Gianpiero Dalla Zuanna sul Sinodo: ed ora aprire sulla contraccezione

Intervento di Gianpiero Dalla Zuanna, seminario 14 ottobre 2014 sul Sinodo dei Vescovi, Aula del Senato in Santa Maria di Aquiro, Roma. Il Sinodo dei Vescovi sta trattando temi di vastissima portata. In questo intervento mi limiterò ad alcune riflessioni di taglio storico-demografico e teologico su matrimonio e contraccezione. La posizione negativa della chiesa cattolica verso la contraccezione risale al tardo mondo antico. Sant’Agostino (354-430) – riprendendo altri padri della Chiesa e contemporanee correnti di pensiero neo-platoniche, che esaltavano il valore della ragione e dello spirito rispetto a quello del corpo – ritiene che il desiderio sessuale irrefrenabile (concupiscenza) sia conseguenza del peccato originale. Tuttavia, poiché Dio ha ordinato agli uomini di crescere e moltiplicarsi e ha istituito il matrimonio, la salvezza è possibile anche per le persone coniugate, a patto che il rapporto sessuale avvenga all’interno del matrimonio e abbia come fine la procreazione. Sant’Agostino riteneva che il matri-monio avesse altri fini buoni, ancorché subordinati a quello primario. Questo concetto – espresso con chiarezza ancora maggiore da Sant’Isidoro di Siviglia (560-636) – si affermò progressivamente nei secoli successivi, fino ad essere fissato in modo lapidario dal codice di diritto canonico del 1917 (canone 1013): Il fine primario del matrimonio è la procreazione e educazione della prole; il fine secondario è l'aiuto mutuo e il rimedio della concupiscenza. è questa la formulazione impressa nella mente dei teologi morali e dei sacerdoti cattolici prima del Concilio Vaticano II. Anche le altre posizioni tradizionali della Chiesa Cattolica sulla morale sessuale derivano in modo diretto dall’idea della subordinazione del piacere sessuale alla procreazione. Ad esempio, all’interno del matrimonio, un coniuge non poteva rifiutare all’altro il rapporto sessuale (o – come si diceva con un’espressione che ai nostri orecchi suona oggi agghiacciante – il “pagamento del debito coniugale”). Anche la donna consapevole che una nuova gravidanza fosse stata per lei certamente mortale, se si fosse rifiutata, avrebbe peccato. Ci sono pagine micidiali di casistica su questi temi, scritte su testi ufficiali della Chiesa ancora negli anni Cinquanta del Novecento, per fortuna quasi sempre in latino ecclesiastico, e oggi dimenticate. Il rapporto sessuale con la moglie sterile o in menopausa era consentito, perché inquadrabile nel fine secondario del matrimonio, come rimedio della concupiscenza. Tutta la sessualità extraconiugale, degli uomini e delle donne, sia solitaria che di coppia, sia omosessuale sia eterosessuale, era invece condannata senza appello, in quanto contro natura, ossia contraria al fine voluto da Dio per la sessualità, che solo all’interno del matrimonio poteva essere, se non santificata, almeno riscattata. Era una dottrina dura, ma semplice e chiara, facilmente trasmissibile a tutti. Essa ha potuto reggere sostanzialmente immutata per 1.500 anni perché coerente con tre condizioni che caratterizzavano il mondo preindustriale: (1) la necessità di garantire, con una media di almeno cinque figli per donna, la riproduzione delle generazioni, minacciata dalle ricorrenti epidemie e dall’alta mortalità infantile e giovanile; (2) il comportamento della stragrande maggioranza delle coppie, che non limitavano la fecondità coniugale; (3) l’opportunità sociale di evitare la nascita di bambini al di fuori del matri-monio, che spesso morivano o andavano incontro a una vita grama, affidata alla pubblica carità. Nel corso dell’800, iniziando dalle classi urbane più ricche e istruite, la mortalità infantile cominciò ad abbassarsi, e nel contempo, grazie ai miglioramenti economici e alla diffusione dell’istruzione di massa, i coniugi iniziarono a percepire che limitando le nascite aumentavano, per loro e per i loro figli, le opportunità di migliorare la condizione economica e sociale. Di conseguenza, le coppie iniziarono a limitare la fecondità matrimoniale. Nel giro di pochi decenni si consolidò fra i coniugi dei paesi occidentali la scissione fra sessualità e riproduzione, che per secoli era stata limitata ai rapporti mercenari o adulterini. Davanti a questa