Luigi Accattoli su Wojtyla e Bergoglio: un'intervista*

«Francesco ha cambiato le vesti, l’abitazione, la gestualità, il linguaggio, il rapporto con i media. Tutto. E forse non avrebbe potuto farlo se prima non ci fosse stato l’uragano Wojtyla. Giovanni Paolo II avvia un riscatto della soggettività papale che con Francesco diviene totale». Ha scritto libri e girato il mondo, conosciuto santi, Luigi Accattoli, vaticanista. Classe ’43, giornalista del Corriere della Sera dal 1981. All’attivo, tra l’altro, una biografia del papa polacco tradotta in nove lingue. Se, a quarant’anni dall’attentato a Giovanni Paolo II, gli si chiede una sintesi tra passato e presente, con lo sguardo al tempo che verrà, il polso della Chiesa in un tempo di crisi, non offre uno sguardo distaccato ma quello di chi sente lo Spirito come invito all’azione, di chi prova il desiderio inesausto di comunione con il prossimo e con Dio.



Ha già spiegato all’inizio ma proseguiamo. C’è nell’immaginario uno schematismo invalso: Wojtyla conservatore e Bergoglio rivoluzionario. È davvero così?

«Sull’immagine papale, sul mea culpa, sulla sinagoga e la moschea, sul rapporto con il Sud del mondo, sulla frontiera della pace Giovanni Paolo II ha fatto di sicuro passi in avanti, o comunque portatori di novità. Non sono sicuro che fosse un conservatore. Lo era nella considerazione del ruolo del Papa, questo sì. Ma non lo era per il pensiero sociale e lo era e non lo era per il patrimonio dottrinale. Era geloso di questo patrimonio nel suo insieme ma non era fissista. Lo fosse stato non si sarebbe avventurato nel mea culpa. Forse il più originale tra i suoi lasciti è stato l’esame di fine millennio, che ha portato al mea culpa giubilare, un fatto privo di precedenti storici. Ogni persona di buona volontà non può che ringraziarlo di quell’umiltà e di quell’audacia».

Usava i media come nessuno. Era una strategia?

«Sia Wojtyla sia Bergoglio hanno fruito di una creativa alleanza con i media nata in ambedue i casi mezz’ora dopo l’elezione, quando il nuovo Papa si affaccia alla Loggia centrale della Basilica di San Pietro: Wojtyla e Francesco trasformano quella prima apparizione da evento rituale in fatto giornalistico».

Oggi però Giovanni Paolo II è sotto esame, dopo l’unanimismo seguito alla sua scomparsa: per la gestione della curia, ad esempio. È stato un papa più politico o più spirituale?

«Le critiche per la gestione della Curia sono giuste. Delegava troppo. Missionario del mondo non aveva attitudine al governo curiale, allo studio dei dossier. Il suo è un Pontificato grande come missione ma mediocre come governo.  Tuttavia insufficienti nel governo della Curia sono risultati anche Benedetto e Francesco. Benedetto delegava come il predecessore: vedi la troppa fiducia posta nel cardinale Tarcisio Bertone. Francesco non si fida della Curia e non la valorizza».

Qual è stato l’ultimo papa a farlo?

«L’ultimo Papa ad aver governato adeguatamente la Curia è stato Montini. Ma forse nella difficoltà di rapporto degli ultimi Papi con la Curia si può vedere un’astuzia della Provvidenza per condurre a una diminuzione del ruolo della Curia e a una liberazione del ministero papale dai legacci curiali. Wojtyla era un apostolo e un politico solo per apostolato. Provo a dirlo con un fermo immagine del fastoso ricevimento alla Casa Bianca che gli fu offerto dal presidente Jimmy Carter il 6 ottobre 1979: c’erano undicimila ospiti, il Papa era di fronte all’uomo più importante al mondo. Lo ricordo che ascolta il discorso del presidente in una straordinaria concentrazione: con le braccia strette al petto, una mano quasi stretta a pugno davanti alla bocca, gli occhi fissi a terra. Riusciva a trasmettere una potente immagine di estraneità agli onori del mondo. Percepii allora la sua attitudine a essere contemporaneamente tutto presente a un avvenimento e intimamente altrove. Pienamente davanti agli uomini e pienamente davanti a Dio».

