Presidenzialismo, i cattolici non sono distratti (da Europa di oggi 05.06.2013)

Le obiezioni di Franco Monaco contro l’importazione adattata del modello francese (all inclusive, legge elettorale e forma di governo) hanno un merito. Evitano le scomuniche scalfariane e portano la discussione su un terreno pragmatico, fatto essenzialmente di confronto tra condizioni, potenzialità, costi e benefici. Provo dunque a seguire Monaco non senza una premessa di carattere generale. La discussione sulle riforme istituzionali ha seguito molti sentieri in questi ultimi trent’anni. Un criterio è però in grado di classificare piuttosto nettamente questi sentieri. Da un lato abbiamo coloro che hanno legato la riforma elettorale al cambiamento della forma di governo: le due cose stanno insieme o cadono insieme. Una visione che possiamo definire di sistema. Dall’altro coloro che hanno, alternativamente, ristretto il campo di gioco alla sola riforma elettorale o al solo cambiamento della forma di governo. Una visione riduzionista. Al di là degli interessi partigiani che hanno alimentato il sentiero riduzionista – pensiamo alla convinzione della permanente centralità della Dc anche in un quadro maggioritario o, all’opposto, alla volontà di sfruttare la rendita di posizione del Psi e l’indubbia intuizione craxiana della personalizzazione della politica – una questione cruciale depone a favore del sentiero di sistema. La marcia verso una democrazia governante, capace di decidere e visibilmente controllata dal voto dei cittadini, passa attraverso una qualche forma di legittimazione diretta dell’esecutivo e del suo leader, assistiti e controllati dalla loro maggioranza parlamentare. Il gioco funziona senza dover ricorrere all’elezione diretta del capo dell’esecutivo quando il livello di strutturazione interna ed esterna dei partiti e del sistema di partito è tale per cui il leader del partito che vince le elezioni è, senza giochi negoziali o necessità di sostanziali investiture costituzionali, automaticamente il leader del governo. Quando manca questa condizione, a causa dello stato di debolezza dei partiti, sono le regole istituzionali a dover venire in soccorso. Il punto è tutto qui. E non c’è legge elettorale che tenga. La sequenza temporale tra riforma della legge elettorale (fragile) e cambiamento costituzionale, salva l’autonomia statutaria, della forma di governo regionale (stabilizzante) delle Regioni italiane negli anni novanta ne è un ulteriore conferma “domestica”. In questo caso sono le istituzioni di governo a regolare i partiti, sono istituzioni forti, perché direttamente legittimate dal voto, a dare forza ai partiti. Le degenerazioni che abbiamo visto all’opera in questi anni non sono conseguenza diretta di questo percorso quanto della permanenza di meccanismi istituzionali inquinanti: voto di preferenza, regolamenti delle assemblee, sistema di finanziamento dei partiti, etc. Detto questo, e dunque dato per assunto che se mancano partiti forti occorrono istituzioni forti perché legittimate direttamente dal voto, permangono le perplessità in ordine all’opportunità di certe riforme costituzionali. Della serie i benefici debbono prevalere sui costi. Per Monaco succede esattamente l’opposto. Siamo sicuri? Prima perplessità. Napolitano dimostra che c’è bisogno di un presidente garante. Proprio perché garante, dice Monaco, ha potuto fare quello che ha fatto per il bene del paese. Il punto che Monaco sembra non cogliere è che Napolitano ha fatto quello che ha fatto usando poteri fuori dall’ordinario e portando alla massima estensione l’esercizio di poteri presidenziali discrezionali. Napolitano ha dunque inesorabilmente finito con l’esprimere un indirizzo politico che si è imposto dettando la linea dell’esecutivo e allineando l’incerto comportamento di gruppi parlamentari tutt’altro che coesi esattamente in ragione della debolezza del sistema di partito. Il vertice di lunedì ne è un’ulteriore piccola prova. Come non vedere che quei poteri, e l’indirizzo politico che attraverso di essi si esprime, hanno bisogno di una legittimazione più forte, di essere cioè chiamati e rispondere direttamente agli elettori? Seconda perplessità. La nazionalizzazione e la verticalizzazione dell’esecutivo, frutto dell’elezione diretta del suo capo, suppongono un quadro identitario stabile della comunità nazionale. Solo un quadro di questo tipo è in grado di assorbire e sostenere le tensioni che derivano dalla polarizzazione della competizione. Come si ricomporrebbero altrimenti le divisioni che la competizione genera? Anche in questo caso Monaco trascura di considerare come, al contrario, proprio la personalizzazione e la nazionalizzazione della competizione servono a contenere spinte disgregative che possono manifestarsi, e si sono manifestate, nel paese. E sul crinale centro-periferia. E sul crinale dei diversi interessi economici di rilievo nazionale. E sul crinale dei rapporti tra governo nazionale e governo comunitario. Terza perplessità, quella più insidiosa. L’opzione semipresidenziale richiede, a detta dei suoi stessi proponenti, appropriati meccanismi di bilanciamento e garanzia. Tra i quali non certo ultimo quello costituito da un’incisiva disciplina del conflitto di interessi. Come pensare realisticamente – dice Monaco – che questo parlamento, controllato dalla maggioranza delle larghe intese, possa produrre una tale disciplina del conflitto di interessi? Dal che un principio paradossale: niente regolamentazione del conflitto di interessi, niente riforma semipresidenziale. Monaco dovrebbe innanzi tutto però considerare che la regolamentazione del conflitto di interessi pesa sul funzionamento del sistema di governo in presenza di ogni sua configurazione, altrimenti le lacune regolatorie di questi anni avrebbero dovuto essere trattate come secondari elementi di debolezza del sistema e non come suoi macroscopici limiti. In secondo luogo nulla impedisce di lavorare alla costruzione di un pacchetto di riforme istituzionali unico che includa anche un livello costituzionale di disciplina del conflitto di interessi. Al contrario delle teorie formalistiche dello spacchettamento della revisione costituzionale, solo un vero “three pack” costituzionale (semipresidenzialismo, statuto dell’opposizione, confitto di interessi) agganciato alla riforma della legge elettorale, ci consentirebbe di uscire dalla permanente incertezza costituzionale, dal confuso dualismo della forma di governo che si è andato consolidando con la presidenza Napolitano e dallo stato di debolezza del sistema di partito. A differenza di quanto pensa Monaco i benefici sarebbero certamente superiori ai costi. E non serve a questo proposito richiamare, contro l’opzione semipresidenziale, il discorso del 2008 di Napolitano a sostegno di un presidente garante, discorso espressione di un contesto diverso e, in qualche modo, anche politicamente lontano. Come non è fondato denunciare una presunta distrazione del mondo cattolico che, a differenza di quanto dice Castagnetti, segue con grande attenzione il processo di cambiamento costituzionale. Basti pensare alle posizioni espresse nel documento preparatorio della Settimana sociale di Reggio Calabria del 2010 o agli interventi sul blog landino.it. Per altro anche nel comitato scegliamocilarepubblica.it i cattolici non sono affatto pochi e silenti, a partire dal suo presidente. Il mondo cattolico parla: il problema di Castagnetti forse è che parla su posizioni diverse dalle sue. Dal 1948 al 1991-1993 quel mondo è stato sempre protagonista delle grandi scelte istituzionali del paese. La distrazione lì non è mai stata di casa.  

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