Un weekend per riformare e non per conservare

Le due manifestazioni in programma a Roma e Bologna nel prossimo weekend sintetizzano plasticamente 30 anni di discussioni e di conflitti sul tema delle riforme costituzionali. Discussioni e conflitti tutt'altro che accademici. Intorno alla riforma della costituzione si gioca infatti una partita politica che vede da un parte i sostenitori della riforma, a beneficio della capacità degli elettori di incidere sulla scelte dei governi e delle politiche, e dall'altra i sostenitori dello status quo, a beneficio degli interessi delle oligarchie politiche, delle rendite di posizione economiche o, qualche volta, di schemi ideologici che non è sbagliato etichettare come vere e proprie mitologie della costituzione. Il 1 giugno parte a Roma, al Tempio di Adriano in Piazza di Pietra dalle ore 10.30, la campagna di "scegliamoci la repubblica" per il sostegno al disegno di legge di iniziativa popolare per l'introduzione nella nostra costituzione di una forma di governo semipresidenziale affiancata da una legge elettorale maggioritaria con doppio turno di collegio. In sostanza l'importazione, non priva degli opportuni accorgimenti di adattamento, del modello francese evoluto dopo le riforme del 2000 e del 2008. Gli elettori scelgono direttamente il Presidente della Repubblica che dispone di sostanziali poteri di governo. Tuttavia condivide in parte questi poteri con un Primo ministro da lui nominato. Questo Primo ministro, e il suo Governo, sono sottoposti ad un rapporto fiduciario con la Camera che può quindi sfiduciarli secondo le regole del parlamentarismo. La Camera è eletta con un sistema elettorale che garantisce il rapporto diretto tra elettore ed eletto e che beneficia dell'effetto aggregativo dell'elezione del Presidente della Repubblica. I poteri del Presidente, del suo governo e della maggioranza parlamentare sono bilanciati da un rafforzamento dei poteri di garanzia costituzionale diffusi in più punti dell'architettura costituzionale. Modalità di accesso al giudizio della Corte costituzionale, statuto costituzionale dell'opposizione, rappresentanza istituzionale dei governi regionali e locali, autonomia e responsabilità del Consiglio superiore della magistratura (salve le opportune distinzioni tra giudici e pm) compongono un articolato quadro delle garanzie. Il 2 giugno a Bologna si celebra, al contrario, l'ideologia dello status quo. Si ripropone infatti, intorno alla leadership di Libertà e Giustizia, l'intero menù del conservatorismo costituzionale italiano, quello che a partire dalla Commissione Bozzi del 1983 ha costruito complicatissime strutture intellettuali per sostenere una tesi alla fine molto semplice: la forma di governo prevista dalla seconda parte della nostra costituzione non si può modificare. Ogni tentativo di cambiamento è instrinsecamente pericoloso e come tale va contrastato in tutti i modi, anche ricorrendo alla mitologia costituzionale. Si fa finta così di non sapere che gli stessi costituenti avevano ben chiari i fortissimi limiti della forma di governo parlamentare regolata dalla Costituzione del 1948, anche se il contesto politico non consentì soluzioni diverse da quella adottata. Si predica una dottrina dell'immodificabilità dell'intera forma di governo che ha scarso fondamento giuridico. Si giunge anche con il ritenere minaccioso il giusto irrigidimento di Napolitano in tema di riforma della legge elettorale. Si finge infine di ignorare che le transizioni costituzionali sono caratterizzate da un conflitto tra coloro che debbono essere riformati, e che tentano in tutti i modi di farlo solo a parole, e coloro che vogliono riformare, che giocano il più delle volte una partita in parte esterna al sistema della rappresentanza e che quindi stentano a trovare posto nelle procedure consolidate di revisione costituzionale. Il 1 giugno si vuole cambiare il sistema parlamentare previsto dalla nostra costituzione per far crescere la capacità di decidere del nostro sistema politico e l'influenza dell'elettorato nella scelta del governo e del suo indirizzo politico. Il 2 giugno si vuole conservare quel sistema per difendere un quadro ideologico ormai consumato, in primo luogo, dalla nostra storia istituzionale. Non è difficile decidere da che parte collocarsi.

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