L'alleanza dei cittadini per liberare l'Italia, di Luciano Iannaccone

Intervenendo su questo blog qualche mese fa denunciavo l’inarrestabile montare  dell’oppressione burocratica in Italia: più si promette di combatterla e più dilaga. Citavo Sabino Cassese che, apprezzando un’iniziativa al riguardo della CNA, documentava l’incredibile numero di adempimenti (molte  decine) e di enti pubblici (decine) obbligatoriamente coinvolti per aprire un salone di acconciatore o un bar, un’attività di gommista o carrozziere,  una gelateria o una falegnameria. Con un costo da 12.700 a 20.000 euro e oneri  diversi da comune a comune fino a cinque volte.

Individuavo nell’incontenibile ascesa inerziale del “livello di precauzione” la molla che, in ogni settore dell’amministrazione pubblica (compreso naturalmente quello della giustizia), ingigantisce adempimenti,  blocca interventi ed iniziative necessarie, costringe tanti operatori a difendersi da rischi minacciosi “facendo il burocrate” anziché attendere con serenità al proprio lavoro. Da allora è arrivata una legge di bilancio con un solo articolo composto da più di mille commi, la gran parte dei quali affidati a laboriose norme attuative. I decreti attuativi veri e propri da emanare, necessari alla applicazione di leggi da tempo vigenti, sono saliti a 907, perché ai 641 arretrati dei precedenti governi se ne sono sommati 266 di quello in carica. Per non parlare delle complicazioni montanti in ogni settore ed ogni angolo d’Italia. Ora il governo Conte sembra voler varare un decreto per la semplificazione burocratica, la cui attuazione sia seguita da una “cabina di regia”: solo l’ennesima buona intenzione ?  Direi di sì, visto quanto segue.

Infatti la notizia più sconvolgente ce l’hanno  data Alessandro Barbano sul “Foglio” del 29 gennaio e Piero Sansonetti sul “Dubbio” del 31 gennaio, riportando quanto affermato con ammirevole coraggio professionale e civile dal presidente del tribunale di Torino Massimo Terzi all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Proiettando i numeri sull’arco di un decennio, in tale periodo in Italia un milione e mezzo di cittadini vengono accusati ed assolti: “indagati, arrestati, intercettati, interrogati, pur essendo innocenti”. I tre quarti degli inquisiti risultano alla fine innocenti, ma occorrono in media quattro anni “per sottrarsi all’incubo di un’inchiesta penale che coincide con una persecuzione”. Se  calcoliamo per una generazione lo spazio di cinque decenni ”utili”, escono numeri sconvolgenti, che rivelano che si tratta di molto di più del solito statalismo inefficiente. E il contributo del nuovo governo e del ministro della giustizia Bonafede sta, fra altri disastri, nello stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio dal 1 gennaio 2020 e senza contrappesi, quali potrebbero darsi nella riforma del processo penale: una assoluta vergogna.   

Bisogna dirlo: siamo sempre più spesso davanti, in forme nuove ed antiche, all’ “Ancien Règime” del privilegio,  del potere assoluto che conosce solo sudditi. Manca soltanto (ma siamo sicuri ?) il mostrare al reo gli strumenti di tortura che interverranno in mancanza di confessione spontanea. Al sovrano assoluto, unto da Dio, ed alla nobiltà di sangue e di toga è subentrato, nell’impotenza e nell’inerzia della politica e degli istituti di garanzia, un coacervo corporativo onnipotente ed esteso più di quanto si possa immaginare. Va da capi giustizialisti a interessati custodi dei labirinti procedurali, da gruppi in ascesa nelle praterie delle prebende pubbliche a tanti che “sbattendo il mostro in prima pagina” o più semplicemente angariando il cittadino sperano di fare carriera o più semplicemente di sbarcare il lunario. Cinismo, spregiudicatezza, il caricare sugli altri pesi insopportabili connotano un nuovo assolutismo,  abusivo perché estraneo alla Costituzione.

La crescente complessità a 370 gradi (come direbbe la Lezzi) di ogni procedura è il grimaldello con cui tale nuovo assolutismo regna. Non importa  che i cittadini siano maltrattati, che giustizia non sia resa, che l’economia e gli investimenti vengano massicciamente frenati e scoraggiati, che la dinamica della produttività registri in Italia un record negativo mondiale. Tanti nella pubblica amministrazione,  in basso come in alto, assistono basiti a questo disastro senza riuscire a  far nulla.

Il movimento politico che ha sgangheratamente inneggiato, prima dall’opposizione ed ora dal governo, a questa rovina statalista e giustizialista, diventandone il ridicolo ma pericoloso porta-bandiera, ha costruito le sue fortune elettorali sulla rivolta del popolo contro “la casta”.

E allora una domanda si impone: non sarebbe ben più motivata e necessaria una alleanza dei cittadini contro il nuovo assolutismo che ci opprime ? Di tutti quelli “che ci stanno”, senza altro requisito che l’accettazione di diritti e doveri derivanti dall’unità nazionale per la liberazione da un assolutismo oppressivo e  per la piena instaurazione di una società libera e democratica, come normato dalla Costituzione. Certo, sappiamo che questa instaurazione richiederà anche lavoro e scelte intorno all’organizzazione dello Stato e dei pubblici poteri, per una nuova Europa che faccia  “ciò che le nazioni non possono fare da sole”(Monnet), e su spesa pubblica e fiscalità, sulla crescita dell’economia e del lavoro, sull’inclusione sociale. Ma questa articolata “pars construens” non risulterebbe credibile  senza un immediato inizio della battaglia frontale contro l’assolutismo statalista e burocratico: anche perché tale battaglia, che potrebbe ottenere  da subito risultati insperati, richiederà comunque, come si diceva una volta, “un lavoro di lunga lena”.

