Il populismo antimoderno e l’eredità di Berlinguer

di Vittorio Ferla 

 

(A 35 anni dai funerali di piazza San Giovanni)

 

Il 23 maggio del 2014 è una data spartiacque. Siamo ai comizi finali delle Europee. La polemica tra Renzi e Grillo impazza. Il gran finale della campagna elettorale del M5s si svolge a Roma nella piazza San Giovanni. La stessa piazza dove, trent’anni prima, si svolsero i funerali di Enrico Berlinguer: era il 13 giugno 1984.

 

Casaleggio e Berlinguer

Nel corso della manifestazione dei grillini, Gianroberto Casaleggio, cofondatore del Movimento, incita la piazza a gridare il nome di Berlinguer. Lo spiega così: “In tutti i partiti ci sono le brave persone e i delinquenti. Sicuramente una persona che possiamo considerare onesta è Enrico Berlinguer che fu uno dei pochi a riempire questa piazza. Berlinguer in una famosa intervista lanciò la questione morale, ma il Pd di oggi ha nel suo dna solo la questione immorale”. La piazza lo segue e urla: “Ber-lin-guer! Ber-lin-guer!”

Ma perché il capo carismatico del comunismo italiano al crepuscolo diventa, a 30 anni di distanza, l’icona di un movimento populista e giustizialista? Quasi nessuno ha affrontato seriamente i motivi di questa eredità. Eppure, basterebbe una breve ricognizione dei passaggi principali della vicenda di Berlinguer per cogliere questa singolare ascendenza.

 

Solidarietà nazionale o compromesso storico?

Il 1976 è l’anno di nascita del governo di solidarietà nazionale. L’esecutivo della “non sfiducia”, il monocolore Dc guidato da Andreotti, parte grazie all’astensione del Pci. Berlinguer lo definisce un “compromesso storico”, espressione enfatica che, nonostante l’apparente concretezza delle due parole, raccontava un processo, più mitologico che reale, di convergenza organicistica tra le masse popolari comuniste e cattoliche in vista di un esito escatologico del tutto oscuro e improbabile.

Il disegno di Aldo Moro, lo stratega dell’operazione, è, viceversa, laico e pragmatico. Il leader democristiano è consapevole della necessità di “allargamento della base democratica” della Repubblica: bisogna integrare i comunisti italiani nelle responsabilità di governo in attesa che queste favoriscano una loro progressiva adesione alla civiltà liberaldemocratica occidentale. La solidarietà nazionale diventa, da una parte, uno strumento per garantire stabilità e continuità all’azione di governo democristiana e, dall’altra, un’opportunità di evoluzione per il Pci, il partito comunista più grande dell’occidente atlantico ancora cristallizzato nella sua ideologia antimoderna. Ma la strategia di “laicizzazione” del Pci non riesce. Pesa certamente il trauma del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro. Pesa ancora il bipolarismo tra Usa e Urss (che finirà soltanto nel biennio 1989-1991). Pesa soprattutto la resistenza culturale di Berlinguer, incapace di fare davvero i conti con il totalitarismo sovietico e di riconciliare la sinistra con la modernità.

 

La competizione con Craxi

Dopo la scomparsa di Moro e la fine della solidarietà nazionale, la storia offre un’altra occasione a Berlinguer. Bettino Craxi, leader del Partito socialista, ha di fatto completato l’evoluzione laica e democratica dei socialisti italiani. Prima, con un discorso del 1977 a Treviri, ricorda che già Marx ed Engels nella fase finale della loro elaborazione ideologica avevano rinunciato alle velleità giacobine e all’utopia millenaristica del salto rivoluzionario per scegliere il metodo gradualistico delle riforme sociali e politiche. Poi, con un saggio apparso nell’agosto del 1978 sull’Espresso, Craxi crea uno spartiacque definitivo nei rapporti a sinistra. Ispirandosi a Pierre-Joseph Proudhon, vissuto tra il 1809 e il 1865, promotore di un socialismo liberale, anarchico, mutualista e non violento, il leader socialista dà il colpo finale alla tradizione marxista rivoluzionaria e mette il Pci nell’angolo della storia.

Angolo dal quale Berlinguer, tuttavia, non riesce più a uscire per la sua incapacità di rinunciare definitivamente ai cascami di un’ideologia superata dagli eventi. Proprio in quegli anni, infatti, Berlinguer avvia con i partiti fratelli di Francia e Spagna la strategia dell’eurocomunismo, un modo per trovare vie nazionali ‘autonome’ dalla supremazia del Pcus, il partito comunista sovietico. Ma la strategia si rivela fallimentare.

 

La sfida delle riforme

Nell’autunno del 1979 Craxi imbraccia anche l’arma della Grande Riforma. Con uno sguardo prospettico straordinario – e, ovviamente, con una notevole dose di opportunismo – comprende la necessità di un restyling delle istituzioni italiane, propone la riforma delle amministrazioni pubbliche, esprime la sua preferenza per una revisione in senso presidenzialista del sistema costituzionale. Il Pci, tanto per cambiare, si oppone, paventando derive autoritarie e plebiscitarie, ma soprattutto rivelando un istinto meramente conservatore nella difesa della Costituzione e una sostanziale diffidenza nei confronti degli strumenti procedurali e istituzionali che contribuiscono a garantire il corretto funzionamento delle amministrazioni e a migliorare il rendimento delle istituzioni liberaldemocratiche.

