Errori e misfatti, di Luciano Iannaccone (segue)

Mentre la crisi del 2008 ha avuto cause esterne e globali, la situazione attuale ha in modo assolutamente prevalente cause interne, a partire dalle esternazioni e dalle azioni che hanno connotato nascita ed inizi del nuovo governo gialloverde. Nei primi due trimestri del 2018 il Pil aveva fatto registrare un +0,4% ed un +0,3%, sostanzialmente in linea con il +1,7% annuo del 2017. Ma intanto i comportamenti e le incaute parole governative sollecitavano timori internazionali sulla sostenibilità dell’enorme debito italiano, con un rapido aumento dello spread che da quasi un anno oscilla tra il 200% ed il 250% di quello medio precedente, secondo solo alla Grecia, con rilevanti maggiori costi di  interessi per lo Stato e criticità per le banche italiane, che ne sono importanti detentrici. Voci sprovvedute oltre ogni limite risuonavano incessantemente facendo capire all’intera comunità internazionale quanti dilettanti allo sbaraglio e casi umani si muovessero nell’orbita governativa, a partire dal vice-presidente promotore del “decreto dignità” che ha favorito l’interrompersi della crescita occupazionale in corso da quattro anni.

 Lo sbocco è stata la “recessione tecnica” degli ultimi due trimestri 2018, interrotta nel primo trimestre 2019 secondo dati preliminari, e la sostanziale stagnazione prevista per il 2019, che fa dell’Italia una delle pochissime economie mondiali (stanno sulle dite di una mano, Venezuela in testa) previste in caduta o stagnazione nel periodo che va dal secondo semestre 2018 a tutto il 2019. Per non parlare dell’Europa, che i nostri eroi hanno trasformato da opportunità in problema, e soprattutto delle nubi nerissime che si addensano sui conti pubblici, su coperture che non ci sono a partire dal 2019 e sul debito che rischia quindi di impennarsi, analogamente a quanto cominciò a fare dieci anni fa, ma oggi in una situazione assai meno sostenibile.

Insomma, un disastro, dove i leghisti esperti non sono meno colpevoli degli asini a 5 stelle.  

 

Dovremmo allora chiamare in causa, per concorso di colpa, gli elettori che il 4 marzo 2018 hanno votato 5 Stelle e Lega più quelli che sono successivamente aggiunti, come dicono i sondaggi, nel sostenere la Lega. Infatti gran parte delle decisioni o intenzioni governative che hanno provocato questo disastro erano ben chiare nei programmi elettorali di entrambi, così come il loro costo che avrebbe scardinato i conti pubblici. Infatti sia le promesse del centro-destra ( dalla “flat tax” all’abrogazione o “superamento della Fornero” alle pensioni minime a 1000 euro) che quelle 5 Stelle ( reddito e pensione di cittadinanza, riduzione aliquote irpef, aumento spesa corrente con massicce assunzioni pubbliche) prevedevano maggiori spese o minori entrate per più di cento miliardi, sufficienti a provocare il dissesto dello stato italiano.

Obiettivo questo raggiungibile anche soltanto con le poche promesse mantenute, perché le mancate entrate in conto corrente e soprattutto in conto capitale, il maggior deficit, il conseguente aumento del debito, la diffidenza di chi lo deve finanziare rischiano di provocare fin dall’autunno 2019 una crisi finanziaria che pagheremmo tutti oppure una massiccia ondata di nuove tasse.

Quindi concorso di colpa per molti cittadini elettori ?

 

Sicuramente, ma non solo loro. Infatti l’orientamento complessivo del voto del 4 marzo ha segnalato distacco e contrarietà verso i governi Renzi e Gentiloni e lo schieramento a loro collegato. Solo per le promesse invitanti degli altri?  Anche per un voto di protesta. Eppure erano stati quattro anni di buon governo, con quasi metà della precedente caduta del Pil recuperata, più di un milione di nuovi posti di lavoro, un discreto andamento dei conti pubblici, una pur modesta, ma progressiva riduzione fiscale, importanti riforme del lavoro, dal job act alla Naspi che ne è parte.

Ma i governi Renzi e Gentiloni, mentre hanno promosso e secondato una sana politica economica ed occupazionale, sono apparsi poco consapevoli e partecipi delle conseguenze sociali della crisi 2008/2013 ancora presenti. Quella crisi ha colpito pesantemente l’occupazione, pesantemente quella di lavoro autonomo, con molte decine di migliaia di dissesti, centinaia di suicidi economici (accuratamente rimossi dalla nostra memoria), non raramente di coniugi.

