Il mio intervento integrale di oggi sul libro di di Giovan Paolo su Dossetti

saggi e dibattiti Il centenario di Dossetti Perché possiamo non dirci dossettiani Stefano Ceccanti   Nel centenario della nascita di Giuseppe Dossetti escono tre volumi a lui dedicati. Il primo, di Roberto Di Giovan Paolo, è bello, completo, sia rigoroso sia “militante”. Quelli di Paolo Pombeni e di Enrico Galavotti sono di taglio diverso, simpatetici e non militanti: uno è una sintesi complessiva ed efficace del percorso dossettiano, l’altro uno screening approfonditissimo sul periodo 1940-1948[1]. Meritano di essere letti insieme, tra storia e politica, perché Dossetti deve essere oggetto di uno studio serio e appassionato per chiunque voglia capire la società italiana, la Chiesa cattolica, la Costituzione e le sue trasformazioni. Lo anticipo sin da subito: per quanto mi riguarda credo invece, al contrario del sottotitolo del libro di Di Giovan Paolo, che possiamo benissimo non dirci dossettiani per portare un contributo fecondo e originale di sviluppo della tradizione del cattolicesimo democratico: e per certi versi dubito che persino lo stesso Dossetti faticherebbe a dirsi oggi dossettiano. Il tema è stato trattato con lo stesso esito da Giorgio Tonini nel capitolo finale del libro che ha scritto con Enrico Morando[2], ed è oggetto di vari contributi nel blog www.landino.it (anche se, in quest’ultimo caso, con una certa articolazione di posizioni). In sintesi, quell’esperienza conteneva alcuni limiti sin dall’origine, e ancor più non è attuale oggi: ha segnato in modo forte una parte della nostra storia di cittadini (dalla Costituzione) e di credenti (col Concilio); ma oggi, in un contesto radicalmente mutato, rifarsi ad essa rischia paradossalmente di avere effetti conservatori anziché progressivi. Faccio una premessa per far capire da dove nasce, forse, questa diversa valutazione, che ha a che fare con l’imprinting dell’accesso alla politica da parte di due coetanei quali siamo Di Giovan Paolo ed io, ma che non è solo un dato individuale. Il testo di Di Giovan Paolo è infatti espressivo di un percorso non solo personale, ma di quella parte della nostra generazione che allora scelse l’impegno nella sinistra Dc fino al Pd (anche se non tutti coloro che hanno fatto quel percorso condividono con la stessa intensità questo suo rifarsi a Dossetti). La generazione è la stessa di alcuni di noi che, pur nella medesima condivisione dell’appartenenza all’area plurale del cattolicesimo democratico, scegliemmo allora un impegno più cultural-ecclesiale, quello nella Fuci, e quindi maturammo, sulla scia di Pietro Scoppola e in collegamento con alcuni nostri coetanei europei, una riflessione più spostata sulla cultura liberale (nel caso italiano ricollegandoci a De Gasperi, in Europa ad alcune delle esperienze del socialismo cristiano non marxista) declinata verso sinistra. La differenza stava nell’esigenza: per chi allora sceglieva l’esperienza Dc, Dossetti era un ancora di salvataggio, perché consentiva di dirsi “di sinistra” in un partito prevalentemente moderato; per chi come noi si occupava più di De Gasperi, Rocard, Delors, Tawney, Peces Barba, il problema era invece come schierarsi a sinistra mantenendo una cultura di governo da democrazia liberale: senza cioè i limiti rivelatbili in larga parte dei cattolici schieratisi a sinistra in Italia, i qiali, abbandonando la Dc o non avendola mai frequentata, avevano anche abbandonato (o mai acquisito) una cultura di governo. Le differenze di valutazione di oggi credo siano dovute soprattutto a quell’imprinting politico iniziale parzialmente diverso. Del resto plurale era su questi aspetti l’area cattolico-democratica: basti pensare allo scarto tra Scoppola e Ardigò all’interno della Lega Democratica. C’è una visione, non compatibile con una moderna democrazia pluralista e poliarchica, in cui lo Stato finisce per avere una sorta di monopolio del bene comune Elenco i quattro dissensi specifici che fondano il giudizio sintetico prima anticipato nell’ordine di lettura del libro di Di Giovan Paolo. In primo luogo (pag. 12) era a monte errata la visione liquidatoria dello Stato liberale, dell’eredità del liberalismo politico, ed era complessivamente inadeguata l’idea, tipica degli anni ‘30, di un progetto storico che prospettava, insieme alla giusta espansione delle finalità delle istituzioni, un ruolo troppo forte dello Stato e delle sue finalità, come ha spiegato Scoppola in particolare nel quarto capitolo de La nuova cristianità perduta[3]. Non era solo un limite di Dossetti e dei cattolici italiani, sui quali aveva specificamente influito in modo negativo la breccia di Porta Pia.  