Solo partendo con la “pars destruens” sarà concreta e possibile in Italia una nuova pagina politica e civile. Che potrà cominciare a costruire tra gli italiani  una nuova unità, che accetti le ragioni di quel “populismo” che è domanda di tutela locale, riconoscendo piena cittadinanza sia alle aspirazioni alla stabilità del localismo identitario  che alla promozione cosmopolita della diversità e del movimento. Ma senza pretesa di primazia  per la seconda e con la piena valorizzazione  delle prime: mi richiamo qui all’importante intervento di Antonio Preiti su “libertàeguale”, “La sfida del populismo”. E al fatto che sulla vicenda dei migranti e degli sbarchi permane nella memoria collettiva nazionale un “nervo scoperto” non ancora ricomposto, dovuto ad una oggettiva “acceptio personarum” che le scelte governative (ed europee) 2013/2016 hanno praticato a danno di italiani nel bisogno e nell’insicurezza.  Stupisce che ancor oggi Matteo Renzi mostri di non capirlo.

Questa alleanza per liberare l’Italia potrà stringere le due legittime, ma non ancora composte aspirazioni sopra indicate in una comune battaglia per un’Italia libera e liberale in un’Europa più unita, la quale consenta “la vera sovranità .. nel miglior controllo degli eventi in maniera da rispondere ai bisogni fondamentali dei cittadini”(Mario Draghi).

Non spetta naturalmente né a me né a queste rapide considerazioni delineare un percorso operativo. E neppure valutare se le imminenti elezioni europee del 26 maggio possano già essere occasione della nascita e della discesa in campo di questa alleanza. O soltanto quella di fare chiarezza sulla necessità  di una nuova Europa: l’alleanza che indico cerca infatti una vera indipendenza nazionale; ma  soltanto una rinnovata e concreta unità europea potrà consentire all’Italia come agli altri Stati disponibili, di giovarsi della sovranità necessaria nel mondo globale, temi su cui è appunto recentemente intervenuto Mario Draghi all’Università di Bologna.

E’ possibile però identificare tre condizioni di possibilità perché l’alleanza possa rispondere alle necessità ed alle attese da cui nasce: la prima è che viva nell’incontro tra la genuina società civile, nelle sue tante forme, e la miglior politica disponibile.

La seconda è che realizzare la pars destruens significherà impegnare con una “vera” cabina di regia potere legislativo ed esecutivo, regioni ed enti locali e non,  tecnici e veri esperti: a dedicare per non breve tempo (anni) una parte significativa e programmata del proprio lavoro per semplificare, abolire, ridurre “il troppo e il vano” della macchina pubblica, delle sue leggi e regole, della sua tempistica autoreferenziale. Non dimenticando i tempi inaccettabili della giustizia civile e gli eccessi insostenibili nella legislazione antimafia. Con decisioni coraggiose e verifiche rigorose, perchè troppe  sono e saranno le incrostazioni,  le tentazioni, le resistenze.

La terza regola aurea di questo impegnativo lavoro dovrà essere quella di ricondurre nei propri confini fisiologici il “principio di precauzione”, il cui livello è inarrestabilmente in ascesa, brandito da non pochi e temuto da tutti gli altri. Limiti che consistono, nel servizio alla promozione della operatività pubblica e privata, nello scoraggiare  con il controllo  e la sanzione che essa si sviluppi in modo pericoloso e non corretto.

Se invece tale principio, nel suo inarrestabile ingigantirsi soffoca ed impedisce l’operatività stessa, che è poi  la vita dei cittadini e delle loro realizzazioni, siamo davanti ad una indebita metamorfosi, ad un inaccettabile abuso di potere che va estirpato sulla base del comune sentire  con leggi,  regolamenti e comportamenti inequivoci.

L’alleanza qui proposta è pienamente nel solco della grande tradizione politica e civile italiana: del liberalismo risorgimentale che ha fatto l’Italia “senza sacrificare la libertà all’indipendenza… ma svincolandosi dall’assolutismo monarchico senza cadere nel dispotismo rivoluzionario” (Cavour). Della riconquistata democrazia nazionale dopo la dittatura e la guerra con l’approdo alla Repubblica ed alla Costituzione. Una alleanza nazionale contro l’assolutismo statalista che si collegherebbe, in nuove e più gravi contingenze, alla battaglia antistatalista di Luigi Sturzo e di Luigi Einaudi per le libertà  economiche e civili  e per il pluralismo istituzionale,  opportunamente rievocata da Luca Diotallevi su “Avvenire” del 2 marzo.

Certo, in questa mia riflessione i condizionali non sono pochi. Ma, per aggiungere l’ultimo, se un alleanza ed un cambiamento siffatti nascessero senza timidezze vedremmo ben presto un’Italia molto diversa, probabilmente inimmaginabile.

 

 

 

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