Nuove regole e buovi soggetti per l'alternativa-FUCI Bari-D'Alema

Tavola Rotonda Nuove regole e nuovi soggetti per l'alternativa di Massimo D' Alema Sfido la banalità dichiarandomi anch'io d'accordo con le tesi della FUCI, ma spero di essere l'ultimo della serie. Io ritengo che il recente congresso del Partito Comunista Italiano abbia segnato il compimento di una svolta molto significativa per il nostro partito: noi abbiamo scelto l'alternativa. Non credo che questa svolta si fosse compiuta nel momento in cui abbiamo dichiarato che volevamo l'alternativa. Quel momento risale a diversi anni fa: allora prendevamo soltanto atto dell'esaurirsi e del fallimento dell'esperienza politica della solidarietà nazionale, e la scelta della parola d'ordine "alternativa" segnava come una trincea sulla quale riattestare questo esercito della sinistra comunista e di opposizione del nostro paese; segnava l'inizio di una ricerca e di una battaglia politica e culturale che si è in qualche modo accompagnata e confusa anche con un cambio di generazioni. Per un partito come il nostro, che ha avuto per quarant'anni una visione unitaria dello sviluppo democratico del nostro paese, che ha ritenuto -sulla base di un'analisi della storia italiana- che fosse possibile l'avvento della classe operaia al governo soltanto attraverso una larga convergenza di forze popolari, di movimenti, culture, partiti. Dire alternativa non bastava a sradicare una cultura politica forte che aveva formato un partito e i suoi gruppi dirigenti. E' stato un processo faticoso ed è stata parte non secondaria di una crisi del Partito Comunista, sospeso appunto tra una forte crisi politica e la difficoltà di appro dare al nuovo, tra il rimpianto e la ricerca di novità . Io credo che abbiamo compiuto negli ultimi anni dei passi in qualche modo decisivi e non reversibili verso il nuovo . L'alternativa non è soltanto una parola d'ordine politica, non è un elenco di partiti, non è un'ammucchiata di tutti i partiti senza la DC, anche se questa è una formula politica in cui può tradursi una politica di alternativa. L'alternativa è prima di tutto ciò un modo nuovo di guardare alla società, allo stato, ai nodi della situazione italiana; di ripensare cioè quei punti di un'analisi della società italiana che hanno for mato la nostra cultura politica: questione meridionale, questione cattolica, sindacato, problema dello stato ... Alternativa significa ripensare tutte queste grandi questioni, leggerle in una chiave nuova, costruire una politica che divide e che quindi presuppone una democrazia forte. Questa scelta nasce da una riflessione sull'esaurirsi delle potenzialità positive, della fase consociativa dello sviluppo della democrazia italiana; io non torno su questo. Penso che ci debba soccorrere un giudizio storico; io non credo per esempio che abbiano sempre avuto ragione i teorici dell’alternativa. Il professor Pasquino poteva avere torto molti anni fa e avere ragione oggi: in politica il tempo ha un valore. L'alternativa presuppone infatti un processo che è alle nostre spalle, di crescita e maturazione della democrazia italiana, di laicizzazione della politica, di superamento di barriere ideologiche e di rischi di guerre di religione; un processo verso una democrazia forte al quale molti, da diverse posizioni, hanno dato il loro contributo e senza il quale forse oggi sarebbe difficile parlare di alternativa. Ma ritengo che il PCI in quest'ultima fase, in questi ultimi anni, abbia compiuto anche un'altra scelta che dà sostanza all'indicazione strategica dell'alternativa: ha reso netto e chiaro l'obiettivo di concorrere al governo dello sviluppo capitalistico della società italiana; si è cioè posto il problema di come una forza che non rinuncia alla sua ispirazione, ai suoi valori, al suo radicamento socialista, possa concorrere a regolare lo sviluppo secondo obiettivi di qualità della vita, di liberazione umana, di tutela degli interessi più deboli: convivere con il capitalismo mantenendo valori, idealità ed una prospettiva di trasformazione sociale: ciò che con parole più semplici si chiama approdo ad una scelta riformista. Io credo che questa scelta riformista abbia radici nella storia del comunismo italiano, che ha rappresentato una componente importante del riformismo in questo paese. Credo che vi sia stato a lungo un elemento di doppiezza, nel senso di un riformismo praticato e non dichiarato. Noi abbiamo ora sciolto questo nodo: ci proponiamo come una forza che intende contribuire a governare lo sviluppo di questa società verso quegli obiettivi dei quali ho parlato e che si pone sul terreno sul quale oggi si pongono le grandi forze democratiche e socialiste della sinistra europea. Tutto ciò pone una questione che accenno rapidamente in modo provocatorio: c'è chi dice che questa scelta del PCI significa che la tradizione comunista rifluisce all'interno di quella socialista, e allora la questione è il modo in cui si organizza questa confluenza. Penso che questo ragionamento sia una pura mistificazione: ritengo cioè che nella storia italiana il polo socialista e socialdemocratico non rappresenti una grande tradizione riformista, nel senso forte di questo termine. La formazione di una sinistra riformista in Italia è un problema che ci sta di fronte, alla soluzione del quale contribuiranno diverse tradizioni, e la sfida è nella capacità di indicare risposte qualitativamente nuove, ai