Lo spiegò molto bene nel 2000 Paul Ricoeur al convegno Unesco a 50 anni dalla morte di Mounier rispetto a tutto il personalismo cristiano: “Non avevamo ancora letto e meditato Tocqueville”[4]; e anche con la Liberazione era proseguita poi la spinta culturale rivoluzionaria che, in connessione alla lettura economicistica dell’epoca, aveva svalutato il liberalismo politico e aveva visto nel fascismo “il destino dei riformismi”. Per questo Ricoeur invitava alla fine a vedere la vitalità di Mounier e della sua rivista Esprit separandone il messaggio permanente dai due errori di fondo, il “catastrofismo iniziale” e “l’eccitazione rivoluzionaria”. Allo stesso modo anche il libro di Pombeni, pur fortemente positivo su Dossetti, ammette che la maggiore debolezza teorica del dossettismo era il suo “radicale antiliberalismo”; e a sua volta Galavotti parla di posizione “radicalmente antiliberale” sin dalla sua fase formativa. Fa parte di questo problema, come conseguenza diretta, quel concetto inadeguato, sproporzionato, di “reformatio della società civile” (pag. 40) che è centrale nel discorso di Dossetti del 1951. Una visione che non può essere elogiata e condivisa come se si trattasse semplicemente di una delle tante modalità per esprimere cosa sia lo Stato sociale o il dovere dei cristiani di sentirsi parte anche di un insieme e non solo della loro comunità di fede, come una sorta di vaccino anti-integrista. Lì c’è qualcosa in più: c’è una visione, non compatibile con una moderna democrazia pluralista e poliarchica, in cui lo Stato finisce per avere una sorta di monopolio del bene comune. Un’interpretazione estrema della Costituzione, oltre che una visione in contrasto col ruolo assegnato al potere politico dal magistero cattolico, compreso quello conciliare (in particolare come espresso dalla Dignitatis Humanae. Se ne capisce certo il senso: presentare una visione comparabile (e alternativa) a quella comunista, fuori dal relativo schema ideologico, in una sorta di competizione-collaborazione, e far poggiare su un fondamento solido la necessaria espansione delle finalità dello Stato (unico possibile soggetto di modernizzazione nell’Italia distrutta). Ma si tratta di uno strumentario inutilizzabile oggi e travolto tanto quanto lo statalismo della sinistra storica dalle vicende del 1989. Lo spiega puntualmente, smantellando i pilastri del discorso del 1951, Pietro Scoppola nel volume-intervista con Leopoldo Elia a Dossetti e Lazzati[5]. Il punto di discrimine è esattamente, per usare  le parole di Scoppola, nel “concetto di bene comune in sé definito e non frutto della dialettica delle realtà presenti nella società”. Connesso a questo problema c’è anche quello del rapporto con la principale esperienza storica del mondo liberale, il rapporto con gli Usa (pag. 105 e ss.), positivo e fecondo per De Gasperi, tormentato per Dossetti, come spiega Galavotti: sin dalla sua formazione radicalmente “contro il way of life occidentale”, preoccupato anche per lo “spostarsi l’asse del cattolicesimo verso l’occidente americano”,  ed ancora al Concilio Vaticano II critico della dichiarazione sulla libertà religiosa perché ispirata proprio al cattolicesimo liberale americano. Un tema ripreso in vari punti da Di Giovan Paolo, a cominciare dall’adesione alla Nato, su cui il giudizio storico mi sembra però ormai del tutto maturo, anche e soprattutto da parte di chi viene dalla sinistra storica. Stupisce invece in parte della sinistra di matrice cattolica il rilancio di queste riserve, che porta nel concreto a una sorta di persistenza di una visione neutralistica, con una rilettura di pacifismo radicale dell’articolo 11 della Costituzione che non trova fondamento nella cultura politica realistica dei Costituenti di allora, provenienti dalla Resistenza. Un giudizio che nel 1991, di fronte alla prima guerra del Golfo, separò nettamente Dossetti da un lato ed altri esponenti del cattolicesimo democratico dall’altro, come Scoppola, Gorrieri e Tina Anselmi: questi ultimi anche proprio a partire dalla propria esperienza nella Resistenza.  