Non è tempo per un good bye, di Giorgio Armillei

Difficile non restare un po' smarriti di fronte all’uno-due con cui The Economist apre il suo numero del 16 maggio. Unione europea e globalizzazione rischiano di saltare o quantomeno di tornare indietro, riportandoci ai tempi delle sovranità statali e delle barriere commerciali. Il che in un quadro di tensioni tra le potenze militari vuol dire anche rischiare di ritornare in una stato quasi hobbesiano della politica internazionale.

L’analisi è severa. L’Unione europea sta andando a sbattere non solo per gli effetti diretti e indiretti della pandemia ma anche e soprattutto per la paralisi nella quale è piombata dopo il fallimento del referendum 2005 sul trattato costituzionale. Da quel momento il processo di progressivo aggiustamento e razionalizzazione dei poteri dell’Unione - mai interrotto dagli anni 50 del secolo scorso - si è fermato o ha generato al massimo soluzioni d’emergenza, frutto di una logica solo intergovernativa. Molte cose tornano così oggi in discussione: il mercato unico preso d’assalto dall’allentamento delle regole sugli aiuti di stato, nelle quali ovviamente ciascuno stato membro si muove da solo e a poco serve il temporary framework di fronte alla potenza di fuoco dei paesi più forti; la moneta unica ancora una volta sotto pressione in ragione delle diverse condizioni dei debiti sovrani; il diritto dell’Unione sfidato dai populismi degli stati dell’est e da episodi come la sentenza veterostatalista del Tribunale costituzionale federale tedesco, in verità non nuovo ad abbracciare posizioni riduttive sull’autonomia del diritto europeo. Con tanti saluti alla dottrina del dialogo tra le Corti espressione invece della natura composita dell’ordinamento europeo.

Le cose non vanno certo meglio per il processo di globalizzazione, anch’esso in ritirata già prima della pandemia. Anche qui abbiamo a che fare con tre attacchi: la crisi del 2008, le politiche schiettamente protezionistiche della presidenza Trump, le fratture nelle catene globali di produzione generate dalle politiche di contenimento della pandemia. Anche in questo caso le criticità vengono da lontano: il fastidio verso il livellamento imposto dal diritto globale, in primo luogo quello relativo al commercio internazionale; le reazioni unilaterali e autolesioniste contro le diverse forme di dumping; l’incapacità di gestire i fenomeni globali relativi al clima e alla salute delle persone. Così però si rischia di diventare tutti più insicuri, più controllati, più poveri.

Eppure, i margini di manovra ci sono, i processi non hanno sbocchi deterministicamente definiti, risposte e ripartenze sono possibili. Ne è un segno l’iniziativa sul recovery fund annunciata da Merkel e Macron. Un’iniziativa assunta da due governi che si muove tuttavia in un quadro comunitario e secondo la logica propria dello sviluppo incrementale e funzionalista dell’Unione. Un’iniziativa che se riuscisse a maturare definitivamente – incerto è ancora non solo il quanto ma soprattutto il come del finanziamento e il come del funzionamento del fondo - superando così veti e resistenze, non solo quelle dei paesi frugali ma anche quelle di chi si mette di traverso in nome di nuove possibili condizionalità terrorizzato dall’idea che le istituzioni dell’Unione adottino, gestiscano e valutino gli effetti delle politiche per la ripresa, smonterebbe in un solo colpo due miti del dibattito europeo.

Il primo è quello per cui il gioco della sovranità è un gioco a somma zero: se perde sovranità lo stato la deve acquistare qualcun altro, come se la sovranità fosse una torta di cui ci si dividono le fette. Non è così, in barba alle ossessive richieste di cessione di sovranità. Quella torta si è ridotta da molto tempo: la sovranità che si restringe è quello dello stato nazionale, lo stato nazionale che “non ha futuro” come ha detto qualche giorno fa Merkel. I poteri politici che si ridislocano non sono poteri sovrani, non c’è alcuna sovranità europea che si allarga vincendo la battaglia contro la sovranità nazionale. Il mondo dell’Unione è il mondo della post sovranità, è il mondo del pluralismo costituzionale, il mondo che continua a essere l’incubo della maggioranza dei giudici del Tribunale costituzionale tedesco stretti dentro lo schema della sovranità statale e del diritto internazionale degli stati.

Il secondo è quello per cui solo dentro i confini dello stato nazionale si possono fare politiche redistributive. La legittimazione delle politiche economiche risiede nel circuito popolo – democrazia – stato nazionale: fuori di quel circuito non è possibile andare, pena la cessione di sovranità (ancora lei) ai poteri tecnocratici o la rivolta degli elettorati nazionali. Non è così. Si dimenticano due evidenze: non tutte le platee democratiche precedono le istituzioni politiche alle quali fanno riferimento, qualche volta sono le istituzioni a formare le platee e non viceversa; non tutti i poteri legittimi in un ordinamento liberale sono poteri sottoposti allo scrutinio dell’elettorato. Le politiche redistributive non richiedono insomma un ricorso necessario al paradigma della sovranità statale o a una versione roussoviana della sovranità popolare.

Non abbiamo bisogno di una nuova sovranità e non abbiamo bisogno di una rappresentazione identitaria e monista di popolo per affrontare le sfide che la pandemia ha messo in evidenza. Abbiamo bisogno di continuare a camminare nella rotta indicata dai padri costituenti europei. La sovranità statale è un ostacolo che rischia di ridurre le opportunità. L’economia di mercato è un insostituibile meccanismo per creare crescita e più opportunità per tutti.

 

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