La parola agli elettori

Luca Diotallevi è implacabile nel mettere a fuoco luci e ombre della situazione politica che si apre con le quasi dimissioni di Monti. Un bilancio delle cose fatte e di quelle mancate è inevitabile. L'analisi non è molto lontana, nel dettaglio delle misure non nella lettura di sistema, da quella di The Economist, con l'eccezione del tema della credibilità internazionale del paese e del suo governo. Un punto da non sottovalutare. Bene quindi Monti sulla finanza pubblica, essenzialmente attraverso la riforma strutturale delle pensioni, quasi un nulla di fatto sul mercato del lavoro (riforma annacquata prima ancora di essere varata) e sulle riforme della pubblica amministrazione, ancora tutto da fare sui fronti liberalizzazioni pesanti, produttività, crescita. The Economist, la englishness non si smentisce, ignora il capitolo del federalismo fiscale, una cosa confusa e disordinata ma che non andava certo sotterrata nel giro di pochi mesi. Fin qui le policy. Cosa dire della politics? Sul punto le cose di fanno più complicate. Innanzi tutto non bisogna dimenticare i dati di partenza. Estate 2011, grave crisi di finanza pubblica, declino di credibilità del paese, giudizio negativo dei mercati, chi ha prestato e presta soldi avrà pur il diritto di preoccuparsi, altro che oscure manovre speculative, interventi della BCE e della Commissione. Un paese e un partito di governo normali avrebbero avuto a disposizione in casi del genere due strade. Il primo ministro fa un rimpasto, sostituisce i ministri che non convincono, mette in riga la propria maggioranza e prende le misure che servono. I mercati e gli elettori giudicano. Oppure, quando è proprio il primo ministro a costituire il problema numero uno, il partito di governo lo sostituisce rimettendosi, appena possibile, al giudizio dell'elettorato. Niente di tutto questo è avvenuto in Italia nel 2011. Dal che ne consegue che i primi e principali responsabili della costituzione del governo Monti e della sua strana maggioranza sono Berlusconi e la sua coalizione con la Lega. Dopodiché si apre il discorso su Napolitano e sul suo uso dei poteri presidenziali. Ne abbiamo discusso altre volte. Napolitano ha fatto ricorso ai suoi poteri giungendo al limite dei confini costituzionali e dando così prova dell'impossibilita di gestirli in assenza di una qualche forma di responsabilizzazione politica. In altri termini l'azione di Napolitano si è trasformata nell'alleato più forte del riformismo costituzionale presidenzialista o semi presidenzialista. Oggi più che mai non sono possibili ricostruzioni quasi mistiche della neutralità del Presidente. Le sua è inesorabilmente una condotta politicamente discrezionale, ovviamente tanto più discrezionale quanto più governo e maggioranza si presentano divisi e confusi, e come tale deve essere politicamente responsabile. Come è possibile, per fare un esempio tra i molti, giustificare in nome della neutralità presidenziale l'intervento di Napolitano sul tema del diritto alla salute e del servizio sanitario nazionale? I giuristi hanno anche escogitato la dottrina della funzione di indirizzo politico costituzionale ma la cosa non appare risolutiva sotto il profilo che qui stiamo analizzando. Il tema resta dunque all'ordine del giorno per la prossima legislatura, lo è da almeno 20 anni, e male ha fatto il PD a non raccogliere la sfida lanciata, certo in forme poco chiare, dal centrodestra nell'ultima convulsa fase del dibattito sulle riforme costituzionali. La ripoliticizzazione della strategia di Napolitano è poi strettamente connessa a quella della strategia di Monti. In questo senso le sue quasi dimissioni ci vengono in soccorso. Un gesto politico, indiscutibilmente non neutrale, che impone l'assunzione di una responsabilità politica, qui non c'entrano nulla dignità e credibilità del paese. Il catalogo dell'offerta si va componendo. Un centrodestra protezionista e dunque per questo anti europeista. Una minoranza nordista che punta, con una credibilità di governo ormai esaurita, a fare il pieno nelle tre regioni tradizionalmente leghiste alleandosi alla coalizione protezionista. Una minoranza antisistema di consistenza ancora fisiologica nel quadro delle democrazie europee. Una sinistra socialdemocratica tradizionale, certo non priva di esperienza di governo ma altrettanto certamente conservatrice. Europeista a giorni alterni, qualche volta francamente veterofederalista. Quasi sicuramente costretta a pericolose mediazioni interne e tuttavia potabile per gli osservatori internazionali. Non sappiamo con quanti vantaggi reali per il paese, salvo i sempre possibili benefici effetti della sua componente riformista sconfitta nelle primarie. E infine un polo che non sceglie e punta a massimizzare la sua rendita di posizione, secondo lo stile del proporzionalismo parlamentarista. Un polo senza vocazione maggioritaria, nessuno gli impedirebbe di coltivarla ma il proporzionalismo non si cancella dal proprio DNA, un po’ in crisi a causa della mancata riforma della legge elettorale. E’ un catalogo minato dalla possibilità che al Senato la legge elettorale non produca una maggioranza netta, consegnando a qualcuno un potere di coalizione non giudicato preventivamente dagli elettori. Anche noi così avremo i nostri battleground states, le regioni che sarà decisivo conquistare (o non perdere male) per evitare il rischio di una maggioranza incompiuta. A maggior ragione in questo quadro a Monti è richiesto un atto di chiarezza: dovrebbe dire cosa si prepara a fare, traendo le conseguenze politiche della sua decisione. Altrimenti le quasi dimissioni perdono di significato e finiscono con il diventare esse stesse fonte di incertezza.

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