L’anticomunismo era per lui un’ossessione?

«Era sia anticomunista sia anticapitalista. La bandiera della giustizia gli era cara quanto quella della libertà.

In un suo libro di qualche anno fa, Antonio Ferrari –  inviato del Corriere della Sera – racconta di quando lei gli diede un’imbeccata: per andare ad ascoltare un discorso del papa, durante un viaggio in Bulgaria se non ricordo male, da cui Ferrari si convinse che Giovanni Paolo II non credette mai alla pista bulgara riguardo al suo tentato omicidio. Chi armò la mano di Agca?

«Mi sono fatto l’idea che nessuno l’abbia armato. Si è armato da solo. Il suo è il tentativo di uccidere il Papa da parte di un musulmano fanatico che un anno e mezzo prima, trovandosi in carcere per un altro attentato, aveva dichiarato pubblicamente quell’intenzione. In occasione della visita di Giovanni Paolo II in Turchia, del 28-30 novembre del 1979, dal carcere aveva inviato una lettera al quotidiano Mylliet, pubblicata il 28 novembre, nella quale era scritto: ‘Se questa visita non viene cancellata, è certo che io ucciderò il Papa”. La convinzione che mi sono fatto, in solitaria, nel corso dei decenni, è che di fronte a un fatto così complesso dovremmo dare l’interpretazione minima sufficiente. E cioè che c’era un uomo, Ali Agca, membro di un gruppo terroristico islamista, i “Lupi grigi”, che aveva già minacciato di morte il Papa e che ha poi trovato gli appoggi per evadere e mettere in atto quel proposito. Allora il terrorismo islamista sembrava una curiosità, oggi sappiamo bene di che cosa sia capace. E dunque questa lettura minima sufficiente io credo che sia matura per essere accettata. Del resto tutte le altre piste sono state indagate e tutte sono cadute».  

Con Wojtyla, regnante fino allo stremo delle forze, si apre il dibattito anche oggi attuale (che ha avuto poi una svolta clamorosa con Benedetto XVI) relativo alle dimissioni del pontefice. A lei risulta che Giovanni Paolo II pensò mai di dimettersi? E se sì: come mai poi non si dimise?

«Credo non l’abbia mai pensato. Aveva un’idea sacrificale, direi martiriale, del ministero petrino e quell’idea si tradusse nel convincimento di non poter «scendere dalla croce» come una volta ebbe ad esprimersi».

Davvero mai un tentennamento?

«Quando un Papa poco poco accenna all’intenzione di rinunciare al Papato si scatena una gara a dissuaderlo. Siamo informati di questo scatenamento negli ultimi anni di Pio XII, negli ultimi mesi di Giovanni XXIII, nell’ultimo anno di Paolo VI e sappiamo in dettaglio delle pressioni che ha subito Benedetto dai pochi che informò della sua intenzione. Ma non risulta che l’entourage di Giovanni Paolo abbia dovuto affrontare quest’emergenza».

Lei è uomo di fede: la turbano le dimissioni di un pontefice?

«Per nulla. Le prevedevo e le desideravo. Ridimensionano la figura papale, ma è un ridimensionamento provvidenziale. Per rifare l’unità dei cristiani il Papato deve diminuire. Il suo ruolo è stato ingigantito dalla storia e si è fatto ingombrante per l’attestazione del Vangelo all’umanità di oggi. Papa emerito è una parola nuova per un fatto nuovo. Non solo su questo Benedetto è apparso più libero di Giovanni Paolo: lo è stato anche, ad esempio, sulla morale sessuale».

Sul tema delle dimissioni il dibattito è veramente esteso. Lei è un uomo mite ma ha avuto anche scontri con i suoi colleghi. Le obietto qualcosa che solitamente viene trascurato a margine di dispute teologiche. Di fronte alle dimissioni i fedeli non restano scossi?