situazione del tutto nuova, la Chiesa Cattolica si trovò in difficoltà, sia dal punto di vista pastorale che dottrinale. Da un lato, dovette prendere atto della mutata realtà demografica ed economica: con l’abbassamento della mortalità, una fecondità non controllata avrebbe portato la popolazione ad aumentare in misura del tutto insostenibile. Nello stesso tempo, se non limitavano il numero di figli le coppie si trovavano a dover rinunciare a importanti opportunità economiche, de-primendo le chance per i figli già nati. In secondo luogo, per la generalità dei fedeli l’insegnamento della Chiesa appariva contraddittorio. Da un lato ai sacerdoti veniva chiesto di promuovere la “qualità” dei bambini, favorendo diretta-mente iniziative per una loro migliore educazione umana e religiosa, ed esortando i genitori a prov-vedere ai bisogni dei figli e all’educazione loro dovuta. D’altro lato, ai sacerdoti veniva chiesto di promuovere la “quantità” dei bambini, esortando i genitori a confidare nella Provvidenza Divina. I parroci padovani, nel 1938-43, nel questionario della visita pastorale dovettero rispondere a una domanda sulle azioni per combattere il controllo delle nascite, sulla scorta della Casti Connubii del 1930. Ma prevaleva lo scoraggiamento. Sembrava loro di sbattere contro un muro insfondabile e anche le persone che sembravano buone non si persuadevano. Come afferma il parroco di Lusiana, una parrocchia povera della montagna vicentina, contro l’abuso del matrimonio le forze umane non sembravano sufficienti: si combatte, ma vincere può solo l’onnipotenza di Dio. Nella loro battaglia, i sacerdoti in cura d’anime non erano inoltre favoriti dalla posizione fieramente avversa della gerarchia cattolica verso ogni forma di educazione sessuale della gioventù, mantenuta almeno fino al Concilio Vaticano II. Doveva essere difficile educare i giovani al matrimonio cri-stiano, se di certe cose non si doveva parlare, se non per riaffermare proibizioni, al di fuori di ogni interazione educativa. Così, i fedeli cattolici sono rapidamente diventati sempre più estranei alle po-sizioni sulla sessualità e sul controllo delle nascite espresse dal clero. A tale proposito, è illuminante il brano di una lunga intervista a O.B.G., una levatrice pubblica nata nel 1899, che dal 1923 al 1972 aiutò a nascere più di 6.000 bambini a Campo San Martino, comune dell’alta pianura padovana: Ancora più diffusa era l’ignoranza in materia di sessualità. Sapesse quante donne mi domandavano come dovevano fare per non avere figli! A jera ‘na roba, Maria vergine! Con me avevano confidenza ed anche i loro uomini. Quelle che avevano già tanti figli e non volevano più restare incinte mi chiedevano: Comare, come dobbiamo fare? “Bisogna fare co xe ora, opure no fare gnente” – rispondevo io [evidente allusione al coito interrotto]. Altri sistemi non c’erano, perché i preservativi non esistevano. Ae sposete sovane ghe insegnavo che se volevano avere rapporti col marito, dovevano praticare per alcuni giorni appena finite le mestruazioni, ma dopo basta, perché c’era il pericolo. E dopo venivano a ringraziarmi: “’A sala che xe vero, ‘a sala che xe vero! Ghemo seguio el so sistema!” Perché prima i figli ne avevano uno all’anno e così invece stavano anche tre anni senza restare incinte. Erano proprio contente. Cosa dicevano i preti? Con loro non ho mai parlato di queste cose. Una volta avrebbero voluto che le donne facessero tutti i figli che venivano. Vorrebbero così anche adesso. La quadratura del cerchio venne trovata nell’accettazione e promozione della regolazione “naturale” delle nascite, già considerata lecita dalla Sacra Penitenzieria in un pronunciamento del 1853, pro-mossa con forza un secolo dopo da Pio XII nel suo discorso alle ostetriche. In seguito, il corpus dot-trinale venne parzialmente rivisto dal Concilio Vaticano II e dalla seguente enciclica del 1968 Hu-manae Vitae. Anche se molti teologi sostengono che la continuità dottrinale non è stata messa in discussione, è difficile affermare che per la Chiesa cattolica il significato del matrimonio non sia cambiato. Il vento del Concilio ha rivestito di nuovi significati il matrimonio cristiano. Il nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983, ispirandosi direttamente ai punti 46-52 della