Cattolici, politica e città

Due autorevoli firme, due opinion maker per le élite cattoliche del paese - o per quello che possiamo ancora definire tale - continuano a rincorrersi nel prendere le misure, scandagliare, giudicare e fare prognosi sui rapporti tra cattolicesimo, laicato, Chiesa cattolica da una parte e l’affermazione di Renzi sulla scena politica dall’altra, prima come leader del PD e poi come Presidente del Consiglio. Con le sue inevitabili ripercussioni sull’intricata matassa dei rapporti tra cattolicesimo e politica. Brunelli su il Regno e Occhetta su La Civiltà Cattolica seguono linee in parte divergenti. Il primo dà per conclusa ogni possibile stagione del cattolicesimo politico. L’ultimo fallito tentativo di riesumarla si è consumato con Monti. Anche i politologi emettono sentenze di morte sulla questione cattolica, almeno come questione elettorale (gli studi ITANES già a partire dalle elezioni del 2008). Brunelli prevede che al suo posto sarà la questione democratica nel nostro paese a diventare uno dei pilastri del prossimo appuntamento ecclesiale di Firenze. Questione democratica come crisi di legittimazione e come crisi delle istituzioni democratiche. Due profili sui quali il cattolicesimo politico ormai tramontato aveva dato se stesso. E’ immaginabile che ora la Chiesa ignori tutto questo? No, dice Brunelli. Pena l’irrilevanza della Chiesa. Dal canto suo, Occhetta, a me sembra più prudentemente, sentenzia sì la fine delle grandi tradizioni - cattolici liberali, intransigenti, popolari, sociali, democratici - ma lascia in piedi una classificazione di matrice sturziana tra conservatorismo e cristianesimo sociale, supponendo non totalmente liquidata una qualche forma di diretta rilevanza collettiva delle forme di partecipazione religiosa per la vicenda politica. Anche evocare una o più tradizioni culturali capaci di sostenere l’azione politica dei cattolici ha una ineliminabile dimensione collettiva. Come si trasmetterebbero e si apprenderebbero infatti senza istituzioni, cioè senza regole, norme, valori e routine? Cioè senza organizzazioni? Dunque difficile recidere, o dare per reciso, ogni cattolicesimo politico. Il cattolico adulto può essere una formula giornalisticamente efficace ma non regge le prove della storia e forse quelle della teologia. Anche l’atteggiamento verso Renzi sembra per un tratto dividere i due autori. Per Occhetta il PD diventa, almeno per un momento dopo le elezioni europee, il “partito del paese”, quello più votato tra i cattolici - in proporzioni indiscutibili - e con effetti altrettanto indiscutibili sulle relazioni tra cattolicesimo e politica. Per Brunelli siamo ancora di fronte a un’evoluzione imperfetta di un partito democratico che appartiene al centro sinistra. Con l’implicito - dico io - che la vocazione maggioritaria recede di fronte alle necessità della coalizione e con essa ogni possibile traccia di “partito del paese”. Non solo: il PD non ha rotto l’impermeabilità degli schieramenti, il muro tra centrodestra e centrosinistra non è stato abbattuto - ma Brunelli dimentica il transito via Monti (gli studi CISE) di molti voti dal centrodestra al PD dal 2008 al 2014. E infine Renzi è debole, merita ancora tutta la tutela possibile di Napolitano, a Bruxelles è poco autorevole, la rottamazione - un’espressione barbara - non fa certo una nuova classe dirigente. In fondo Renzi è un craxiano che non ha neppure fornito la spiegazione dei suoi modi craxiani. La sua riforma del Senato beh, sì, qualche problema cerca di risolverlo (il bicameralismo perfetto) ma insomma c’è il rischio che l’equilibrio costituzionale si sbilanci, che i cittadini diventino spettatori. Non si può arrivare (difficile crederlo, lo dice anche Brunelli) a parlare di una tendenza cesarista di Renzi, ma si apre certamente una questione democratica. Per Occhetta c’è sì una questione delle garanzie, ma la proposta di Renzi sul Senato non la trascura affatto. I congegni per attivare funzioni di controllo e garanzia della Corte Costituzionale o del Presidente della Repubblica, ammesso - dico io - che i poteri di quest’ultimo siano estensibili senza nuovi pregiudizi per la stabilità e la funzionalità della forma di governo, sono a disposizione. Alla fine - lo notavamo su questo blog all’inizio di giugno - anche Brunelli è costretto a fare il tifo per Renzi alla luce del principio di necessità “se si ferma anche lui siamo perduti”. La lettura in parallelo di queste posizioni fa trapelare differenze anche sui modi di intendere la politica da cattolici, come dice Occhetta. Anche in questo caso sfumature, non divergenze eclatanti. Per Occhetta il mondo cattolico si divide oggi tra, da una parte, i sostenitori della testimonianza individuale che trova composizioni e mediazioni sulle questioni politiche, secondo la logica del male minore. E’ dentro questo gruppo che cresce la cultura del riformismo costituzionale e la convinzione della desiderabilità della democrazia governante e dei partiti a vocazione maggioritaria. E dall’altra i promotori dell’azione di un gruppo di matrice cristiana secondo i contenuti della dottrina sociale della Chiesa, capace di orientare in modo collettivo l’azione dei politici che vi fanno riferimento. Inevitabilmente portatori di istinti proporzionalistici. Il riferimento a una sorta di neo intransigentismo occupa un terzo spazio residuale. Per Brunelli, invece, la vera sfida è spirituale, religiosa, teologica e sta nell’ulteriorità dell’escatologia come rifiuto di ogni religione politica. Contro il rischio cioè che si perpetui nella Chiesa la permanente tentazione, opposta ma simmetrica, all’integrismo e al progressismo. Cosa ci