problemi. Se noi abbiamo faticato a comprendere le questioni poste dalla modernizzazione capitalistica in questi anni, se siam o stati sconfitti, se abbiamo tardato, non per questo si può pensare che questa nostra esperienza debba semplicemente porsi al carro di quella parte di sinistra che ha rinunciato ad ogni tentativo di governare e indirizzare la modernizzazione capitalistica secondo obiettivi di giustizia e di liberazione umana. Da punti di vista diversi siamo di fronte ad un grande problema, e noi pretendiamo di affrontarlo senza pretese egemoniche; ma una pretesa egemonica dall'altra parte non urta soltanto con l'orgoglio di partito del PCI, perch é s e di questo si trattasse il problema sarebbe superato dalla forza delle cose: urta con il fatto che dall'altra parte non c' è una tradizione riformista che abbia la forza per imporre un'egemonia su questo terreno. Le idee e la cultura alle spalle non ci sono, e credo che questo sia il problema che ha di fronte a sé la sinistra italiana. Per questo io, che ritengo giusta la scelta delle regole che voi avete posto al centro, non coltivo l'illusione che cambiare le regole ci dia di per sé una sinistra in grado di governare in modo nuovo questo paese, anche se respingo il vecchio discorso di chi dice che il problema è politico. C'è il problema di una politica istituzionale delle regole che sia coerente con un disegno di alternativa: noi dobbiamo batterci per cambiare la legge elettorale; direi che dobbiamo dare a questa questione riliev o ancora maggiore di quanto non sia stato dato nel nostro congresso, quindi condivido da questo punto di vista questa scelta: non possiamo però illuderci che in questo si risolva quella grande questione politica e culturale della riorganizza-zione della sinistra italiana, di uno schieramento di progresso nel nostro paese. Sapendo che l'alternativa non è soltanto una politica che rimette insieme in modo diverso i soggetti che oggi sono in campo, ma è una politica che rimette in discussione questi soggetti e deve spingerli ad una trasformaz ione e ad un'autoriforma. Cambiare la legge elettorale in quale direzione? Un referendum abrogativo ha un senso se c'è una maggioranza che ha un'idea su quali nuove regole si vogliono stabilire. In una direzione presidenzialista? Io non credo che questa sia la direzione che favorisce il processo di alternativa nel nostro paese per tante ragioni che qui non posso indicar e, ma sulle quali possiamo tornare. Sono convinto che la realtà e la storia del nostro paese possano spingere verso l'alternativa sulla base di una coalizione di forze. L'alternativa non è il rifluire di tante forze sulla base di un paese che si divide tra due leaders, ma è la costruzione di un'alleanza, di una convergenza programmatica. Implica un processo pattizio, rispetto reciproco, una costruzione. Ci vogliono regole che favoriscano questo tipo di processo e di aggregazione e non invece una liquidazione delle diversità, delle tradizioni, delle culture, delle forze. Quindi riforma delle regole nel senso di un voto che premi e favorisca il formarsi di coalizioni e convergenze programmatiche e di governo. Io ritengo che si debba lavorare in questa direzione: la mia opinione è che il Partito Socialista sia spinto dalle cose in questa direzione. Non dobbiamo guardare alle polemiche contingenti: PCI e PSI litigheranno in modo asperrimo nei mesi che verranno, questo è evidente, e nello stesso tempo questo scontro non cancella un dato dì fondo, e cioè che questi due partiti sono spinti verso questo appuntamento, e ritengo che egemonia ce l'avranno non quelli che dicono di essere riformisti, ma quelli che sapranno guardare con più intelligenza alla forza delle cose, al processi profondi. La questione più grande, però, che sta di fronte a questo paese nella prospettiva dell'alternativa non è a mio giudizio questo problema del rapporto tra PCI e PSI, questione più grande è quella del cattolicesimo italiano, e cioè di come. Attraverso quali percorsi, quali processi, il cattolicesimo italiano possa uscire da una cultura consociativa e, ricollocarsi su un terreno di democrazia dell'alternativa; qui vedo l'importanza di questa discussione che voi avete aperto. E' chiaro che è una questione che riguarda la sinistra italiana, come essa si attrezza e apre un dialogo con il cattolicesimo italiano. Credo che l'alternativa non sia possibile sul piano dei numeri e sia povera su quello dei contenuti se non ha fra i suoi soggetti una parte, la parte più progressiva, del cattolicesimo italiano. Attraverso quali forme? Non lo so, ma personalmente non credo che la risposta a questo problema sia soltanto in una laicità assoluta della politica, in un fatto atomistico, nel fatto che singoli cattolici possano votare per i partiti di sinistra (questo peraltro già avviene); io credo che questo problema imponga risposte più complesse, perché esperienze collettive, culture, valori, e non soltanto singoli cittadini, concorrano ad un processo di alternativa. Mentre apprezzo la spinta verso un cambiamento delle regole, ritengo che questa stessa scelta ponga a voi dei grandissimi problemi, per ì quali non chiedo oggi delle risposte, ma chiedo che si cominci a discutere e a ragionare. Massimo D'Alema * *Direttore de “L'Unità” _____________________________________________________________________________________________

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