Gaudium et Spes e ad altri documenti conciliari recita (punto 1055): Il patto matrimoniale con cui l'uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei co-niugi e alla procreazione e educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento. Rispetto alla formulazione precedente, il cambiamento è radicale. Scompaiono sia il riferimento alla concupiscenza, sia la distinzione fra bene primario (procreazione ed educazione della prole) e secondario (il mutuo aiuto fra i coniugi): ora i due fini sono posti alla pari, ossia hanno la medesima dignità. Questa è una vera rivoluzione! Infatti: è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche (Gaudium et Spes, 4). In tale prospettiva, a una rivoluzione della demografia non può che corrispondere una rivoluzione della dottrina, che – si badi bene – non corrisponde affatto al disconoscimento del messaggio di Gesù né è una sorta di relativismo etico. Al contrario, la Chiesa deve rinnovare continuamente l’incarnazione di Cristo, accettando di partecipare alla storia dell’uomo, senza chiedergli di compiere da solo un’impossibile ascesa verso il cielo. Fra i segni dei tempi ci sono anche le trasformazioni socio-demografiche, ossia il declino della mortalità infantile, la tendenza delle coppie a ridurre la fecondità per assicurare un miglior futuro ai figli già nati, la scoperta di contraccettivi sicuri e sempre più rispettosi dell’intimità e dei tempi delle coppie, la scissione fra sessualità e procreazione. Di qui la necessità, per la Chiesa, di rinnovare la dottrina e la pastorale, per confrontarsi a viso aperto viso aperto con numerose conseguenze di questi cambiamenti: la riscoperta della sessualità femminile, la normalizzazione del comportamento omosessuale, la nova enfasi data al piacere sessuale, e così via. Il percorso compiuto con coraggio dalla Chiesa nel rinnovamento del significato del matrimonio sacramentale non è stato tracciato con eguale limpidezza per la contraccezione. Con l’enciclica Humanae Vitae del 1968, Paolo VI ha nella sostanza ribadito la posizione di Sant’Agostino, per cui il singolo atto sessuale all’interno del matrimonio fra persone fertili è moralmente inaccettabile se non è aperto alla possibilità di procreare. Karol Wojtyla ha ribadito e approfondito questa posizione, prima da teologo moralista, poi nel corso del suo lungo pontificato. Il problema è che un simile precetto ben si inquadra all’interno della vecchia dottrina sui fini primari e secondari del matrimonio, della procreazione come “riscatto” della sessualità. Ma se “procreazione” e “bene dei coniugi” vengono ora messi alla pari – come solennemente proclamato dal Con-cilio e ratificato dal nuovo Codice di Diritto Canonico – allora la comunione sessuale fra i coniugi non può più essere subordinata al precetto “crescete e moltiplicatevi”. Come ben illustrato dalle risposte al questionario preliminare al Sinodo sulla Famiglia, la quasi totalità dei coniugi cristiani vivono con serenità questa nuova impostazione del matrimonio cristiano, conciliando le due finalità del matrimonio. Leggendo e interpretano quanto accade nella loro vita di coppia, essi decidono quanti figli avere, quando averli, e gli strumenti perché le loro scelte possano trovare realizzazione. L’apertura alla vita non si concretizza con l’esposizione, ad ogni rapporto sessuale, al “rischio” di gravidanze non desiderate, ma attraverso la decisione di avere o non avere un figlio in più, decidendo in base alle circostanze di vita, illuminati dalla Parola di Dio, dalla parte-cipazione alla vita ecclesiale, e dallo stesso sacramento che hanno ricevuto. Quasi nessuno ritiene peccato l’uso di contraccettivi, né si sente un cristiano di serie B perché non controlla in modo “naturale” le nascite. In conclusione, sul controllo delle nascite i vescovi riuniti in Sinodo dovrebbe ripartire dal Concilio Vaticano II che – leggendo in modo coraggioso e lungimirante i segni dei tempi – ha profondamente modificato i fondamenti della dottrina sul matrimonio cristiano. Si tratta ora di trarne con serenità le conseguenze anche in termine di dottrina sulla contraccezione, lasciandosi illuminare anche dalle modalità di vita messe concretamente in atto dalle coppie cristiane.

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