Il Codice di Camaldoli: testo prezioso per lo Stato sociale, non colpevole di derive stataliste e assistenzialiste, di Stefano Ceccanti


Indubbiamente il Codice di Camaldoli, il documento di vari studiosi cattolici elaborato negli stessi giorni in cui con l’ordine del giorno Grandi maturava la crisi di Regime, ha prefigurato la successiva Costituzione economica. Ma può essere ritenuto corresponsabile anche di derive stataliste e assistenzialiste? Per rispondere riepiloghiamo il percorso dalla stesura allo sviluppo. Esso codifica diritti e doveri di un moderno Stato sociale: la dignità del lavoro, i limiti alla proprietà privata, il giusto salario, i sussidi di disoccupazione, i diritti pensionistici, la tutela della salute del lavoratore, l’importanza dei sindacati, il diritto alla casa, l’estensione dell’istruzione alle classi più deboli e più in generale un concetto ampio di bene comune. 

Il passaggio più rilevante lo ha sottolineato Paolo Emilio Taviani, che mostra anche nelle sue Memorie l’impatto effettivo sul testo costituzionale: il Codice segna una rottura netta col corporativismo perché gli Autori si erano resi conto che esso, nel periodo contemporaneo, era del tutto inseparabile da regimi autoritari ormai rigettati. Segna anche una rottura con l’illusione che alcune puntuali soluzioni di policy come la cooperazione e la partecipazione ai profitti potessero servire come chiave di proposta complessiva di una Costituzione economica. 

Nella ricostruzione di Taviani, autore in prima persona, e per questo interprete autentico del Codice e del suo sviluppo, lo Stato interventista non era statalista perché esso si collegava alle economie e alle società aperte dell’area occidentale euro-atlantica, mentre nell’impostazione di un’altra personalità della sinistra cattolica, Dossetti, quel vincolo non ci doveva essere e il Paese doveva abbracciare un’opzione neutralista collegata a un obiettivo ben più elevato di rifacimento dall’alto della società civile, come dichiarato poi nel discorso ai Giuristi Cattolici del 1951. Un’impostazione, quella di Dossetti, difficilmente conciliabile con una democrazia liberale perché, come rilevato da Scoppola finiva per riproporre un sostanziale monopolio del bene comune da parte dello Stato, “non frutto della dialettica delle realtà presenti nella società”.

Gli autori del Codice erano anche contemporaneamente sostenitori del progetto europeo (oltre che in seguito anche atlantico), che portava con sé la lotta a chiusure corporative: ruolo dello Stato e limiti alla sovranità verso l’alto si tenevano insieme; quando l’articolo 41 della Costituzione parla di ‘controlli’ lo fa anche per prevenire la formazione di monopoli, ossia al tempo stesso per fini sociali e strumenti liberali. Anche per questo essi valorizzavano la sussidiarietà: come ricordava Vittorio Bachelet, in sintonia con Taviani, l’articolo 41 della Costituzione ha preferito la parola ‘programmi’ a quella di ‘piani’ per indicare una programmazione per incentivi, per premi e punizioni, più che attraverso una gestione diretta statale generalizzata. In questo senso gli Autori non erano affatto distanti dalla sensibilità sturziana sui rischi di degenerazioni statalistiche e assistenzialistiche. Per questo la parte sulla Costituzione economica poté coagulare un consenso vasto, Einaudi compreso. Del resto quando Taviani deve indicare in termini sintetici quali siano i suoi riferimenti maggiori, che chiama “ideali sociologici” indica puntualmente nell’ordine: “Codice di Camaldoli, Sturzo, Maritain, Mounier”, mentre di Dossetti dice “Troppo grande per poter accettare la vita nel paradiso perduto. Troppo grande per interpretare le regole del minor male”. Quindi nella lettura di Taviani Camaldoli era più vicina a Sturzo che non a Dossetti e anche per questo fu base condivisa per una Costituzione economica innovativa ma non statalista. Taviani non nega le degenerazioni stataliste e assistenzialiste avvenute, ma ne individua la causa nella mancanza di alternanza al Governo che ha finito con l’appiattire i partiti di Governo sulla gestione statale e che ha spinto i partiti di opposizione per un verso a consociare e per altro a scadere nella demagogia e, al crollo del Muro di Berlino, plaude finalmente alla possibilità dell’alternanza e al fisiologico pluralismo dei cattolici, prima bloccato dalla mancanza di consenso sui fondamenti comuni di appartenenza all’area euro-atlantica, che aveva imposto la necessaria, ma costosa, convergenza al centro. Una lettura che coglie bene il divenire della effettività della Costituzione.

 

Da Il Sole 24ORE, 24 agosto 2023

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