In secondo luogo (pag. 15), l’esigenza di disporre di un partito radicato per contrastare nel paese la sfida comunista (su cui bene insiste Galavotti segnalando un ottimo articolo di Dossetti su Cronache sociali a proposito delle caratteristiche della forma-partito con cui il Pci riusciva efficacemente a dar vita a un’organizzazione “non solo agitatoria o solo politica, ma indiscutibilmente anche costruttiva ed estesa a compiti pacifici non immediatamente di parte”) impediva a Dossetti di cogliere come più moderni, anziché come vetero-liberali, alcuni aspetti della visione di partito di De Gasperi. Nelle democrazie parlamentari il continuum corpo elettorale-maggioranza parlamentare-governo fa sì che la legittimazione dei vertici di partito giunti al governo sulla base di un mandato dell’insieme dell’elettorato sia inevitabilmente superiore a quello degli organi interni legittimati dai soli iscritti. Da qui, come riconosce in parte anche Pombeni (ammettendo che dagli anni ’70 “si è assistito al declino della tipologia del partito come sede della formazione della volontà politica”), anche i tentativi di conciliare le due logiche con strumenti quali le primarie; e da qui la regola della coincidenza tra leadership del partito più forte e guida del governo. Un modello non perseguibile allora in Italia a causa delle ragioni che portavano alla conventio ad excludendum con la mancata alternanza, per cui il sistema ritrovava flessibilità nell’alternarsi dei capicorrente Dc (e poi anche dei segretari dei partiti minori) alla guida del governo, con un maggior peso degli equilibri interni al partito e dei relativi dosaggi. Quando però, dopo De Gasperi, tale scelta prevalse, essa sancì un’anomalia, non un modello positivo, e portò in realtà più distanti dal modello costituzionale in cui i partiti vengono sì associati all’alta finalità di determinare la politica nazionale, ma come strumenti dei cittadini, sulla linea evolutiva precisata da Pietro Scoppola ne La Repubblica dei partiti[6]. Ancora negli anni ’90, in materia di cosiddetti “valori non negoziabili”, Dossetti ha continuato a proporre visioni fortemente tradizionali, in questo risultando più distante dalle sensibilità prevalenti nel cattolicesimo democratico come quelle espresse dal card. Martini In terzo luogo, se dobbiamo trarre da questi esempi l’invito a restare su una politica alta di credenti laici, non bloccata da una certa retorica regressiva dei valori non negoziabili, è vero che, come sottolinea Pombeni, per i dossettiani alla Costituente erano stati prioritari i temi di riforma “economica e sociale”, e che De Gasperi e Dossetti condividevano in generale l’opposizione al confessionalismo geddiano; ma è altresì vero che dai retroscena dei lavori della Costituente (ricostruiti ad esempio dai lavori di Padre Giuseppe Sale) si ricava come a partire dalla mancata costituzionalizzazione dell’indissolubilità del matrimonio civile le maggiori perplessità fossero venute da De Gasperi, proprio in nome di una visione più limitata e meno invasiva del ruolo dello Stato, e non certo da Dossetti e La Pira. Questi ultimi insistettero allora con la Segreteria di Stato affinché non si desse via libera a mediazioni quali quelle sostenute dai degasperiani, tese a costituzionalizzare non l’indissolubilità, ma un richiamo più ragionevole alla stabilità quale caratteristica chiave della famiglia (ipotesi che il degasperiano Corsanego provò poi a difendere senza successo in Segreteria di Stato). In questi casi specifici non si trattava, come si capisce bene dal testo di Galavotti, di posizioni sostenute da Dossetti e La Pira per questioni di obbedienza, ma di convincimenti profondi sul fatto che lo Stato dovesse far valere sin dalla Costituzione - per passare poi alla legislazione ordinaria - la connessione stringente tra sessualità, procreazione e matrimonio. Per inciso: ancora negli anni ‘90, in materia di cosiddetti “valori non negoziabili” e nello specifico della visione della sessualità, Dossetti ha continuato a proporre visioni fortemente tradizionali, in questo risultando più distante dalle sensibilità prevalenti nel cattolicesimo democratico come quelle espresse ad esempio dal card. Martini. Anche per questi motivi non mi sembra