Mettersi in viaggio

  "Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te setnderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di DIo. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio.» Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei." In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo.Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce:«Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutoo del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore." (Lc1, 35-45) ********************************** Tutto il Vangelo è una lunga sequenza di viaggi: Gesù si sposta continuamente, instancabilmente, da un villaggio all'altro, tra , tra Galilea e Giudea, attraversando la Samaria, solcando le acque del lago di Tiberiade, andando su e giù per monti, deserti, pianure, fino alla salita finale a  Gerusalemme. La Parola non  è stanziale : “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo.”(Mt 8,20; Lc 9,58) La sequela è missione, partenza permanente: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura.” (Mc16,15; Mt 28,19) Mettersi in viaggio, annunciare il Vangelo, testimoniare. Il cristiano è sempre in cammino, non per affari, per turismo, per studio, per ‘servizio’ amministrativo, ma per incontrare altri uomini, per ritrovarsi con chi condividere la parola – per donarla e per riceverla, per trasmetterla e per accoglierla. Il viaggio del cristiano è dunque innanzitutto 'umano'  e sempre, anche, 'verbale’ : il credente parte per non per andare da qualche parte, ma  verso qualcuno, per  spezzare con lui il pane della Parola, cibarsene insieme, dare volto e storia quotidiana alla fraternità escatologica. La Chiesa è un popolo in cammino. La sosta ha la misura della tenda – di una pausa provvisoria -, perché per chi  è per strada non c’è altra appartenenza che quella dell’arrivo – quella della Parusia, l’apertura delle porte della Casa del Padre. Fin là non c’è casa che sia Casa, ma soltanto tappe, un fermarsi che è sempre preliminare al riprendere ad andare. Instancabilmente. L’incarnazione di Cristo accelera drammaticamente  il faticoso, lento cammino del popolo di Dio di cui fa memoria l’Antico Testamento: sin dalla prima pagina della narrazione evangelica, la tensione di una nuova, magnifica (a volte anche dolorosa) urgenza investe la vita di chi è coinvolto da quest’evento. Il racconto di Luca e Matteo, gli evangelisti  che con maggiore ricchezza di particolari riportano le vicende della nascita di Gesù, è un resoconto vertiginoso di spostamenti, di un intenso via vai tra cielo e terra, viaggi, fughe, ritorni, accuratamente enumerati, esplicitamente menzionati:  l'angelo Gabriele è mandato da Dio in una città della Galilea, poi riparte (Lc.1, 26,38).  Quando Maria dà alla luce Gesù, un angelo del Signore va a cercare un gruppo di pastori che vegliano nella notte  (Lc.2, 9), e non appena  gli angeli si sono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicono fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». E vanno dunque, senz'indugio e trovano Maria e Giuseppe e il bambino, che giace nella mangiatoia (Lc.2, 15-16). Così i Magi, che giungono da oriente fino a Gerusalemme (Mt 2,1), partono poi per Betlemme (Mt 2,9), e ripartono, infine, per fare ritorno al loro paese (Mt 2,12). Così Giuseppe, il falegname (professione sedentaria per definizione),  che la nascita di quel figlio gravido di mistero getta in una lunga, avventurosa odissea di trasferimenti e di fughe – dalla Galilea alla Giudea, a Betlemme, poi la precipitosa corsa in Egitto, il ritorno in Israele, il rientro a Nazareth (Mt 2,19-23). Ma è innanzitutto in Maria, la madre del Salvatore, che si configura esemplarmente questa condizione di urgenza: accogliere la richiesta che l’Incarnazione costituisce per l’uomo (farsene grembo) significa mettersi in viaggio. E l'angelo partì da lei. In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Senza soluzione di continuità, in una sequenza rapida, quasi convulsa di eventi e decisioni, all'Annunciazione si sussegue la Visitazione: senza rinvii, senza esitazioni, in fretta, la prima cosa che fa Maria, all’indomani dell’incontro con l'angelo, è andare a trovare la cugina Elisabetta: c’è una montagna da affrontare (si tratta di uno spostamento faticoso, che può apparire improvvido per una donna incinta), ma non importa – la visita è troppo importante perché Maria possa rinunciarvi.    