Le larghe intese generano mostri?

Si fa presto a dire governo delle larghe intese. A quali politiche corrisponde? Prosegue quel poco di riformismo espresso dai governi precedenti? Corrisponde a una nuova stagione politica? Le risposte non sono nette, gli equilibri sono in continuo riassestamento. La sensazione è che, ben oltre la questione giudiziaria di Berlusconi, ben oltre le spaccature interne al PDL, ben oltre le controversie renziane nel PD, le larghe intese nascondano qualcosa che somiglia a un tentativo di riaggregazione neodorotea. Un tentativo che necessita di accordi di breve periodo che si muovono nella breccia aperta dalla sconfitta parlamentare di Berlusconi. Ma anche di prospettive di più lungo respiro, dirette a mostrare come tutti i nostri problemi scaturiscano dal mercatismo economico e dal bipolarismo politico di questi ultimi 20 anni. Sono queste le prospettive delle larghe intese che aspirano a sommare alla larghezza anche la lunghezza. Nessun governo a termine, dunque, ma una vera nuova formula politica. Per fare cosa? Sopravvivere senza governare? Confermare il mix tra governo e mercato del welfare all’italiana? Chiudere la transizione costituzionale rappezzando in senso regressivo le lacune dell’assetto attuale? Pochi esempi per capirci. Cominciamo dall’IMU. La razionalità dell’imposizione fiscale sugli immobili a beneficio dei bilanci dei governi locali è riconosciuta da molti studiosi di scienza delle finanze. Razionalità nel suo aspetto per così dire politologico, la responsabilizzazione dei Sindaci nel rapporto tassazione – decisione politica, e nel suo aspetto economico, la relazione tra beneficio e imposizione. Ma come sappiamo si continua a trattare, si continua a promettere, si continua a sacrificare alle logiche dell’accordo di breve periodo un disegno strategico di lungo periodo. Un disegno di razionalizzazione del sistema istituzionale (autonomia tributaria degli enti locali, quel che resta del federalismo fiscale) e di equità del sistema fiscale, al netto di tutti i miglioramenti tecnici, dalla questione della revisione dei valori catastali a quella della detraibilità. Altrettanto avviene sulle pensioni. Nonostante la definitiva messa in sicurezza della futura sostenibilità finanziaria del sistema, è evidente che sopravvivono i guasti e gli squilibri del coacervo di sistemi pensionistici ereditati dalla prima repubblica. In particolare ereditati dall’accordo spartitorio tra partiti - tutti, DC e PCI in prima fila - e sindacati con cui a cominciare dalla fine degli anni cinquanta e fino alla metà degli anni settanta, si alimentarono squilibri di lungo periodo e vere e proprie aree di privilegio. E’ lì che prende il largo un sistema di welfare che ancora nel 2000 presentava lo sbilanciamento più forte di tutti i paesi OCSE tra prestazioni per il rischio anzianità e prestazioni per gli altri rischi sociali. E’ lì che nasce il consenso politico per il principio dei diritti acquisiti. Principio a proposito del quale si tende a dimenticare, complice anche l’orientamento dei giudici italiani, che in larghe parti del vecchio sistema non c’era alcuna corrispondenza tra contributi versati e prestazioni pensionistiche. Ecco allora che parlare oggi di interventi sottrattivi che si appoggiano su questa assenza di corrispondenza viene tacciato di intestardimento leftist. E’ ancora la logica dell’accordo spartitorio, quella che è nel dna di ogni strategia neodorotea. L’interesse di breve periodo all’accordo neodoroteo emerge anche, inaspettatamente, a proposito delle politiche dell’immigrazione. E’ evidente che, nel contesto italiano, il contrasto all’immigrazione clandestina non ha beneficiato più di tanto della previsione di una specifica figura di reato (per altro dichiarata in contrasto con il diritto dell’Unione nella sentenza El Dridi della Corte di giustizia e quindi inapplicabile) quanto delle azioni di respingimento, efficaci sia direttamente che indirettamente attraverso l’effetto dimostrativo. Sta di fatto però che il Governo italiano ha subito una condanna (sentenza Hirsi) dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, quella alla quale ci si appella - del tutto legittimamente - per verificare la correttezza delle decisioni della Giunta per le elezioni, circostanziata e inequivocabile proprio a proposito delle azioni di respingimento. L’onere della prova va quindi rovesciato. Figura di reato e respingimenti non sono strumenti utilizzabili, perché inefficaci e illegali. Occorre pensare ad altro. Alitalia e Poste italiane chiudono il quadrilatero. Anche qui i piani sono diversi. C’è un piano di tipo imprenditoriale, non si capisce per quale prospettiva industriale di redditività vengano investiti i soldi. E un piano di sistema che ha a che fare con il mercato. Non ci si deve meravigliare su da più parti si avanza l’ipotesi degli aiuti di stato vietati dal diritto dell’unione. In questi casi, è dibattito di questi mesi a proposito della modernizzazione della disciplina europea sugli aiuti di stato, occorre valutare se l’azione dell’impresa pubblica che interviene nell’operazione è imputabile allo stato. Lo dice la Commissione nei suoi orientamenti sugli aiuti di stato agli aeroporti e alle compagnie aeree. In ogni caso mentre Cameron inizia a privatizzare Royal Mail e Policy network, il think tank laburista britannico, chiede di rendere funzionante il mercato per ridurre la dipendenza della sinistra dalla mano pubblica, Letta e Alfano fanno investire Poste italiane (controllata al 100% dal Tesoro) nel mercato del trasporto aereo, per tacere di CDP. Le larghe intese generano mostri? Occorre al più presto ripristinare una dinamica compiutamente bipolare se si vogliono dissolvere i rischi del neodoroteismo. La dinamica interrotta, a torto o ragione, con la formazione del governo Monti. Le riforme costituzionali servono a questo: scongiurare, dall’interno, questi rischi restituendo la parola definitiva agli elettori. A questo proposito larghe maggioranze, e non larghe intese, sono ancora possibili. Larghe in parlamento ma anche, e soprattutto, larghe tra quell’opinione pubblica che da tempo chiede di potersi scegliere, come fa per Sindaci e Presidenti di Regione, il capo dell’esecutivo e la maggioranza parlamentare che lo deve sostenere. Per questo il percorso Commissione saggi, Commissione bicamerale e deroga all’art.138 va difeso e migliorato. Ad oggi è l’unica anche se imperfetta assicurazione contro il rischio neodoroteo.      

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