May peggio di Brexit. Trump peggio di Donald. La sinistra peggio di tutti.

Due discorsi, May a Londra il 17 gennaio e Trump per l’insediamento il 20 gennaio, hanno squadernato il mood del sovranismo nazionalista di rito atlantico. Il richiamo globale, strumento di marketing per May e quasi mero accidente per Trump, non fa testo: si governano GB e USA con le armi del protezionismo. Global Britain e America First vogliono dire questo: un tentativo di de-differenziazione, direbbero i sociologi. La politica si sovrappone all’economia e immagina di fermare gli interessi globali all’apertura e agli scambi. Anche se isolazionismo e populismo sono nel DNA della cultura politica americana - lo avevamo dimenticato dopo quasi un secolo di internazionalismo - la combinazione trumpista tende a darne una rappresentazione esasperata e provocatoria. Orgoglio del common law e delle istituzioni politiche inglesi sono nel DNA di quella cultura politica ma un conto usarle come talento da trafficare, come hanno fatto tutti i leader GB fino a Cameron, un conto trasformarle in cemento identitario per costruire barriere. Arriviamo così al 22 gennaio, primo turno delle primarie per la scelta del candidato della sinistra in Francia. Vince e conquista il ballottaggio uno dei candidati estremisti o se vogliamo antagonisti. Nessuno però nota come le sue parole d’ordine siano più o meno quelle dei due leader atlantici: sovranismo nazionalista e antiglobalismo. Una specie di album di famiglia che possono sfogliare insieme Trump, May, Hamon e Corbyn. Ma anche Le Pen, Salvini, Brunetta, Grillo e Fassina. Una specie di internazionale dell’antiglobalizzazione, in Italia aveva cominciato Tremonti con la sua battaglia contro il mercatismo. Questo il quadro dei rapporti di forza. Un quadro che non piace ma che esprime democraticamente il sentimento degli elettori. Cosa fa la sinistra di governo per prendere le misure? La sinistra che non sfoglia le pagine di quell’album ha un altro book da proporre agli elettori? La risposta al momento è no, mestamente no. Ci sta provando Macron con un’operazione di marketing elettorale che le impietose e salutari regole del semipresidenzialismo francese mettono giustamente alle corde. Contestualizzato nel quadro francese sembra un tentativo apprezzabile. Ci ha provato Renzi ma è andato a sbattere un po' contro se stesso un po' contro il tasso di resilienza del conservatorismo italiano. Al momento tuttavia non ci sono alternative a Renzi medesimo. I laburisti moderati in GB si acconciano (vedi Policy network) a proporre un ritorno delle politiche pubbliche in mano agli stati nazionali. Gli altri tacciono, a cominciare dai democrats USA. Europeismo vs statalismo, internazionalismo vs isolazionismo, liberalismo vs protezionismo, sono tutte varianti della frattura tra “apertura” e “chiusura” nelle società post secolari. La destra e la sinistra europeiste, internazionaliste e liberali hanno commesso troppi errori per poter disporre di una soluzione pronta: ma il tempo non gioca a loro favore. Il cuore della nuova partita però è tutto qui: come ricombinare europeismo, internazionalismo e liberalismo in un momento in cui l’elettorato percepisce stato, chiusura e identità come scialuppe di salvataggio. Per i liberali è tutto molto difficile, occorre innovare rispetto alla loro stessa tradizione, in Europa come negli USA, quasi inventando una nuova sintesi tra appartenenza, interessi e società aperta. Sul resto conviene tacere, a partire dalla recente riproposizione dell’Ulivo 2.0 che sarebbe facile purtroppo ritrovare dentro quell’album di famiglia, una specie di Unione 2.0 già vecchia prima di cominciare. Almeno l’Ulivo vero, quello di Andreatta, viaggiava alleato della sinistra di governo dei grandi paesi occidentali.

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