accettabile lo schematismo con cui Lorenzo Gaiani[7] accusa ogni critica a Dossetti di convergere in sostanza sulla delegittimazione tentata dalla destra cattolica. Qui il fuoco della critica è sull’asse liberalismo-antiliberalismo, non c’entra niente con le accuse tradizionaliste, peraltro infondate, di criptocomunismo o di sovversione della Tradizione. In quarto luogo, non credo personalmente che il ritorno del 1994, con i Comitati di difesa della Costituzione, al di là delle intenzioni originarie di Dossetti sia stato particolarmente fecondo, come ha motivato puntualmente Marco Olivetti[8]. Quei Comitati hanno imboccato ben presto una deriva conservatrice, di immobilismo costituzionale, perchè al di là della preoccupazione fondata per le modalità di metodo e di contenuto con cui il centrodestra affrontò il tema della revisione costituzionale (ad esempio con le suggestioni di Miglio di dividere l’Italia in tre cantoni), hanno scambiato gli effetti (le modalità con cui il berlusconismo si è inserito con le istituzioni) con le cause (la debolezza delle istituzioni, che il conflitto di interessi è intervenuto in modo del tutto anomalo a surrogare). Da qui anche la confusione sui rimedi: le democrazie parlamentari non si basano affatto sull’equilibrio tra legislativo ed esecutivo, tanto più perché si sono estesi i compiti dello Stato. In realtà quella formula in Italia mascherava un’altra anomalia: il fatto che, non potendo né realizzare l’alternanza né una grande coalizione, il Parlamento era il luogo delle intese stabili col principale partito di opposizione. Un equilibrio favorito dalla debolezza delle norme costituzionali di razionalizzazione (concepite volutamente più per volontà di De Gasperi che non di Dossetti nel contesto della guerra fredda), ma non più riproducibile dopo il 1989. Non si tratta quindi di tornare a questo mitologico equlibrio, ma di rafforzare per un verso il continuum corpo elettorale-maggioranza-governo, e per altro il suo bilanciamento naturale, lo Statuto dell’Opposizione, direttrice su cui si mosse invece il protagonismo dei cattolici nel movimento referendario. Peraltro il Dossetti di dieci anni prima, della citata intervista di Scoppola ed Elia, criticava il “garantismo eccessivo” della seconda parte della Costituzione, dovuta ai timori reciproci per gli equilibri futuri che sarebbero scaturiti dalle elezioni del 1948; e segnalava che i Costituenti che più avevano instistito per le finalità alte sancite nella prima parte avevano poi avvertito come contraddittoria quella scelta relativa alla parte organizzativa, che avrebbe consentito di meno di attuarli nella concreta azione di governo. Un’analisi fatta propria puntualmente anche da Costantino Mortati negli anni ’70. E’ tempo di un incontro tra cattolici e sinistra storica su una base solidamente liberale, come in gran parte dei partiti del Pse Il lavoro di Galavotti dimostra su questo, al di là della deriva dei Comitati, una coerenza di Dossetti dalle prime impostazioni del 1946, in cui immaginava (proprio come il De Gaulle del discorso di Bayeux dello stesso anno e del testo originario della Costituzione del 1958) di rafforzare il governo facendolo poggiare anche su un Presidente della Repubblica non eletto dal Parlamento né dal popolo ma da “grandi elettori”; fino ad un intervento del 1993 in cui spiegava ancora che per necessità, e per sfiducia reciproca sulla lealtà democratica, si erano costruite “strutture non perché funzionassero, ma perché fossero deboli e non potessero quindi funzionare: il governo, anzitutto”. Caso mai è quello il Dossetti da recuperare, specie ora che il berlusconismo declina. Per inciso a me sembra, come rileva Marco Rizzi[9], che entrambe le principali reazioni cattoliche al berlusconismo fossero sostanzialmente inadeguate: la linea dei Comitati per la Costituzione si opponeva a Berlusconi perché visto come il campione della secolarizzazione, nella convinzione che fermando lui si sarebbe fermata anche quella; mentre quella opposta, la linea ruiniana, pensava in sostanza a neutralizzarla alleandosi con Berlusconi e frenando una certa evoluzione legislativa in alcuni ambiti “sensibili”, visti come causa anziché effetto della secolarizzazione. Uno schema, quest’ultimo, ripetuto anche nella pars construens del recente intervento del card. Scola