Ancora una volta alcuni fatti della storia aiutano la ‘resistenza’ berlingueriana: da una parte, c’è la levata di scudi dell’intellighenzia contro il craxismo, percepito come una forma di nuovo autoritarismo; dall’altra, ci sono gli errori del Psi, che negli anni dilapida la sua capacità strategica, partecipa al governo spartitorio delle risorse pubbliche e viene progressivamente travolto dai fenomeni corruttivi.

 

La trincea della diversità

Vittima di questa distorsione cognitiva, Berlinguer si nasconde nella trincea della “diversità” comunista (e da quella trincea – sotto il fuoco della modernità – non riuscirà più a sortire in campo aperto). Una diversità che nella cultura generale di quegli anni diventa prima di tutto diversità “morale”: dalla quale figlieranno, nel migliore dei casi, il buonismo veltroniano e, nel peggiore, il moralismo anticraxiano e, poi, il giustizialismo grillino. Fino alla progressiva fusione del grido “ho-ne-stà” dei Vaffa-day con il grido “Ber-lin-guer” di piazza San Giovanni.

Ovviamente, la diversità comunista non è solo un tema di (presunta) supremazia morale, ma qualcosa di molto più profondo: è una diversità che nasce ideologica con il rifiuto della democrazia liberale e occidentale e che, nel tempo, diventa una diversità ontologica e antropologica. Potremmo dire “impolitica”, proprio come “impolitico” alla fine risulta Berlinguer. Come altro può definirsi, d’altronde, un leader che rinuncia a fare i conti con la propria cultura, che non capisce la sconfitta storica del comunismo, che blocca l’evoluzione della sinistra italiana, che tiene il proprio ‘popolo’ in ostaggio di una illusione?

Nel libro biblico dell’Esodo, il profeta Mosè guida il popolo ebraico fuori dall’Egitto per condurlo nella Terra promessa. Certo, Mosè riuscirà a vederla soltanto da lontano, ma gli ebrei saranno finalmente liberi nella loro terra. A differenza del profeta, Berlinguer si pianta di fronte al Mar Rosso, non trova le energie culturali e umane per attraversarlo, trattiene il suo popolo in Egitto, prigioniero del “faraone” dell’ideologia. A differenza di Mosè, Berlinguer è del tutto sprovvisto di doti profetiche: non ha le risorse né le capacità di immaginare il futuro necessario per la sinistra. E così, con lui, la sinistra comunista italiana non compie alcuna evoluzione verso la terra promessa della modernità. Questo immobilismo lascerà un’ombra pesante e irresistibile nella storia della sinistra.

 

La fine del comunismo

Nel 1989, quando il comunismo sovietico si sgonfia e il Muro di Berlino crolla, il Pci è costretto finalmente a cambiare, ma è ormai troppo tardi. Il cambio del nome avviene senza fare alcun tipo di rivisitazione coerente del mancato incontro con la modernità, né tantomeno scegliendo con coraggio la prospettiva del riformismo. La classe dirigente del partito non avrà il coraggio di dirsi socialista: e questo non soltanto per l’immagine negativa dei socialisti italiani travolti dagli scandali, ma per la resistenza culturale alla liberaldemocrazia europea e per la sopravvivenza di una mentalità antagonista e anticapitalista. Un macigno che ancora pesa, oggi, su quella parte di sinistra incapace di aggiornare i propri strumenti analitici e culturali nel nuovo tempo della globalizzazione. Il Partito democratico aderirà soltanto di recente alla famiglia socialista e democratica europea grazie all’iniziativa di un ex scout cattolico, Matteo Renzi, ma sempre in ritardo, ovvero quando, sull’onda lunga dell’’89, sono ormai entrate in crisi perfino le socialdemocrazie.

 

Dai funerali di Berlinguer alla deriva populista

La morte di Berlinguer avviene in diretta, sul palco di un comizio. Proprio nel giorno della fine, Berlinguer si manifesta nel martirio, quasi come un sacerdote che muore nell’esercizio del rito della sua chiesa. I funerali del 13 giugno 1984 trasfigurano definitivamente la sua immagine (e il suo corpo) di guida carismatica nell’unione mistica con il suo popolo: la rappresentazione plastica di quel populismo comunista che resisterà sotterraneo nel corso della Seconda Repubblica e che si ripropone oggi, almeno in parte, nelle nuove spoglie antimoderne dei Cinquestelle che dalla piazza di San Giovanni partono alla conquista del potere nel paese.

Ecco perché chi si ispira oggi a Berlinguer può farlo solo nel segno della nostalgia per un mondo che, per fortuna, non esiste più. Ma, allo stesso tempo, ci ricorda che le tendenze conservatrici della sinistra antiliberale, populista e antimoderna sono sempre all’opera.

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