La bozza della relazione dei Presidenti Fuci al Convegno Bachelet

Vittorio Bachelet e l’impegno ecclesiale Di Marco Fornasiero e Rita Pilotti Come è stato più volte ricordato questa sera, celebrare la memoria di Vittorio Bachelet ha un significato particolare oggi e all’interno di questa università: sia per la memoria di ciò che è successo sul mezzanino di una scalinata di qui poco distante esattamente 35 anni fa, ma anche e soprattutto per ciò che Bachelet ha donato nella sua vita e che si fa messaggio prezioso per la nostra attualità. Ciò è particolarmente vero per la F.U.C.I. – non a caso, il gruppo de La Sapienza porta il suo nome – e per quanto riguarda il tema dell’impegno ecclesiale di Bachelet, che ci è stato affidato nella relazione di questa sera. Nell’impostare il nostro intervento, la riflessione si è appuntata su alcune coordinate storiche che circoscrivono le responsabilità ecclesiali che costellarono la vita di Vittorio Bachelet. Ne ricordiamo le principali: dopo alcuni anni di militanza nella F.U.C.I., divenne nel 1947 Condirettore di Ricerca, il periodico della Federazione; si impegnò nell’Azione Cattolica, della quale Giovanni XXIII gli affidò la vice-presidenza nel 1959 e Paolo VI la presidenza centrale nel 1964, per tre mandati – l’ultimo dei quali gli fu rinnovato direttamente dal Consiglio Nazionale di AC, secondo il rinnovato Statuto del quale aveva accompagnato l’iter in Associazione; fu inoltre impegnato nel Pontificio Consiglio per la Famiglia, nel Comitato Italiano per la Famiglia e nella nascente Commissione Pontificia Justitia et Pax. Ci siamo tuttavia convinti, e desideriamo consegnarvelo come premessa a questo intervento, che l’impegno ecclesiale di Bachelet sia stato più ampio e più profondo delle sue opere, che esso costituisca piuttosto uno stile di vita unitario, radicale – quello di essere “chiesa” in ogni ambito del quotidiano – e che si leghi in questo modo all’esperienza personale e all’impegno familiare, civile, universitario. Questa spiritualità della vita comune, maturata nella lunga militanza in AC prima a Bologna e poi a Roma, presso la Congregazione Eucaristica del Cardinal Massimi a Roma assiduamente frequentata durante la guerra, nella F.U.C.I. romana e centrale che tanto incise sulla sua formazione spirituale e umana, intrise i giorni di una vita in rapido movimento e molto impegnata – incontri, convegni, lezioni, esami, viaggi - e consentì di leggere le situazioni più diverse alla luce dell’insegnamento evangelico, come ci testimoniano i brevi appunti depositati nel Taccuino 1964 - edito di recente, per i tipi dell’AVE. La stessa spiritualità fu strumento di una regola di vita, alimento di una speranza e lungimiranza che nell’ordinarietà seppero rintracciare i segni piccoli, a volte nascosti, di un progetto e di un bene grandi, da assecondare e da far sviluppare. Molte sono dunque le parole che si potrebbero prendere in prestito per descrivere il contributo ecclesiale di Vittorio Bachelet. Pur nella difficoltà di condensarlo in poche e determinate espressioni, vorremmo fare un tentativo di organizzare la nostra riflessione intorno a tre termini, che costituiscono altrettanti atteggiamenti, modi di essere dell’impegno ecclesiale, ma riteniamo anche che abbiano una funzione evocativa, oltre che connotativa, rispetto al tema che vogliamo trattare: essi sono “scelta”, “servizio” e “(R)icerca”. Siamo stati in questa scelta in parte confortati da un’annotazione dello stesso Bachelet nel Taccuino di cui sopra, che procede così: “Ciò che si deve essere prima di ciò che si deve fare. Approfondimento, ricchezza spirituale, carità” (Domenica 19 Aprile 1964) “Scelta”. Il tema della “scelta”, che sembra costituire un passaggio obbligato nell’interpretazione dell’impegno ecclesiale di Vittorio Bachelet, mostra confini più ampi di quelli della “scelta religiosa” – con il qual termine, a partire da Bachelet stesso, si volle designare quel processo di rinnovamento dell’Azione Cattolica Italiana per adempiere “tutto l’insegnamento e l’indirizzo del Concilio ” ovvero per realizzare “il fine Apostolico generale della Chiesa ”. Nell’esperienza ecclesiale di Vittorio Bachelet traspare la scelta come dimensione antropologica