Caso Renzi: Tonini su Europa

Ha colto il punto Ieri Matteo Renzi ha tenuto a Verona un discorso bello, importante, ambizioso. Che ha posto al centro il buco nero della strategia attuale del Pd: la rinuncia a conquistare il voto di milioni di italiani sedotti e traditi da Berlusconi. Vedremo nelle prossime settimane se saprà dimostrare di avere la statura umana e politica all’altezza dell’obiettivo che si è dato: portare una nuova generazione di democratici alla guida del paese. Ma Renzi ha comunque colto il punto: non si capisce perché, di fronte ad un centrodestra in rotta, senza né leader, né programma, né alleanze e con più della metà degli elettori del 2008 in fuga, invece di tentare lo sfondamento delle linee avversarie, mai state così porose, e la conquista del centro del paese, come gli suggerirebbe di fare la sua originaria natura di partito riformista, il Pd preferisca rinchiudersi nei confini tradizionali della sinistra, quasi avesse il problema di difendersi e di resistere, anziché quello di aprirsi, di attaccare, di imporre la sua iniziativa a tutto campo. Emblematica, a questo riguardo, la vicenda dei rapporti con Sinistra e libertà: allo stato, unica conquista della famosa “strategia delle alleanze” che avrebbe dovuto rimediare ai presunti disastri della “vocazione maggioritaria”. L’alleanza con Vendola può essere una scelta giusta e sensata. Ma solo un Pd che marcia risolutamente verso il centro del paese può sostenere e perfino giovarsi di un’alleanza a sinistra. Sel è nata da una coraggiosa rottura con Rifondazione comunista, motivata dalla necessità di riprendere il contatto con un Pd limpidamente riformista. Ma se il Pd rincula verso sinistra, finisce anche per restringere il campo di Sel, costringendola ad invertire tragicamente la direzione di marcia. Ad esempio: se autorevoli dirigenti democratici dicono un giorno si e l’altro pure, senza mai essere smentiti, che il governo Bersani rivedrà in senso regressivo le riforme Fornero, è difficile meravigliarsi che Vendola finisca per appoggiare il referendum promosso da Di Pietro e da tutta la compagnia della sinistra massimalista. Per la semplice ragione che è l’unico spazio che gli resta. Ma il risultato è catastrofico, per la credibilità del Pd e della sua proposta di governo: l’alleanza finisce per perdere, insieme all’affidabilità, qualunque connotazione innovativa e quindi ogni forza espansiva. E per restringere, anziché allargare, il campo del centrosinistra. Non meno istruttiva la parabola dell’altro caposaldo della strategia del Pd di questi anni: l’alleanza (post-elettorale) tra Pd e Udc, intesa come convergenza tra “progressisti” e “moderati”. Il Pd era nato dall’esperienza dell’Ulivo e dall’idea prodiana della “casa comune dei riformisti”. Dinanzi al crollo del berlusconismo e al successo, in Italia e in Europa, del governo Monti e della sua Agenda, entrambi figli dell’iniziativa politica del Pd, prima tappa della famosa ricostruzione del paese, i “riformisti uniti”, per ragioni misteriose come quelle che portano le balene a spiaggiare, decidono di ribattezzarsi “progressisti”, di rinnegare le loro radici migliori, il socialismo liberale dei Ds e la cultura liberal-democratica della Margherita, e di rinchiudersi da soli nel recinto dei figli di un dio minore. La loro generosità arriva al punto di agevolare lo scivolamento di aree sociali e personalità che solo pochi anni fa si sarebbero riconosciute istintivamente nel Pd o nell’Ulivo, verso i “moderati” dell’Udc. Non dirò dei ministri del governo Monti, ma come si può pensare di regalare a Casini il monopolio dell’interlocuzione con mondi che vanno da Confcommercio e Confartigianato, passando per Cisl e Coldiretti, fino alle Acli e a Sant’Egidio? Non è tutto: come l’alleanza a sinistra con Sel, anche questa curiosa autoriduzione dei riformisti in progressisti-che-per-andare-al-governo-hanno-bisogno-dei-moderati, impone le sue coerenze. La prima delle quali è la rinuncia ad un sistema elettorale che ci dica la sera delle elezioni chi ha vinto la sfida del governo. Perché non è possibile volere al tempo stesso questo caposaldo della democrazia dell’alternanza e il suo contrario, l’alleanza di governo, post-elettorale, tra progressisti e moderati. E infatti, sulla riforma elettorale, abbiamo cominciato a polemizzare con Casini... Il Pd si è incartato. Renzi o non Renzi, serve una svolta. Giorgio Tonini

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