«La scossa c’è stata, ma credo più tra gli ecclesiastici che tra i fedeli. Era una novità epocale e dunque tutti abbiamo avuto un qualche soprassalto. Ma ora non è più una novità e perciò l’accettazione sarà molto più facile quando un altro Papa lascerà le chiavi che gli sono state affidate. Il Papa è un vescovo – il vescovo di Roma – e come dal popolo dei fedeli lungo l’ultimo mezzo secolo sono state metabolizzate le dimissioni dei vescovi, che pure erano una novità, così in un tempo analogo la comunione cattolica assimilerà le rinunce papali».

Cosa ricorda dei giorni della morte di Giovanni Paolo II? Quel sentimento popolare così caldo era indotto dai media o realtà viva?

«Li ricordo come un momento di grande emozione collettiva. Certo anche orchestrata dai movimenti ecclesiali e ingigantita dai media. Lo stesso motto «santo subito» era organizzato, in particolare dal Movimento dei Focolari. Ma l’emozione collettiva come materia prima c’era di suo. I media ingrandiscono e prolungano, ma nulla è nei media che non sia prima nella realtà».

Lei ha fatto il giornalista per tutta la vita. Perché, a fronte di una evidente diminuzione della partecipazione popolare alla vita della chiesa, la figura del papa è ancora così circondata da attenzione mediatica? Giornalisti hanno costruito le loro carriere sugli intrighi vaticani…

«Il Papa cresce e la Chiesa diminuisce. Almeno nei media e nell’opinione pubblica è così. Dall’angolo che è il mio – di uomo della comunicazione di massa – il cambiamento è stato sorprendente, nel cinquantennio della mia attività di giornalista, rispetto alle mie aspettative: è cresciuta l’attenzione per la figura del papa ed è diminuita quella per il vissuto cristiano, per le Chiese locali, per l’ecumenismo. Prendo atto che è avvenuto il contrario di quello che io auspicavo. La figura del Papa cresce perché si sposa alla perfezione con le modalità della comunicazione per immagini, che è il segno dell’epoca: lo avvantaggia il fatto di vestire di bianco, di avere un ruolo unico, e un nome breve: papa, appunto. O Francesco. I nomi sono calamite. Più sono brevi e meglio arrivano».

A questa personalizzazione e mediatizzazione contribuisce un pontificato per alcuni divisivo – e veniamo all’oggi – come quello di Francesco?

«Il Papato si è rivelato capace di cambiamenti e questa sorpresa è all’origine dell’attenzione mondiale. Nei tempi recenti un senso di vertigine ha sfiorato più volte il Pontificato romano. Con l’elezione del Papa polacco nel 1978, con i proiettili di Alì Agca nel 1981, con la rinuncia di Benedetto e l’arrivo di Francesco nel 2013.  I pieni poteri conferiti ai Papi nel segno della continuità garantivano la tenuta dell’istituzione, ma procurano ansia se passano a un Vescovo di Roma disposto a rinunciare al Pontificato e a un altro inteso a una sua profonda riforma, che lui chiama conversione. Il Papa che riforma sempre divide. Se poi mette il Vangelo a motore dei cambiamenti, divide due volte».

Ritornando al marzo 2013: al Corriere, forse, attendevano un altro papa. Lei ha conosciuto bene il pontefice argentino e ricordo il suo bel ritratto dopo l’elezione. A distanza di tanti anni: perché Bergoglio turba così tanto le coscienze?

«La sua rivoluzione ha il nocciolo profondo nel convincimento che il Papa non ha – e non deve avere più una funzione totalizzante nella Chiesa. Francesco si considera parte del tutto, non sua sintesi. Interrogato sugli oppositori interni una volta ha detto: «Fanno il loro lavoro e io faccio il mio. Continuo il mio cammino senza guardare di lato» (al quotidiano argentino La Nacion, 4 luglio 2016). Rivendica il diritto di avere opinioni personali, che tutti i Papi consideravano a loro proibite. Ma attenzione: già Benedetto faceva quella rivendicazione tanto da pubblicare da Papa opere di teologia, qual è la trilogia su Gesù di Nazaret».