Il rinnovo contrattuale degli statali è diventato purtroppo per il governo più importante dei tanti che conoscevano per la prima volta o dopo tante tempo il morso della miseria. Il trionfalismo governativo è sembrato insopportabile, assieme alla paura del futuro prossimo ed al  bisogno di sicurezza.

E poi un evento decisivo: seicentomila arrivi via mare di migranti a partire dal 2014, gestiti e governati  dai trafficanti che hanno fatto dell’accoglienza italiana in mare ed in terra uno incentivo per sviluppare  il loro business delle partenze irregolari. Ci sono voluti il coraggio e l’azione di Minniti nel 2017 per smontare progressivamente questo gioco al massacro, in cui il diritto all’asilo dei rifugiati (pochi) si mescolava con aspirazioni di molti che solo un corretto incontro fra domanda ed offerta di lavoro gestita oltremare avrebbe potuto in parte soddisfare. E il coro delle “forme ingenue e suicide di multiculturalismo naif” di cui ha scritto Giorgio Armillei, espressione di una minoranza incurante delle paure degli altri, nutrita di buonismo, ma lontana dalle periferie e dal bisogno, ha esasperato ancora di più gli animi di tanti.

Perché almeno dal 2014 l’accoglienza dall’Africa ha impegnato qualche miliardo all’anno del bilancio pubblico, mentre il reddito di inclusione per sovvenire la povertà è entrato in funzione solo nel 2018. E con risorse ben diverse tra gestione degli sbarchi e povertà nazionale non solo nei numeri assoluti, ma anche e soprattutto pro-capite. L’ “acceptio personarum” di cui parla Giacomo nella sua lettera (2, 1-4) c’è stata, e non a favore degli  italiani poveri.

Senso di ingiustizia subita, precarietà e bisogno di sicurezza si sono saldati alla rivendicazione ed alla difesa del “localismo”, il tutto cavalcato da Salvini, ed alla protesta dei furiosi e dei furbi, incanalata dalle sirene a 5 Stelle. Anche perché nel messaggio elettorale Pd l’azione di Minniti non veniva sostanzialmente rivendicata ed era comunque posposta al dogma vincolante di un multiculturalismo elitario.

 

Ma il concorso di colpa del Pd è doppio, perché si è attuato sia prima che dopo il 4 marzo. Dopo il voto l’iniziativa politica del Pd, anziché rivendicare finalmente con forza la politica di Minniti (da cui Salvini trae, spesso maldestramente, i frutti) da una parte e dall’altra la conferma di una scelta riformatrice e liberale, meno dedita ad annunci e trionfalismi e più attenta nel dare risposte incisive ad una articolata  domanda sociale, ha fatto esattamente il contrario. Anziché rivolgersi ai ceti produttivi ed al bisogno di lavoro, persistente malgrado la crescita occupazionale,  si è chiusa in vecchie alchimie e ragionamenti.

 

Infine Zingaretti, “l’ecumenico senza prospettive” come lo ha definito Giovanni Cominelli,  si è  posizionato a sinistra, dove del resto stava già, per reimbarcare tutto l’imbarcabile, con una parola buona per tutti, da Calenda a Speranza. Le conquiste riformatrici di Renzi, pare di capire,  dovranno essere oggetto (lo sono già) di revisione e severa contestazione critica, in un “campo largo” e vetusto in cui sinistra, trasformismo e multiculturalismo naif si troveranno benone e si celebreranno i fasti antichi e nuovi delle mezze figure.

Bene ha fatto “Siamo Europei” con Calenda ed altri a cointestarsi il simbolo per le elezioni europee, perché la campagna elettorale per l’Europa oggi necessaria va combattuta e candidati come Morando, Calenda, Tinagli, Bonafè e altri danno credibilità alla lista “Pd – Siamo europei” e meritano il nostro voto.

Ma è ancora più chiaro che il “nuovo” di cui abbiamo bisogno non c’ ancora: l’esame di errori e misfatti qui condotto ci aiuti a non commetterne troppo presto di nuovi. A riscoprire l’urgenza di una politica liberale e a  camminare verso  là dove forse “novus nascitur ordo”. Quello di una nuova Europa e di un’Italia diversa perché migliore.

 

 

 

 

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