla zona euro in quanto tale, va costruito e realizzato con l’audacia creativa delle scelte politiche. Anche in ogni svolta innovatrice il diavolo è nei dettagli, cioè in scelte molto concrete (e spesso fino a quel momento impensate) che rendono possibile e raggiungibile l’obiettivo desiderato. Senza il “connubio” cavourriano tra centro-destro e centro sinistro, governo e parlamento piemontese non avrebbero dato a Cavour la forza per la sua politica, che portò all’unità d’Italia. Troppo forte il ruolo che lo statuto albertino affidava al re per consentire ad un primo ministro, che non fosse “dominus” sia nel governo che nel parlamento, di attuare la propria politica senza ostacoli (che peraltro parzialmente ci furono).

Quindi non possiamo che contare, e lo facciamo con fiducia, sulle forze europeiste presenti nel parlamento europeo e soprattutto sui governi, Macron, Merkel e Gonzales in testa, ma non da soli. E su popolari, socialisti, liberali e verdi (ben diversi questi ultimi dalla versione italiana) che sono chiamati ad un compito storico e difficile.

 

Dispiace che, in questa analisi, non si trovi modo di parlare del governo italiano, se non per dirne male. Continua la sua colpevole e sistematica assenza dai tavoli di confronto e di decisione europei. Quanto alle parole, Salvini e Di maio, in chiara insignificanza nel parlamento europeo continuano imperterriti al ammannire agli italiani le loro favolette. Sorridendo di compiacimento raccontano con decisione le loro balle spaziali. Neanche una piega davanti alle inequivocabili parole del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco: “Saremmo stati più poveri senza l’Europa, lo diventeremmo  se dovessimo fare dell’Europa un avversario”.

Quanto a Conte, si aggira agli appuntamenti europei come il ragazzo senza amiche alla festa. Farebbe pena se non fosse che, appena può, sfodera con sicumera gli argomenti logori del difensore d’ufficio. Fosse per i loro rassicuranti sorrisi ed i ridicoli proclami la rotta dell’Italia sarebbe inequivocabilmente quella del Titanic.

Il grande problema è infatti che mentre cianciano di “flat tax”, di economia in ripresa, di investimenti sociali, questo castello di sabbia è già invaso dall’acqua. Incapacità di sostenere l’economia, deficit e disavanzo in drammatica crescita, assistenzialismo a gogò: non per nulla i bond italiani a cinque anni hanno superato lo spread di quelli greci e un drammatico autunno incombe.

 

 Questo disastro avviene nella sostanziale noncuranza della maggioranza degli italiani, come il voto europeo ha mostrato. Come riuscire a comunicare con loro, come essere pronti, quando la realtà mostrerà il suo vero volto, a partecipare a costruire una alternativa che, come già avvenuto in altri momenti della storia nazionale, salvi l’Italia dal disastro ? Enrico Morando, in un’analisi puntuale su “Libertàeguale” del futuro prossimo di  cui Italia ed Europa hanno bisogno, ha individuato in un Pd rinnovato il  caposaldo di una concreta alternativa politica per salvare il Paese.

La sua analisi è irrefutabile, meno il ruolo egemone attribuito al Pd. Infatti, come ha scritto su questo blog Giorgio Armillei, un’alternativa sarà tale se renderà chiaro che essa è “fra risentimento e speranza, tra sovranisti ed europeisti, tra nazional populisti e liberali, tra chiusura ed apertura”. E in troppo parte dell’attuale Pd, compresa la maggioranza del suo gruppo dirigente, domina, malgrado ed anzi proprio attraverso i “campi larghi”, l’alternativa destra/sinistra, da sola incapace di aprire una nuova via.

Per questo, pur senza sminuire il contributo del Pd, è necessario nasca qualcosa di nuovo. Non a tavolino, come una “gamba”  che il Pd costruisce artificialmente alla propria destra. Ma in una proposta che parli il linguaggio della verità ed indichi la strada per salvare e costruire il futuro dell’Italia.

Come ha scritto Angelo Panebianco, è possibile rivendicare un ruolo politico centrale ad un movimento liberale che parli sia ai moderati che ai veri innovatori. Che prenda sul serio le paure, ma per dare delle risposte concrete, rifiutando ammiccamenti e proclami che sono il rifugio degli incapaci al governo. Che cerchi di costruire un futuro comune, una società aperta. E che da questa prospettiva, come utile ago della bilancia costruisca alleanze  e ridia fiducia a quanti l’hanno persa. Non in un lontano futuro, ma qui ed ora.

 

 

 

 

 

 

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