Le eventuali ragioni psicologiche e sociali di questo gesto (Maria – si dice – sarebbe partita  per nascondere i primi segni di una maternità incresciosa dal punto di vista umano, per aspettare sotto l'ala protettrice di una familiare più anziana le decisioni di un promesso sposo comprensibilmente offeso) risultano del tutto irrilevanti nell’economia della narrazione evangelica, che non si occupa mai di problemi personali, ma unicamente di fede. è dal punto di vista della fede, come risposta all’azione di Dio, che la partenza di Maria ci viene raccontata:   Maria si mette in viaggio, perché ha bisogno di capire. Quello che le è avvenuto è talmente grande e inquietante che le cresce dentro come un interrogativo e una trasformazione radicale -  esattamente come quella creatura che ha in seno, che si muove dentro di lei come qualcosa che è suo, ma al tempo stesso non lo è. Avvenga di me quello che hai detto. Nell’essersi messa a disposizione, in quel gesto di suprema passività che è l’ubbidienza, l’offerta di sé alla volontà altrui, per Maria si inaugura una condizione radicalmente nuova, di impegno attivo nel portare avanti quello che le è richiesto, prima di tutto nel comprenderlo. Che cosa ha veramente voluto dire l’angelo?  Come è possibile che tutto questo accada? Che cosa significa? (A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto.)  Davanti allo sgomento di Maria, "turbata" da una richiesta che le appare temibilmente incomprensibile, superiore alle sue capacità, l’angelo la invita a guardare intorno a sé, per rendersi conto che la forza è tutta di Dio -  Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio. Se una vecchia rimane incinta, dopo una vita di sterilità, non è certamente perché ci è finalmente ‘riuscita’:  quello che l’uomo mette di suo nel miracolo è la propria debolezza (la propria malattia da guarire, la propria sofferenza da consolare, il proprio peccato da perdonare) - è dall'impotenza  che germina la Grazia : Dio rovescia i potenti dai troni, innalza gli umili.  Se vuoi capire che cosa deve avvenire di te, guarda Elisabetta. Per questo Maria parte subito, in fretta: non per verificare la verità di una notizia (alla quale ha creduto nell’istante stesso in cui dato il proprio assenso:  il figlio le cresce già in grembo), ma per far luce su se stessa e sulla volontà divina che prende forma nella sua carne, attraverso di lei. Maria deve andare da Elisabetta per vedere, per leggere quale significato radicalmente nuovo prende la sua vita alla presenza della Parola. Anche la vocazione più grande, più sublime, come quella della madre di Dio, non matura in solitudine, ma si sviluppa e si fa adesione consapevole all’azione di Grazia unicamente nell’incontro con il fratello, in una vicinanza di condivisione che è la via più feconda alla conoscenza di se stessi. Quello che l’angelo ha detto a Maria con parole ineffabilmente misteriose si fa gioiosa espressione umana (traboccante di Spirito Santo) sulle labbra di Elisabetta:  Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! Chi siamo e che cosa Dio vuole per noi, a che cosa ci ha destinato, non lo scopriamo da soli, ma unicamente mettendoci in viaggio, nella visita sollecita, umile, trepida di verità,  a quel prossimo che esulta di gioia nel riceverci e ci dice, con l’intuizione infallibile dell’incontro di fede,  che Dio ci fa portatori di salvezza,  se solo lo lasciamo fare, se solo crediamo nell'adempimento delle sue parole. Perché se solo crediamo che lui è già qui, non altrove, non lontano, ma dentro di noi, presenza viva che dobbiamo lasciar crescere, non ci resta che dire, sussultando di allegria:  a cosa debbo che venga a me?  Auguri a tutti !

Condividi Post

Commenti (0)

Lascia un commento