Bergoglio è un papa così distante dal lavoro intellettuale? Non sembra un umanista come Wojtyla (uomo di formazione anche teatrale, kantoriana) o speculativa come Ratzinger.

«È un uomo pratico, un pastore. Un gesuita con la vocazione del parroco. Ma non va sottovalutata la sua capacità di comunicazione verbale, che è straordinariamente creativa. È un uomo di relazione e la sua arte della parola l’aiuta molto in questo lavoro relazionale. Lo si è visto la primavera scorsa con le omelie improvvisate del mattino. Forse mai nessuno ha tenuto tante persone incollate ai terminali per due mesi di seguito come riuscì a lui».

Che idea si è fatto riguardo alla posizione di Bergoglio sui movimenti?

«I Papi per posizione sono naturali alleati dei movimenti, come un tempo lo erano degli ordini religiosi. La cosa può essere detta storicamente, con riferimento al fatto che ordini e movimenti sono riconosciuti e approvati dai Papi, ai Papi si appellano quando hanno contrasti con i vescovi e i Papi sostengono con prassi e voti di speciale obbedienza.  Ma la cosa può essere detta anche cronachisticamente, con riferimento ai movimenti che assicurano presenze di massa alle Giornate mondiali della Gioventù, agli appuntamenti con i giovani nei viaggi papali, alle celebrazioni e alle udienze in piazza San Pietro. L’ultimo Papa ad avere riserve sui movimenti è stato Montini, che privilegiava l’Azione Cattolica. Favorevolissimo è stato, fin dalla Polonia, Wojtyla. E Benedetto al suo seguito. Francesco originariamente era diffidente e diffidente era stato in Argentina, un poco al modo di Montini. Ma una volta eletto, si è lasciato convincere dal fattore folla che dicevo».

Oggi ci sono nubi sul futuro della Chiesa: come vede le tensioni tra Roma e l’episcopato tedesco?

«Quelle nubi continueranno ad addensarsi sotto questo pontificato ma sarei portato a scommettere che la tempesta arrivi con il prossimo Papa. Il Sinodo convocato dai vescovi tedeschi probabilmente andrà oltre le competenze «ricevute» di un sinodo nazionale e Papa Francesco non approverà né condannerà, modello Amazzonia, mantenendo aperta la questione che passerà bollente al successore. Se il successore sarà conforme a Bergoglio le novità tedesche si consolideranno come una pluralità di fatto, considerata sopportabile. Ma se il successore sarà rigorista provvederà a stringere e potrebbe venirne uno scisma».

In questi contrasti il pontificato di Benedetto che ruolo ha giocato?

«Non buono, a mio parere. Seguendo la politica verso la Chiesa tedesca praticata dal predecessore ha cercato di salvare la barca arginando i conflitti che si profilavano e tenendo le questioni sotto coperta. La vera novità di Francesco è stata di nominare le questioni e di metterle all’ordine del giorno. Ma che riesca ad approdare a conclusioni condivise è tutto da vedere. Quando lo si accusa d’essere divisivo si dice qualcosa sulle increspature di superficie ma non si pesca nel profondo: nel profondo le divisioni c’erano tutte, lui ha scelto di farle emergere ritenendo fecondo il conflitto».

Da quale programma di governo potrebbe partire il prossimo pontefice per provare a tenere unita la barca di Pietro?

«La barca resterà unita se riuscirà a legittimare una diversificazione dottrinale e normativa che permetterà la convivenza di opzioni anche conflittuali. Francesco questa diversificazione la persegue e l’ha persino teorizzata in Amoris laetitia, quando ha affermato che «non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero» e che «in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali». Il programma di governo del prossimo Papa dovrebbe partire da lì».  

Jacopo Guerriero


* da Tortuga Magazine 

Condividi Post

Commenti (0)

Lascia un commento