fondamentale del credente, chiamato a rispondere con libertà alle possibilità offerte dalla vita di fede. La scelta è punto di svolta, attraverso il quale le cose della realtà circostante, da indistinte, entrano in una scala di priorità, diventano portatrici di un senso. Ciò avviene non tanto nella forma di una creazione, ma come un riconoscimento: scegliere significa collocarsi consapevolmente all’interno di un ordine che ci precede e che siamo chiamati a scoprire. [La maggior parte di noi, nata in quella che dopo Bauman è diventata una definizione classica di “età fluida”, è abituata a vedere nella scelta soprattutto l’aspetto di rottura, interpretandolo molto spesso come un passaggio quasi arbitrario. Scegliere, però, implica per definizione una razionalità, in base alla quale alcune cose si trattengono e altre possono essere lasciate andare, o vengono date in aggiunta]. La scelta costituisce, tanto a livello individuale che comunitario, un rivolgimento radicale, che molto ha a che fare con ciò che è più essenziale. La scelta è ciò che determina un’unità di vita, opzione fondamentale per dirla nei termini della Scolastica , da confermare con fedeltà nei piccoli e grandi passi del quotidiano. In questo contesto, si comprende la “scelta religiosa” dell’Azione Cattolica Italiana, ma anche una certa “scelta universitaria” della F.U.C.I. intravista in alcuni articoli su Ricerca, della quale avremo modo di parlare più avanti. Interrompendo le discussioni tra i sostenitori di una lettura di continuità o di rottura del Concilio Vaticano II, Vittorio Bachelet intuì la fecondità di una nuova stagione ecclesiale, che rintracciava nei segni dei tempi un’occasione propizia per trasmettere il messaggio di salvezza affidatole da Cristo. Intuì con altri che “nel Concilio c’era il seme della Chiesa rinnovata, della nuova cristianità povera e profetica ”. Egli riconobbe con urgenza la necessità che il cuore dell’annuncio evangelico tornasse al centro anche nella vita dei laici, personale e comunitaria e quindi dell’associazionismo cattolico in generale. Per dirla con Marco Ivaldo, la scelta religiosa costituisce quella “ermeneutica creativa e concreta testimonianza” che portino alla luce i “significati universali e inesauribili contenuti ” nel messaggio evangelico. In questo modo, la Chiesa andava autenticamente incontro agli uomini e alle donne del suo tempo e, attraverso la testimonianza e l’esempio, tornava a farsi carico delle domande che più profondamente bruciano nel cuore di ogni uomo, quelle sulla vita, sulla verità, sul senso. Fu religiosa, dunque, nel senso di coinvolgere le dimensioni ultime dell’uomo e dell’esistenza. La “scelta religiosa” di Bachelet auspicava un Cristianesimo fondato sulla Parola e sulla Comunità ecclesiale, animato da un dinamismo interno che consentisse di aderire pienamente alla vita concreta delle persone. Per dirla con Angelo Bertani “in un tempo di crisi, e mentre era ancor viva la nostalgia per le cipolle d’Egitto, Bachelet ci ha aiutato a uscire dal cristianesimo di cristianità: quello che si affidava al conformismo e all’intimidazione, all’abitudine, alle strutture, alle leggi. E a camminare verso un cristianesimo della coscienza e dell’amore, di comunione e carità, dell’evangelo e del concilio ”. Si comprende allora come la scelta religiosa nella sua autenticità fu ben lontana da quel ritrarsi solipsistico, da quell’arretrare dall’interesse per la vita concreta e per la cosa pubblica come è stata talvolta sbrigativamente descritta. Scongiurando una sovrapposizione dell’esperienza politica partitica alla vita associativa, essa garantiva a entrambe una piena autonomia, poneva l’accento sulla responsabilità della persona e apriva uno spazio di discernimento e di pensiero critico nel quale individui e gruppi potessero fare sintesi di molteplici aspetti della realtà, secondo quell’immagine del “ponte ”, ideata da Paolo VI e tanto cara a Bachelet, tra la Chiesa e il mondo. Essa manifestava un anelito universale, accuratamente maturato nel tempo – Bachelet aveva fatto l’esperienza, e registrato su “Ricerca”, alcuni incontri di Pax Romana durante gli anni fucini. E’ così che il tema della scelta si apre a quello del “servizio”. “Servizio”. Nella