Macron, l'Unione europea e il sovranismo, di Giorgio Armillei

La lunga intervista di Macron e The Economist del 9 novembre si colloca nella scia dei grandi interventi pubblici del presidente francese, come il discorso alla Sorbona del 2017 e quello al Collège des Bernardins del 2018. Interventi da leggere con attenzione anche per cogliere sfumature e adattamenti delle politiche macroniane sui temi dell’Unione europea e dei regimi politici internazionali. 

Questa volta le dichiarazioni di Macron mostrano un grado di coerenza interno superiore alle precedenti. Le oscillazioni tra neo liberalismo e vecchio statalismo francese che ne hanno sempre caratterizzato il tratto, beninteso con una prevalenza del primo specie se collocate nel mainstream politico francese, qui sembrano attenuarsi. Viene fuori il Macron pragmatico e realista, come scrivono gli intervistatori alla fine del pezzo. Non senza qualche ambiguità. 

Alcuni episodi hanno determinato la distanza tra il discorso di svolta alla Sorbona e questa più cupa e preoccupata intervista. A fronte delle incursioni illiberali di Trump, Putin e Xi Jinping molte delle proposte macroniane sono rimaste al palo: la previsione di un ministro delle finanze dell’area euro e di un eurobudget; la mutazione del EMS e la sua sottoposizione a un più stringente indirizzo politico; la creazione di collegi elettorali europei nei quali eleggere la quota di parlamentari lasciata libera da Brexit; per citare le più importanti. D’altro canto la confermata capacità di resistenza all’ondata nazional populista e la regia dell’operazione Van der Leyen hanno rafforzato nel bene e nel male il ruolo di Macron nel panorama della politica dell’Unione. 

In questa intervista tuttavia Macron da voce al “global Macron” cosa che non solo non gli impedisce ma in qualche modo lo obbliga a parlare anche di UE. E cosa dice? Innanzi tutto che vige un clima ostile all’ordine liberale e che per difenderlo non basta difendere l’economia di mercato, le sue regole e le sue istituzioni. Di fronte al risorgere della politica di potenza ci vuole di più. A cominciare da una presa di coscienza in ordine al deperimento strategico della NATO, dunque non solo alla fragilità dei suoi meccanismi militari di base ma soprattutto all’indebolimento delle sue capacità egemoniche. Per ragioni del tutto comprensibili nel quadro del neo isolazionismo USA, questo indebolimento viene esaltato dalle politiche dell’amministrazione Trump, tutte orientate come sono a disarticolare l’ordine internazionale liberale costruito innanzi tutto dagli USA nel corso del ‘900. 

In secondo luogo che la partita globale delle tecnologie digitali, dell’AI e della cybersecurity non può essere lasciata alle decisioni dei grandi big del settore. Il loro mestiere lo fanno benissimo: ma il loro mestiere è creare valore per gli azionisti. Al contrario in tempi di politica di potenza è essenziale difendere la sicurezza e la libertà, entrambe a rischio se questa partita non verrà adeguatamente governata. 

Limitiamoci a questi due passaggi: la definizione di un nuovo ordine internazionale post liberale e il governo globale degli sviluppi legati alle tecnologie digitali. Per entrambi Macron ha una soluzione europeista: ci vuole più Unione europea, da un lato per bilanciare con una misurata ma decisa dimostrazione di forza il disimpegno statunitense (it’s their problem, not mine – dice ripetutamente Trump) e dall’altro per porre gli europei di fronte alle sfide della nuova realtà internazionale. Sfide che possono essere affrontate solo giocando una partita a livello di scala dell’Unione, non certo a quello ormai troppo debole degli stati nazionali. 

E come si fa ad avere più Unione europea? Qui la risposta di Macron è netta. I cittadini e i governi  dell’Unione debbono riprendere in mano la “grammatica della sovranità” e rendersi conto che ci sono questioni di interesse generale che non possono essere lasciate alla gestione degli operatori del mercato, anche quando ne siano garantite le condizioni di concorrenzialità, cosa per altro assai difficile in un ambito asimmetrico, con mercati globali e autorità di regolazione regionali. L’esempio della cybersicurezza è lì a dimostrarlo: essere in grado, ove diventasse necessario, di difendere la sicurezza europea in un sistema che si è fatto globale è una questione di sovranità, di sovranità europea ovviamente. La sovranità europea è questo. 

Crisi della NATO e minaccia alla cybersicurezza esigono un sovranismo europeo, questa la ricetta di Macron. Non si tratta di drammatizzare, dice Macron: si tratta di essere lucidi. Lucidi nell’identificare le sfide e lucidi nel trovare le soluzioni che consentano all’Unione di raccoglierle, innanzi tutto innalzando la sua capacità di decidere unitariamente e velocemente. E tuttavia, si potrebbe dire, capacità istituzionale dell’Unione e neo-sovranismo europeo sono la stessa cosa? La sovranità che pretende di difendere un “noi” da un “loro” è compatibile con una visione liberale della globalizzazione? Dove iniziano e finiscono i confini delle questioni strategiche rilevanti ai fini della “grammatica della sovranità”? 

Due cose possono essere dette in via preliminare. Macron drammatizza. Sia nel dare connotati permanenti a quella che ancora può essere un’oscillazione, anche se profonda, della politica statunitense; sia nell’usare il 5G come simbolo dell’incapacità del mercato globale di difendersi con le regole del diritto globale liberale dalle incursioni autoritarie. 

Davvero Trump è in grado di siglare la fine dell’interdipendenza liberale globale? Brexit, Trump, Putin e la Cina sono certo un cocktail micidiale. Ma non dobbiamo forse anche attenderci prima o poi un “backlash of backlash” come dice il politologo USA John Ikenberry? Davvero i rischi della cybersicurezza possono essere affrontati solo dentro un quadro di neosovranismo? Con molta meno enfasi sovranista la Commissione europea ha già indicato nelle sue Raccomandazioni del marzo 2019 la strada da seguire: stretta regolamentazione secondo un mix di interventi dell’Unione e degli stati membri a proposito di certificazioni di soggetti indipendenti, test software e hardware, controlli sugli accessi, valutazioni dei vincoli legali e politici cui possono essere soggetti i fornitori di paesi terzi, e così via. 

Macron drammatizza per dare una sua spinta all’europeizzazione delle politiche dell’Unione, per uscire dalla palude intergovernativa. Da qualche anno è l’unico leader in grado di spendere un capitale liberale, fatto di principi ma anche di interessi, per rafforzare l’Unione. Ma si tratta di una spinta che può generare ambiguità e dunque reazioni non addomesticabili, non solo e non tanto in relazione alle aspirazioni egemoniche della Francia  - in una Unione sovranazionale il gioco dell’egemonia fa parte, come dire, del gioco: e chi ha più filo lo tessa - quanto rispetto al nucleo fondativo dei principi dell’Unione, nata per permettere all’economia di connettere le società europee e impedire che la politica – carburante del sovranismo - le precipiti nei drammi dello statalismo.  

L’economia ha fatto l’Unione non per miope calcolo utilitaristico ma per lucida consapevolezza storica e politica. E l’Unione si è costruita gradualisticamente intrecciando le quattro libertà fondamentali con un sistema policentrico di poteri privi di un unico riferimento territoriale, integrati ma tutt’altro che sottoposti a sovranità, legati dalle tradizioni costituzionali comuni e dal diritto eurounitario della Corte di giustizia. La sovranità è un problema per l’Europa e non la soluzione. 

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