Inattualità di un modello. Perché non possiamo non dirci antidossettiani

Giorgio Armillei da "Europa" di oggi

Dossetti continua a divedere, ha ragione Castagnetti su Europa del 1 febbraio, ma l’analisi di Stefano Ceccanti – da cui Castagnetti prende le distanze – è tutt’altro che partigiana e priva di sensibilità storica. Criticarla per eccesso di dottrinarismo o di schematismo mi sembra poco fondato. è proprio il senso della storicità a metterci sull’avviso a proposito del dossettismo prima ancora che di Dossetti. è infatti un rigoroso scavo storico che ci restituisce il personaggio nei suoi aspetti anche contraddittori, lo fa Paolo Pombeni nell’ultimo capitolo del suo libro appena pubblicato. Allo stesso modo è la storia dell’economia e delle istituzioni politiche del nostro paese a darci la misura dell’inutilizzabilità di Dossetti, della sua inattualità e, soprattutto, della strada sbagliata intrapresa dai dossettiani nostri contemporanei. In due punti emerge particolarmente questa inattualità: la sottovalutazione delle possibilità dell’economia di mercato e l’effetto conservatore e regressivo della cultura costituzionale. Su entrambi finiscono con lo spiovere le concezioni dello stato e del liberalismo cha innervano la cultura dei dossettiani. Sulla mancata comprensione delle potenzialità del liberalismo democratico da parte di Dossetti ha scritto pagine decisive Pietro Scoppola. Del tutto comprensibile, se riportata al contesto storico di formazione di Dossetti, la riproposizione, anche se in forme diverse e persino più sottili, di quelle stesse resistenze e incomprensioni risulta oggi del tutto inutilizzabile. E la profondità della crisi economica non cambia le carte in tavola. Competizione, concorrenza e regolazione non sono in contrasto con una visione cristianamente ispirata. L’economia di mercato e il capitalismo sono istituzioni sociali che vivono dentro un contesto, non meccanismi astratti privi di ancoraggio storico. E come tutte le istituzioni subiscono crisi e trasformazioni. Sulla cultura costituzionale e la connessa struttura dei partiti i dossettiani fanno torto allo stesso Dossetti, o almeno al Dossetti più disponibile all’aggiornamento costituzionale proprio in ragione del diverso contesto storico politico rispetto a quello del 1948. è ancora Pombeni a sottolineare i passaggi in cui Dossetti individua lucidamente i limiti delle soluzioni costituzionali. Per poi mutare atteggiamento in conseguenza dei nuovi assetti che maturano con la crisi della prima fase della repubblica. Un mutamento, dice Pombeni, che oggi a quasi venti anni di distanza non regge più. Come non regge il modello di partito della cultura dossettiana, caratterizzato dal riferimento a una funzione di trasformazione sociale, parallela a quella assegnata allo stato nel famoso discorso del 1951. Un modello che vede il partito come «autenticatore della spontaneità sociale» e non strumento di rappresentanza che struttura la competizione per il governo. Un modello inutilizzabile nel contesto delle democrazie “governanti” contemporanee che richiedono partiti leggeri. Come già De Gasperi diceva, ce lo ricorda Silvio Lanaro nelle pagine dedicate al confronto con Dossetti. Riprendere o tornare a Dossetti per parlare di riforme costituzionali e di partiti politici, quasi come se in fondo ci trovassimo di fronte ai problemi della società italiana della metà del Novecento, appare del tutto improponibile. Il ragionamento di Castagnetti può dunque essere tranquillamente rovesciato. è da un supplemento di sensibilità storica che scaturisce una linea critica nei confronti dell’uso delle categorie dossettiane per l’analisi e l’orientamento pratico. è cercando di aderire alla storicità della vicenda istituzionale che non possiamo non dirci antidossettiani.

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