testimonianza di Vittorio Bachelet, s’intrecciano sapientemente il servizio che egli volle donare alle istituzioni ecclesiali cui prese parte – la Fuci, l’Azione Cattolica, il Pontificio Consiglio per la Famiglia, la Pontificia Commissione per la Giustizia e per la Pace – e il servizio che, secondo lui, queste istituzioni potevano offrire all’uomo, facendosi così portatori di quello slancio missionario della Chiesa che, nel riscoprire la sua essenza, si apre al mondo intero [Un atteggiamento che, come osserva Matteo Truffelli, attuale presidente dell’Azione Cattolica Italiana, “trova un’impressionante consonanza con la Chiesa del Santo Padre Francesco ”]. La costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II si fa interprete di questa sollecitudine pastorale della Chiesa universale, che Vittorio Bachelet ebbe altrettanto a cuore che la scelta religiosa e che nella sua esperienza, personale e comunitaria, si incarnano congiuntamente. In questa prospettiva, il Vangelo si fa chiave di lettura della realtà socio-politica e la formazione delle coscienze si fa nucleo essenziale di un servizio coerente e incisivo della Chiesa per il mondo, attraverso la testimonianza dei laici. L’impegno ecclesiale, nelle parole di Paolo e Adolfo Bachelet, mirava dunque in particolare a “riabituare i giovani alla vita sociale evitando un appiattimento nella vuota presa di posizione partitica, senza avere nulla da dire: […] era un’animazione dall’interno di questo servizio ” sociale e politico. In questo senso, la fede si radica nella storia, per fungere da motore propulsore della vita e delle azioni del singolo e della comunità, che promuove la realtà terrena. Una fede, rispettosa delle sensibilità altrui, che è scelta di servizio all'uomo e alla società e che, “doveva entrare in comunione con gli altri per costruire insieme, […] capace di annunciare al mondo il suo messaggio di salvezza ”. Lo spirito di servizio con cui Bachelet svolse gli anni dell'associazionismo, furono gli stessi che l'accompagnarono durante il suo servizio professionale. Egli riteneva che la professione non dovesse essere “ricca solo di abilità tecnica, ma anche di sostanza spirituale ”, non ci si doveva limitare al solo rapporto tra professionista-cliente, ma bisognava puntare a un bene più alto, quello comune, modificando le strutture sociali e rendendole più umane. Alla luce di queste osservazioni, facciamo nostra un’osservazione di Angelo Bertani che ha parlato del “martirio laico ” di Vittorio Bachelet, espresso nella sua testimonianza di vita prima ancora che di morte ed esempio per ciascuno di noi, che intraprende con fatica, attraverso le lacerazioni della vita, lo sforzo per una santità del quotidiano. Si inserisce in questo senso, in conclusione di questo intervento, l’atteggiamento della “ricerca”. “Ricerca”. Questo termine evoca in primo luogo il titolo del periodico della FUCI, che proprio il 25 Aprile del 1945 aveva mutato il proprio nome da “Azione Fucina” in “Ricerca”: come ci ha raccontato Romolo Pietrobelli, principalmente per l’intuizione di Ivo Murgia, allora Presidente Nazionale, il quale intuiva la necessità che la rivista uscisse dai circoli strettamente fucini e entrasse in contatto con la realtà esterna, in quel caso il mondo universitario. Vittorio Bachelet, che fu chiamato a ricoprire il ruolo di Condirettore della rivista appena due anni più tardi, fece pienamente propria questa esigenza, cui dedicò non soltanto gli anni fucini ma l’intero del suo impegno ecclesiale. Fin dal periodo universitario, che per lui si collocava all’indomani della fine della guerra, in un Paese che versava in condizioni di gravissima povertà e nel quale bisognava rianimare nei giovani il gusto per lo studio e per l’approfondimento, Bachelet fu coinvolto all'interno della missione che la Fuci era chiamata ad assolvere, una ricerca per l'impegno culturale a favore di tutti gli uomini in quanto tali e inseriti all'interno di una comunità. La missione della Fuci, e quindi la missione di Bachelet, era quella di ricostruire una comunità universitaria nella quale a fare da attori erano gli docenti e gli studenti che, partecipando attivamente e consenso di responsabilità, contribuivano a