Come far nascere una nuova elite politica - Luigi Lochi

Come far nascere una nuova elite politica. Appunti per una proposta operativa. 1. Inizio da una domanda in apparenza astratta: in una società mercantile, secolarizzata, spaventata, arrabbiata, delusa e ripiegata su se stessa; in una società dove i partiti non sono più partiti-chiesa , connotati da una forte appartenenza ideologica e dove la mobilità elettorale è spesso legata agli umori del momento piuttosto che ai programmi, ha ancora un senso porre la questione del rapporto tra politica e cultura? Almeno per un partito come il PD questa domanda ha senso, soprattutto ora che il referendum è alle spalle e si avverte l’urgenza di riconnetterlo alla vita delle comunità, perché siano le loro domande a dar corpo alle priorità dell’azione politica. 2. E tuttavia il rapporto tra la politica e la cultura non si ripristina semplicemente con il coinvolgimento degli intellettuali, delle associazioni della società civile, delle forze del volontariato a cui demandare il compito di produrre idee. Sarebbe troppo semplice e al tempo stesso troppo facile. Si cadrebbe nell’ennesima illusione di credere che quel rapporto si ristabilisca naturalmente attraverso un programma ben costruito, l’ennesimo libro dei sogni, magari frutto di moderne weltanschauung, ma distante dai veri bisogni . Spetta alla politica, annotava Paolo Prodi, saper sentire, avere sensibilità e competenza per capire, per non essere analfabeta sociale. ..La politica non costituisce una società separata ma uno strato di servizio che sa ascoltare……” (Ipotesi per una politica culturale 1986). Spetta alla politica andare a capire quali nuovi interessi stiano maturando nella società, quale nuova logica di azione collettiva possa e debba occupare lo spazio oggi vuoto della mediazione (De Rita, Corriere della Sera 29.12.2016). La politica, quella democratica, si riconnette alla cultura se ha il coraggio di muoversi, “di salpare dai porti in cui vegeta” (E.Mounier) e di andare verso le comunità, verso i territori, misurandosi con le loro attese, le loro speranze, le loro difficoltà e assumendo su di sé il lavoro impegnativo e faticoso di ascolto, di raccolta e di interpretazione delle domande e di organizzazione delle risposte. La politica, quella democratica, solo se ha l’umiltà di coniugare al presente i tre verbi andare, ascoltare, organizzare ( prendendo in prestito un pò della metodologia tipica dell’Azione Cattolica), sarà anche capace di produrre cultura politica e assieme ad essa la necessaria discontinuità (o rottamazione). 3. Che fare allora? Suggerisco una esperienza nata “sul campo”, intorno alla metà degli anni novanta, grazie ad una piccola struttura pubblica Imprenditorialità Giovanile, che sperimentava le prime misure innovative in tema di promozione del cosiddetto capitalismo diffuso mediante l’autoimprenditorialità. In quegli anni, Giuseppe De Rita, Carlo Borgomeo e Aldo Bonomi declinarono i tre verbi secondo linguaggi e contenuti nuovi, dando vita ad una modalità di accompagnamento dei processi di sviluppo delle comunità la cui intuizione originaria si deve ad Adriano Olivetti. Attraverso le Missioni di sviluppo e gli animatori di comunità si tentò di riannodare le relazioni comunitarie ( le reti corte) e di ripristinare il legame con le Istituzioni (le reti lunghe) intorno alla “domanda di sviluppo” che la comunità attraverso i suoi attori veniva sollecitata a costruire. “I processi di comunità – osservava De Rita – si strutturano e si fanno società, ma devono diventare condensa istituzionale ed essere accompagnati dalle Istituzioni”. A scanso di equivoci, va detto subito che i processi di comunità non hanno niente in comune con le pratiche della cosiddetta concertazione. La composizione sociale postfordista che caratterizza la comunità di oggi, non può essere, infatti, affrontata con i modelli fordisti della concertazione. La crisi di rappresentanza non riguarda solo i partiti, ma si estende ai sindacati, alle associazioni professionali e di categoria. Quando questo modello di accompagnamento, che ha avuto il grande merito di porre l’accento più sulla “domanda” di sviluppo che la comunità era in grado di esprimere che sulla “offerta” di risorse che il centro era capace di attivare, è stato in una certa fase imprigionato nelle più fredde regole procedurali centralistiche prima e regionalistiche dopo, si è consumato l’ultimo tentativo di affrontare la “tristezza” delle popolazioni meridionali scommettendo davvero sulle loro potenzialità di riscatto. 4. Questa passata esperienza può aiutare oggi la politica, quella democratica, a ritrovare le nuove parole, a ricomporre una nuova grammatica. Attraverso questi processi di comunità si ha oggi l’opportunità di produrre cultura politica nuova. Il PD, allora, se vuole davvero riannodare i legami con le persone e con la cultura dovrà scommettere su un modello di intervento capace di: 1. stanare soprattutto gli innovatori, i giovani che vogliono scommettere sulle loro potenzialità, rischiare il proprio talento, i propri “principi attivi”, e mettere fuori gioco “gli estrattori di rendita” che bloccano ogni vera ri-nascita; 2. stare sul territorio e uscire dalla «prigione del disegno» elaborato in astratto dal centro; 3. relativizzare l’importanza delle procedure per concentrarsi sulla attuazione di pochi e chiari obiettivi strategici; 4. definire i risultati non più in termini di esecuzione di meri adempimenti amministrativi e di quantità di risorse impegnate, ma facendo attenzione alla qualità dei risultati. Questo modello di intervento territoriale ha nella figura dell’animatore di comunità le sue gambe. Si tratta, quindi, di definire un progetto operativo e formare i nuovi animatori di comunità che avranno il compito di facilitatore i processi di comunità. Essi, accanto alle competenze (capacità di costruzione di reti, raccolta e interpretazione delle domande sociali, organizzazione delle risposte), dovranno naturalmente disporre di passione militante: di quel supplemento d’anima senza il quale il loro ruolo potrà facilmente essere confuso con quello dei professionisti della politica. Una cultura politica nuova potrà affermarsi se sorgerà una nuova elite che faccia propria l’ammonizione di De Rita secondo cui si governa accompagnando e non comandando. ?????????Luigi Lochi

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