su laicità e libertà religiosa. Due risposte entrambe illusorie, dato che il nodo era quello evidenziato da Pietro Scoppola ne La nuova cristianità perduta: una presenza molecolare della Chiesa capace di discernere dentro l’ambiguità dei processi di secolarizzazione. Insomma il dossettismo, o comunque la sua rivisitazione semplificata in termini di attualità diretta, al di là dei suoi meriti e limiti di allora e delle sue stesse oscillazioni, non porta alla sinistra italiana il valore aggiunto necessario di un rapporto fecondo con la moderna cultura liberale né sul versante economico, né sulla politica internazionale, né sulla visione del partito e delle istituzioni. Riproduce su un versante diverso i medesimi limiti della cultura di tradizione postcomunista, anch’essa per tanti aspetti meritoria nel radicare la democrazia, ma oggi non riproponibile. Solo in continuità con la visione degasperiana c’è un ruolo fecondo e originale, simile a quello giocato dal Christian Socialist Movement con l’elaborazione della Terza Via nel Labour Party. Non a caso tale movimento per il mese prossimo, nella tradizionale Tawney Lecture che anima il dibattito nel Labour, mette a tema, sia pure in modo problematico, la conciliabilità tra pensiero liberale e bene comune in una prospettiva non individualistica. E’ tempo di un incontro tra cattolici e sinistra storica su una base solidamente liberale, come in gran parte dei partiti del Pse. Serve più Tawney e più Bernstein insieme, e un’insistenza minore sulle eredità troppo pesanti e poco liberali che pesano ancora sul Pd. Altrimenti anziché essere un laboratorio positivo “democratico” che aiuta il socialismo liberale a superare i suoi limiti rischiamo di essere un fattore di ritardo.  Per questo possiamo non dirci dossettiani. Per certi versi è lo stesso Dossetti a invitarci e a obbligarci a non esserlo: e proprio a proposito del Labour Party, oggetto di interesse per la sua vittoria elettorale postbellica, come ci ricorda Galavotti e come aveva segnalato qualche anno fa Luigi Covatta nel suo volume sui riformisti nella storia della Repubblica[10]. Nella scarsità di informazioni di allora Dossetti è in grado di ricostruire sia alcuni elementi-chiave della piattaforma elettorale sia di capire che si tratta di un socialismo etico a forte ispirazione religiosa: “Un socialismo spirituale e cristiano [...] nuovo o appena albeggiante che i partiti marxisti italiani [...] per ora sembra che neppure loro intravedano o almeno non intendano attuare “. Profezia che si avvererà in pieno nel 1949 con l’esclusione del Psi dall’Internazionale socialista. Il punto è che, come ricorda Galavotti, il Labour e le socialdemocrazie nordiche connettevano non solo ispirazione religiosa e valori del socialismo, ma anche una forte eredità liberale: e Dossetti a questo proposito “dimostrava di avere una conoscenza piuttosto circoscritta della storia del liberalismo”. Infatti per Tawney (come ricorda Graham Dale, il principale studioso recente del socialismo religioso inglese) il punto chiave per far evolvere il Labour “dalla sua identità di classe o dominata dai sindacati verso un appello a tutti i socialisti, incluso l’insegnante, il dottore, l’uomo di scienza” (lo stesso problema di Bernstein in Germania) consisteva nel rafforzamento reciproco della lotta per “uguaglianza e libertà”. 


[1] R. DI GIOVAN  PAOLO, Dossetti, il dovere della politica. Perchè non possiamo non dirci dossettiani, Nutrimenti, 2013;  P. POMBENI, Giuseppe Dossetti, Il Mulino, 2013; E. GALAVOTTI, Il professorino, Il Mulino, 2013.
[2] E. MORANDO, G. TONINI, L’Italia dei democratici. Idee per un manifesto riformista, Marsilio, 2012.
[3] P. SCOPPOLA, La “nuova cristianità” perduta, Studium, 1985.
[4] Ora in Mondoperaio, ottobre 2010.
[5] A colloquio con Dossetti e Lazzati. Intervista di Leopoldo Elia e Pietro Scoppola (19 novembre 1984), Il Mulino, 2003.
[6] P. SCOPPOLA, La Repubblica dei partiti, Il Mulino, 1991.
[7] Aggiornamenti sociali, luglio-agosto 2008.
[8] M. OLIVETTI, L’ultimo Dossetti, dieci anni dopo, Quaderni costituzionali, n.2/04, Il Mulino.
[9] M. RIZZO, Geografia dell’Italia Cattolica, Corriere della Sera, 25/08/2011.
[10] L. COVATTA, Menscevichi. I riformisti nella storia dell’Italia repubblicana, Marsilio, 2005.

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