porre le basi per una nuova comunità universitaria. La sensibilità di Bachelet si sostanziava di quell’intuizione che già Montini, vent’anni prima, aveva manifestato che l’università potesse farsi luogo di ricerca della verità, di maturazione e di formazione integrale per la persona. La scelta universitaria della F.U.C.I., ribadita in numerosi articoli di Ricerca, mostra una certa affinità con la scelta religiosa dell’Azione Cattolica del post-Concilio: “La FUCI ha cinquant’anni, ma è come se nascesse ora: non è legata a schemi rigidi, a formule intoccabili. […] Troppo spesso noi siamo incapaci di presentari ai nostri compagni di università un ideale che si concretizza in una vita umana: troppo spesso non siamo capaci di migliorare la nostra preparazione culturale e professionale, e la nostra vita spirituale, come ci richiederebbe la nostra vocazione cristiana. Non è pessimismo costatare questa nostra mancanza: pessimismo sarebbe adagiarsi in questa costatazione. Ma noi ne vogliamo uscire con umiltà, soprattutto. […] noi sappiamo anzi che dovremo fare il possibile per scomparire perché il Signore si manifesti più compiutamente in noi. E sappiamo che per questo sarà prima di tutto necessario essere più buoni e pregare meglio, studiare meglio e vivere più pienamente la vita delle nostre università ”. Attraverso quella che Bertani definisce una “antropologia della mitezza ”, l’attenzione costante al momento educativo, la disponibilità sincera al dialogo con tutti, la convinzione nella fedeltà a Cristo e nel lucido giudizio sulla realtà, Bachelet seppe mostrare il volto di una Chiesa aperta alla complessità del mondo contemporaneo, prossima agli uomini e alle donne del suo tempo, capace di interpretarne i dubbi e le domande e di condurli a un’esperienza di libertà interiore e di vita piena. Conclusioni. Il tema dell’impegno ecclesiale ci ha concesso di ripercorrere non soltanto alcuni momenti fondamentali, ma tutto il percorso di vita di Vittorio Bachelet. In lui come in pochi altri rintracciamo una compenetrazione tra vita di fede e vita ecclesiale, cristianesimo, università e impegno civile. Una continuità di fondo ci consente di vedere come scelte fondamentali per la vita della Chiesa e dell’associazionismo cattolico sono potute maturare a partire dalla formazione degli anni giovanili, dalle discussioni – talvolta scongiurate per la loro lunghezza – dei congressi della FUCI, dagli incontri nel mondo universitario, pure in un contesto storico non facile. Questa consapevolezza ci rende la figura di Bachelet particolarmente prossima e significativa, soprattutto – e bisogna dirlo dal momento che ci troviamo in un’università – per chi si trova a vivere in quegli anni, quali quelli del periodo universitario, di elaborazione e di grandi decisioni per la vita, e a seminare con fiducia per il futuro. Certamente non siamo più nei tempi in cui ha vissuto e in cui si è formato Vittorio Bachelet. Sono passati più di cinquant'anni dall'inizio del Concilio, più di quaranta dal ‘68 e più di trenta dalla morte di Bachelet. Il mondo è profondamente cambiato: ciò è vero sotto molti profili, quello delle tecnologie come quello delle conoscenze, quello economico come quello politico e sociale. Tuttavia, sembra trattarsi piuttosto di un incremento quantitativo che di un capovolgimento qualitativo. Oggi come ieri, ci troviamo in un mondo apparentemente a misura d'uomo, che porta una risposta immediata a quelli che si credono bisogni necessari, senza notare che però si resta troppo spesso in superficie. Un mondo in cui è necessario un ripensare ed un ripensarsi. Un rifondare. Così, è possibile riconoscere in quella straordinaria sensibilità alla complessità, in quell’attenzione ai bisogni e alla libertà dell’uomo e fiducia nelle sue capacità di Vittorio Bachelet un atteggiamento profondamente contemporaneo, che viene incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo consegnando loro la grande responsabilità del presente e, in particolare, alla Chiesa dei nostri giorni il compito di verificare il proprio cammino nel solco del Concilio Vaticano II e di rinnovare le proprie promesse in tal senso a Cristo e all’umanità.

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