Keep calm and carry on

Difficile non definire insoddisfacente il risultato del PD. Al netto dei riflessi del fenomeno astensione – che è comunque l’effetto di una scelta strategica degli elettori e non un virus estraneo alle scelte dei leader e dei partiti - l’arretramento in voti c’è rispetto al risultato del 2014 ma anche al magro bottino di Bersani nelle elezioni del 2013. Non si possono comparare mele e pere come amano dire gli studiosi di comparazione. Quelle di ieri possono essere considerate una specie di elezioni di mid term. Ogni competizione elettorale però risente degli incentivi e dei costi ad essa propri. Dunque nessuno scandalo: è del tutto fisiologico che i leader in carica subiscano segnali negativi dall’elettorato nelle elezioni che accompagnano il loro mandato. Eppure ci sono segnali e segnali. Quando si vota in sette regioni non si può far finta di nulla. Le vittorie non vanno trascurate, le sconfitte non vanno minimizzate. Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Occorre indagare, analizzare, cercare di capire. Alcuni segnali fanno riflettere: forniscono spunti per capire queli cammini sono da abbandonare e quali non vanno neppure intrapresi. Innanzi tutto la questione del partito politico. Nessuno ha mai detto che la sovrapposizione tra premiership e leadership del partito, primo e irrinunciabile merito di Renzi, significhi l’abbandono del partito alle sue logiche localistiche. A questo invece abbiamo assistitito in questi mesi. La rottamazione si è fermata a Roma. E se ne pagano le conseguenze. Anche in molti casi in cui il PD vince a vincere è sostanzialmente la vecchia guardia, un pò vecchia socialdemocrazia statalista e un pò movimentismo radicale. I casi della Toscana, dell’Umbria e della Puglia ne sono esempio. In vario grado preoccupante ma certamente esempio. Il partito del leader nella “democrazia del pubblico” resta un partito, i casi diversissimi ma funzionalmente equivalenti dei partiti americani e dei partiti inglesi ce lo dimostrano. Si tratta di andare in fondo nelle scelte fatte nel 2006, abbandonate nel 2009 e riprese nel 2013. In secondo luogo il confronto con gli apparati della burocrazia ministeriale, fattore chiave per far avanzare le riforme. Quelle riforme che vanno avanti con lentezza e che gli elettori pretendono. Non si può lasciare il lavoro a metà. Renzi ha lucidamente individuato nella capacità di coalizione delle posizioni cruciali della burocrazia ministeriale uno dei più potenti fattori di conservazione del nostro sistema decisionale. Bene, la terapia non può essere troppo simile al male che si intende curare. La resistenza delle burocrazie pubbliche si vince con dosi massicce di liberismo, non sostituendo uomini e donne presunti fedeli a uomini e donne presunti avversari. Le fedeltà di lungo periodo delle cerchie burocratiche alla fine hanno sempre la meglio sulle fedeltà di brevissimo periodo al leader politico di turno. Per un verso dunque occorre meno stato e per l’altro praticare la “fuga dallo stato”. E’ la sfida dei grandi leader di trasformazione: da Roosvlelt a Blair. Renzi ne è del tutto consapvole, come molte delle sue scelte dimostrano. Anche qui occorre andare più a fondo. E per finire occorre scongiurare il ritorno al passato. Sia esso nelle forme della socialdemocrazia (di rito ulivista, prodiano o lettiano) che in quelle del radicalismo movimentista. Non è infatti la sinistra radicale il problema del PD, non si capisce dove voglia andare e con quali alleati, quanto la sirena movimentista. La sinistra europea che ha imboccato queste strade - o è tornata da imboccarle dopo aver vinto per decenni seguendo la via della modernizzazione, è il caso clamoroso del Labour – è andata inevitabilmente a sbattere. Lo hanno capito pure i francesi che pure da quell’orecchio non hanno mai valuto sentire. Valls sulla sicurezza e Macron sull’economia stanno cercando di portare i socialisti francesi fuori dal pantano. Non è detto che ci riescano. Ma solo abbandonando i miti della sinistra del novecento potranno farcela. Miti socialdemocratici e miti movimentisti. Gli stessi che alimentano gli equilibri di potere interni ai gruppi dirigenti regionali e locali del PD. Keep calm and carry on. La sfida continua.

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