consegna questo quadro? Davvero siamo giunti al punto in cui la contrapposizione più efficace è quella tra neutralisti (Galantino e la nuova leadership della CEI in formazione) e collateralisti (gli orfani del guelfismo di Ruini e gli uomini di Bagnasco) usata di recente da Repubblica? E’ proprio Brunelli che intervistando Galantino ne raccoglie la professione di neutralismo. Una presa di distanza dell’istituzione ecclesiastica dal potere, dice Galantino, non dalla vita pubblica. Alla quale deve corrispondere una rinnovata responsabilità del laicato cattolico: nessuna diaspora, nessun ripiegamento ma anche nessuna delega in bianco. Una linea che sembra rischiare di finire con il riutilizzare tutta una serie di schemi dualistici - dentro/fuori, Chiesa/laicato, prepolitico/politico - non più spendibili. Le ricette? Galantino si insinua nel dialogo a distanza tra Brunelli e Occhetta. Riscopre il “discernimento comunitario” - che aveva dominato anche il convegno ecclesiale di Verona, quello dell’inizio del crepuscolo ruiniano - come metodo di superamento unitario dei rischi di dualismo (Chiesa/laicato), di individualismo religioso (cristianesimo come pratica di consumo di beni religiosi) e di presenzialismo che “mostra i muscoli” (family day e dintorni). Brunelli apprezza e punta dritto sull’intervento educativo, sulla formazione della coscienza del singolo, sulla riflessione teologica. Nessuna traccia di cattolicesimo politico, nessuna traccia di trama collettiva nell’agire politico dei cattolici. Occhetta riscopre la “presenza prepartitica” come strumento di analisi di scenario, come spazio di formazione per le nuove generazioni di cattolici impegnati nella vita politica, come processo di formazione dell’unità nel pluralismo, in fin dei conti come strumento di discernimento. Qui un esile filo organizzativo/collettivo emerge. Nessuno tuttavia connette i due fatti principali: destino del cattolicesimo politico e avvento di Renzi alla guida del PD e del governo. Renzi solo “accidental roman catholic politician”? Su cattolicesimo politico e dintorni si naviga a vista. Anche il meeting “landiniano” di Camaldoli di metà luglio l’ha mostrato. Tanto che da quel microcosmo - i promotori di questo blog - sono venute fuori diverse posizioni. Da quella più decisamente interventista: il laicato associato deve prendere la parola nello spazio pubblico sulle grandi questioni politiche del paese e promuovere forme collettive di azione politica. A quelle intermedie: ad una parola (necessaria) del laicato nello spazio pubblico corrispondono itinerari individuali di aggregazione politica. A quella della mediazione personale: gli strumenti associativi organizzati non sono più praticabili quantomeno nelle forme conosciute lungo la storia del movimento cattolico pre e immediatamente post conciliare. Anzi ogni forma di riaggregazione collettiva sulla base di una diretta rilevanza della partecipazione religiosa cattolica presenta diversi rischi, come ci ricorda continuamente Stefano Ceccanti per il contesto italiano. In primo luogo costruire un’insperata ciambella di salvataggio per nostalgie cattolico democratiche “dossettiane”; in secondo luogo rifornire di ossigeno sparute ma non estinte truppe di neo democristiani; infine - forse la più pericolosa - costruire sacche di resistenza per i cultori dei valori non negoziabili che si attiveranno con tutta probabilità quando ci sarà da metter mano alla legge sulle unioni civili. In fondo la stessa intervista di Galantino a Il Regno, al momento la fonte più sistematica di espressione pubblica del nuovo orientamento della leadership in formazione della CEI, non va oltre una presa di distanza dalla stagione del presenzialismo episcopale di Ruini. Valorizziamo dunque il congedo dalla stagione dei valori non negoziabili. Si riaprono spazi di manovra resi impraticabili da una strategia chiusa e centralizzatrice del post DC. Puntiamo pure tutto sulla riscoperta di Paolo VI e di Ecclesiam Suam come quadro di riferimento teologico e pratico per la via del dialogo e della responsabilità dei cattolici italiani per le prospettive del Paese. Lavoriamo a inventare una nuova forma di cattolicesimo politico. La questione di base resta tuttavia schiettamente conciliare: cosa ne è e ne deve essere dell’apostolato dei laici esercitato in forma associata di cui parlano i capitoli dal 18 al 20 di Apostolicam Actuositatem, il decreto conciliare sull’apostolato dei laici? L’apostolato dei laici non è una faccenda intraecclesiale. Al contrario è il cuore della comprensione del ruolo del laicato nella Chiesa e nella storia. Rinunciarvi o darne una declinazione individualistica o, peggio ancora, clericalizzata significa perdere molto. Lo dice bene Luca Diotallevi nel suo ultimo libro I laici e la Chiesa: significa far rattrappire la distinzione tra istituzioni religiose e non religiose, significa perdere la pluralità del Popolo di Dio, significa clericalizzare la Chiesa come un’organizzazione che produce beni religiosi per “laici” consumatori. Ragionare di cattolicesimo politico significa anche arrivare qui. Il cantiere del convegno ecclesiale nazionale di Firenze 2015 è aperto. Ed è un cantiere nel quale vige un principio di circolazione e di sussidiarietà. In una logica sinodale che può riguardare tutte le diocesi, prima di Firenze e a partire da Firenze. Cioè tutti i territori, a partire dalle città, dimensione sociale privilegiata nel magistero di Papa Francesco. Un nuovo percorso a partire dalle città potrebbe essere la direzione da far assumere al cammino per una nuova generazione di cattolici impegnati in politica.

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