Rosy Bindi: un sincero malinconico tramonto

In un’intervista serrata e sincera a il Fatto del 10 aprile Rosy Bindi mostra tutte le contraddizioni del suo itinerario politico degli ultimi 20 anni. Contraddizioni che non sono ovviamente solo le sue ma di tutta un’area ulivista che ha vissuto dagli anni novanta l’illusione di una politica di sinistra alternativa all’universo liberaldemocratico. Una specie di ulivismo berlingueriano, si potrebbe dire, fondato sulla supremazia morale della sinistra. Con tutti i corollari del caso: rifiuto della democrazia decidente, suddivisione manichea tra buona e cattiva politica, ancoraggio al cattolicesimo politico come alterità radicale. Ecco allora che il pregiudizio verso la democrazia decidente e la conseguente personalizzazione della leadership porta Rosy Bindi a non vedere che il rimedio che lei stessa auspica - avere un sistema politico elettorale nel quale la sera delle elezioni si conosce il nome di chi guiderà il governo pur in costanza di regime parlamentare - sarebbe stato esattamente l’esito dell’accoppiata Italicum / riforma costituzionale da lei radicalmente osteggiata perché frutto di una forzatura governativa. Forse Rosy Bindi dimentica di essere stata ministro di un governo che assunse l’iniziativa parlamentare per la riforma costituzionale del titolo V. E componente di una maggioranza che attivò la richiesta di referendum confermativo. Esattamente come hanno fatto Renzi e il PD nel 2016. Nulla di più, nulla di meno. Ecco allora la presa di distanza dal populismo grillino al quale però Rosy Bindi stessa ha dato più di una mano, civettando con il populismo giudiziario che del primo è la declinazione principale. Anzi è questo che paradossalmente ha generato il primo, a partire dagli eccessi e dalle storture della stagione di tangentopoli, finendo con il tabù della separazione delle carriere e della responsabilizzazione dell’azione dei pubblici ministeri. Ecco infine il suo riferimento al magistero di Papa Francesco che così rischia però di essere assunto immediatamente come piattaforma politico culturale. Con l’inevitabile conseguenza di venirsi a trovare intrappolati in una variante radicalizzata ed elitaria del dossettismo. Trappola nella quale Rosy Bindi finisce inevitabilmente per restare impigliata. E’ la distanza dal riformismo cattolico liberale di sinistra che connota ancora dopo 23 anni di vita politico la traiettoria di Rosy Bindi, anche quando con la nascita del PD quel riformismo ha trovato il modo di convivere in un partito necessariamente plurale. La conclusione di questa traiettoria nell’orbita della tradizione socialdemocratica novecentesta di Orlando, sulla quale Rosy Bindi non incontra neppure tutti i pezzi del suo mondo, rappresenta un esito coerente ma destinato al tramonto. La sinistra del XXI secolo è ormai un’altra, basti pensare a Macron. Il resto è sconfitta.

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