Non giocare con l'odio, di Luciano Iannaccone

Troppi condannano negli altri l’odio, vero o supposto, ma lo fanno con un disprezzo ed un livore  che ne sono eco. Infatti non c’è soltanto l’odio dei sentimenti e delle parole gridate, ma anche l’odio teologico che brucia l’avversario in effigie.

C’è gran confusione sui social, sia spontanei che programmati, nelle menti e nei cuori. Quella che è certa è un’atmosfera di guerriglia verbale e mentale, in cui ci si schiera e ci si esercita al bersaglio. Alla mobilitazione leghista e grillina (quest’ultima un po’in disarmo) si contrappone “la classe dei colti” progressista, all’opera per dimostrare che ne uccide più la penna che la spada

 

 Il suo bersaglio assolutamente prevalente è Matteo Salvini: un obiettivo largamente mancato quando lo si accusa con disprezzo e livore di propagandare odio. Salvini è brillantemente riuscito a costruire un largo consenso, puntando su paure e timori e dando battaglia al detestato “etablishment”; ma ha fallito ( e non solo per il nullismo grillino) nel dare una prospettiva positiva al Paese. Di più: la sua irresponsabile battaglia contro l’Europa a prescindere e contro l’Euro,che sembrerebbe oggi superata, poteva fare danni gravissimi, come in parte è avvenuto. Su questo deve essere politicamente giudicato, mostrando la sua inconsistenza di statista, non tirando in ballo a sproposito l’odio.

Non è accettabile che si faccia del leader leghista un bersaglio da baraccone, secondando un estremismo becero che lo raffigura a testa in giù o in altri modi intollerabili, che offendono la verità e la pietà. O rispolverando contro i seguaci il razzismo della “differenza antropologica” di berlusconiana memoria. Fa specie che su questa strada, battuta da Saviano ed altri con lui, rischi di collocarsi anche padre Sorge, che nella recente intervista a Marco Damilano sull’ “Espresso” parla di Salvini, per dire che non basta proclamare alcuni valori umani “se poi si negano le libertà democratiche ed i diritti civili e sociali dei cittadini”. E paragonandolo in questo a Mussolini, entrambi gratificati dall’incauto consenso di uomini di Chiesa.

 

Così l’odio imputato mobilita disprezzo ed ostilità vere, che a loro volta alimentano una spirale di livore e di contrapposizione. E intanto l’Italia declina drammaticamente, dall’Ilva al debito pubblico inesorabilmente crescente. Non è lecito in questo 2019 scherzare con il fuoco, rischiando anche solo alla lontana di trasformare i timori e lo smarrimento di una società debole, perché di soli diritti e non anche di doveri, in una potenziale polveriera, come è avvenuto in momenti tragici della nostra storia nazionale fortunatamente imparagonabili al nostro presente. In particolare nel primo dopoguerra, quando i lutti, la fame, lo spaesamento, le ingiustizie, i rancori, la violenza si tradussero prima nel “biennio rosso” del 1919/20 con il mito violento della rivoluzione comunista e del “fare come in Russia”. E per contrasto nello squadrismo del 1920/22 che aprì la strada al potere di  Mussolini, prima in forma di coalizione parlamentare poi progressivamente di regime.

 

E’ scelta di umanità e sopravvivenza superare il rifiuto ostile e pregiudiziale, praticare il disarmo unilaterale di cui ha scritto recentemente Giovanni Cominelli. Da parte di partiti, movimenti e ogni cittadino che sa di avere il dovere di cercare di render possibile un futuro all’Italia.

Se la storia può insegnarci qualcosa, è il momento che l’insulto lasci il passo all’umano rispetto, lo slogan alla conoscenza, il livore alla comprensione, l’avversione feroce al tentativo di relazione, che non significa naturalmente assenza di dialettica e di contrasto.

Occorre operare per una legittimazione reciproca, che non annulli le differenze, ma scopra e realizzi le convergenze necessarie fra quanti le cercano: sugli assetti istituzionali, sul rilancio del lavoro e delle opere, per un vero superamento della paralisi burocratica e delle patologie giudiziarie, per la progressiva riduzione del debito come impegno verso i nostri figli.

 

La lega di Salvini apra il suo ampio consenso democratico alla ricerca di convergenze proposta da Giorgetti. I 5 Stelle escano dal buco nero della demagogia incompetente che distrugge il Paese. Il Pd, che sembra aver scelto a maggioranza a Bologna un “ritorno a sinistra” ideologico, contrastato dall’importante intervento di Giorgio Gori, non si chiuda ai veri problemi del presente e non rifiuti una responsabilità nazionale.

 

Come esercizio propedeutico a questa scelta di civiltà personale e collettiva, ognuno si guardi allo specchio. Vi troverà le fattezze che condanna, grossolanamente o sottilmente, negli altri.

 

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