Il socialismo europeo salvato dal Pd- da Europa di oggi

Il socialismo europeo salvato dal Pd di Stefano Ceccanti Il fatto che secondo i sondaggi dal punto di vista numerico la delegazione del Pd possa essere la più grande all’interno del gruppo dei socialisti e dei democratici nel Parlamento europeo e che essa dia il maggiore contributo insieme al Labour alla crescita quantitativa del gruppo ci dice molto. In sintesi si può dire che a 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino anche nello spazio politico di centrosinistra si stia sviluppando una dinamica simile a quella realizzata da Kohl sul centrodestra già da almeno una quindicina di anni. Kohl, traendo spunto soprattutto alla crisi della Dc italiana, che aveva sempre riequilibrato a sinistra la Cdu-Csu, diede il via un’operazione per molti versi spregiudicata, ma che aveva una sua razionalità. Quella di aggregare in un grande contenitore post-ideologico partiti di centrodestra anche distanti dalla matrice democratico-cristiana, in modo da ancorarli ad una prospettiva di centrodestra comunque democratico e decentemente europeista. Un’operazione spesso senza scrupoli: lo dimostrò l’ingresso di Forza Italia nel 1998, col quale il Ppe scavalcò il Pse, ma addirittura giunta fino alla destra ungherese di Orban, e però priva di reali alternative su quel versante. Le democrazie della Terza Ondata, quelle sorte a partire dal fatidico 25 aprile del 1974 in Portogallo (di cui celebriamo il quarantennio) pur partite da Paesi cattolici (dopo toccò alla Spagna e alla Polonia) non hanno prodotto in nessun caso dei partiti nazionali dc simili a quelli italiano e francese dell’immediato secondo dopoguerra, ma nei casi migliori dei seri partiti di centrodestra che andavano integrati anche per rafforzare il processo unitario. Paradossalmente oggi, a parte la mancanza di partners nel Regno Unito a causa dell’euroscetticismo dei conservatori, il punto debole, quantitativo e qualitativo del Ppe è proprio l’Italia giacché gli interlocutori sono frammentati e quello più ampio, Forza Italia, appare per tanti aspetti  distante in peggio dal mainstream politico-culturale della Cdu-Csu. Per certi versi, come condizioni di fatto, come domanda politica, lo stesso problema affrontato da Kohl  si era posto anche sul centrosinistra, senza però trovare un’offerta ugualmente innovativa: a parte la crescitae lo sviluppo di partiti socialisti ampiamente post-ideologici nei Paesi ex autoritari dell’Ovest (Portogallo, Spagna e Grecia), all’Est il nome socialista era in molti casi sospetto a causa delle autodefinizioni dei regimi precedenti ed anche se il socialismo democratico ad Ovest aveva segnato una netta linea di demarcazione dal socialismo cosiddetto reale non di meno il peso dei nomi non è stato secondario nelle transizioni. Per di più, in effetti, un elemento in comune, di eccessivo ricorso all’intervento diretto dello Stato come gestore, con rischi di degenerazione burocratica e assistenzialista, si era in effetti manifestato, segnando un declino elettorale anche in Occidente, a cui si sono sottratti per un lungo periodo solo il New Labour e il Psoe, mentre una fatica ben maggiore hanno fatto la Spd (nonostante il grande lavoro di Schroeder) e il Psf (con le parentesi di Rocard e, oggi, di Valls). La nascita del gruppo parlamentare dell’alleanza dei socialisti e dei democratici, per spinta decisiva del Pd, il principale partito coinvolto nell’allargamento che non ha la denominazione di socialista, che è stata la premessa dell’attuale integrazione piena a livello di partito, ha aperto nell’offerta politica del centrosinistra quella stessa breccia che Kohl aprì a destra. Paradossalmente proprio un’eccezione italiana, un nome di centrosinistra che si riallaccia più alla vicinanza col partito di Obama, ad una sinistra più poliarchica e meno statalista, è in grado di trainare il centrosinistra europeo a una rinnovata vocazione maggioritaria, peraltro con una maggiore coesione interna rispetto al Ppe, dimostrata dai dati sulla disciplina di voto a Strasburgo. Sul breve periodo forse la maggiore coesione e la minore spregiudicatezza potrebbero non pagare fino in fondo: al momento nei sondaggi il centrosinistra ha nel complesso col suo candidato Schultz una decina di seggi di meno del centrodestra con Juncker. Tuttavia l’investimento di medio periodo di avere un gruppo più coeso del Ppe ma anche più aperto (perché il partito più post-ideologico del gruppo è al suo interno il più grande)potrebbe portare a una spinta propulsiva inedita. Tanto più che gli elettorati, nel bene come nel male, sembrano oggi molto più mobili.    

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