Alternanza come mezzo di moralizzazione della Politica - FUCI Bari - Scoppola

Tavola rotonda con interventi di Gianfranco Pasquino, Pietro Scoppola, Massimo D' Alema, Rino Formica, Mino Martinazzoli _____________________________________________________________________________________________ L'alternanza come mezzo di moralizzazione della politica di Pietro Scoppola E' difficile discutere quando sì è d'accordo, ed io sono pienamente d'accordo con quanto contenuto nelle vostre tesi, con quanto è stato detto nella relazione introduttiva ed ora ripreso e riassunto nell'introduzione a questa tavola rotonda. Mi pare che la FUCI ancora una volta abbia dimostrato di essere un'antenna sensibile, uno strumento delicato per l'elaborazione di proposte e ipotesi sul nuovo, su quello che nasce, e non mi pare che ci sia da meravigliarsi e da preoccuparsi se quando si ascolta il nuovo e si cerca di rispondere, qualcuno non comprende o interpreta in maniera parziale. C'è da essere prudenti, responsabili e andare avanti. Certo io capisco che ora qualcuno si potrà chiedere perché questa associazione ecclesiale per la formazione dei giovani universitari si occupi di alternanza nel sistema politico. Mi permetterei di notare che obiezioni analoghe furono fatte nel 1931 ai circoli della FUCI, in altro spirito si intende. E' evidente che quella della Fuci è una finalità for mativa, ma se ci si deve formare da laici alla laicità della politica, bisogna sperimentare, tentare: non ci si forma nell'astratto, ci si forma ragionando sui problemi del proprio tempo e tentando di offrire risposte, accettando i rischi che questo comporta, perché questa è la condizione della laicità, la condizione del vivere la dimensione laica dell'esistenza, cui i cristiani sono chiamati senza essere in qualche modo garantiti dai rischi che questo comporta. D'altra parte è tutto così mobile in questa fase della vita italiana (e non solo italiana) e tutto così difficile da capire, che credo ci sia solo da rallegrarsi che un dibattito come questo sia stato aperto,che sia proposto ad un'attenzione più ampia: c'è bisogno di capire, di interrogarsi. E direi anche che la Chiesa italiana ha bisogno di essere aiutata a capire che qualcosa di nuovo sta maturando, perché non c'è dubbio che la posizione della Chiesa italiana di fronte alla politica non potrà essere la stessa del passato il giorno in cui nel nostro paese si approdasse finalmente a un sistema di alternanza analogo a quello che vige in tutte le democrazie dell'occidente. La posizione della Chiesa italiana dovrebbe essere ridefinita, ed in questa direzione -mi pare-questo dibattito rappresenta un contributo di alto significato. Ma vengo allo specifico del tema. Siccome sono d'accordomi limito ad aggiungere qualche elemento all'analisi che gli amici della FUCI hanno posto a fondamento della loro pro posta. In realtà il nostro non è un sistema consociativo normale: è un sistema consociativo del tutto atipico. E ra consociativo ai miei occhi -e qui Pasquino mi potrà correggere- negli anni settanta, quando Moro elaborò la proposta della solidarietà nazionale, ma oggi è un sistema consociativo viziato. Questo perché alla conventio ad excludendumnei confronti del PCI durata per tanti anni e che ha caratterizzato il nostro sistema, si è sostituita all'inizio degli anni ottanta una duplice e reciproca esclusione dei due maggiori partiti: il "preambolo" della DC nel suo 14º Congresso e la svolta di alternativa, la cosiddetta seconda svolta di Salerno, del PCI, hanno creato uno spazio in mezzo, che è quello in cui è cresciuto il cosiddetto potere di coalizione. Il nostro non è un sistema consociativo, ma è un sistema caratterizzato dal potere di coalizione, e l'esercizio di questo potere è atipico rispetto ai sistemi consociativi ed è anomalo a mio giudizio rispetto alle regole della democrazia, perché fa sì che i numeri del consenso elettorale non contino più come dovrebbero in democrazia. E in questo senso distorto funziona il sistema consociativo italiano. Il Partito Comunista avrebbe dovuto per primo battersi per una riforma del sistema elettorale in senso maggioritario per "dare gambe" alla proposta di alternativa; nonostante il generoso impegno del qui presente sen. Pasquino, durante i lavori della commissione Bozzi non lo ha fatto, per i limiti della sua cultura istituzionale di allora. L'iniziativa per la riforma elettorale della Democrazia Cristiana, legata al nome e al ricordo del nostro carissimo amico Roberto Ruffilli, in quella commissione fu a mio giudizio viziata dal troppo scoperto intento diriconquistar e una posizione egemonica nella maggioranza di pentapartito. I socialisti e i minori si sono opposti ad ogni riforma elettorale perché beneficiari del potere di coalizione. Dobbiamo fare attenzione all'atteggiamento del Partito Socialista, perché oggi è uno degli elementi fondamentali dell'equilibrio complessivo e di questo discorso. Lalogica che ha guidato e guida il PSI va capita direi sulla base di un precedente storico. Già all'indomani del 18 aprile 1948 Pietro Nenni annotava sul suo diario: «Posso io rifiutare di prendere atto che sotto bandiera, direzione o ispirazione comunista, apparente o reale, poco importa, non si passa in Occidente?». Proprio Nenni, il padre del Fronte,concettualizzava in anticipo quello che sarà poi definito il "fattore K". I socialisti sono memori di quell'ammonimento e perciò condizionano l'alternativa -che proclamano tra i loro obiettivi- al rovesciamento e alla ridefinizione dei rapporti di forza a sinistra. E così si spiega il paradosso del giudizio sprezzante pronunciato da Craxi nei confronti dell'ultimo congresso comunista, proprio quando il congresso comunista acquisiva alcuni elementi essenziali come la proposta di riforma elettorale per la creazione delle condizioni dell'alternanza (e quindi dell'alternativa). Questo ragionamento, che mi pare ispiri l'alternativa così come è intesa dai socialisti, è dal loro punto di vista comprensibile, ma ha una conseguenza paradossale, sulla qu ale io voglio esplicitamente invitare a riflettere: il potere di coalizione, che è a mio parere il frutto perverso del sistema consociativo italiano, dovrebbe essere la via per approdare al sistema nuovo dell'alternanza. Ma un sistema di alternanza non è solo una questione di regole elettorali e di schieramenti. E' anche e soprattutto un modo nuovo e diversodi intendere la politica, e lo ha spiegato molto bene ieri Leoluca Orlando parlando del rischio della politica, lui che il rischio lo vive non solo nei termini della perdita del consenso. E' un modo nuovo di intendere la politica come trasparenza, come assunzione delle responsabilità, come coincidenza tra potere e responsabilità. Se la creazione dell'alternanza è tutto questo, quindi è cultura e atteggiamento morale, è possibile che si giunga alla alternanza, che si costruisca l'alternanza, utilizzando uno strumento che è tutto interno alla crisi del sistema, quale è appunto il potere di coalizione? Questo è il problema. perché io sono convinto che in politica non sono i fini che giustificano i mezzi, ma sono i mezzi che qualificano i fini. I mezzi che si usano condizionano il fine che si raggiunge, e non viceversa. Dico queste cose perché oggi, anche in ambiente cattolico, è presente l'ipotesi di sostenere l'iniziativa socialista come un'iniziativa che può essere l'unica risolutiva per uscire dalle secche attuali. Credo che su questo valga la pena di riflettere. Un'altra osservazione sul quadro attuale. C'è stato nei congressi di partito una sorta di passaggio di staffetta. La Democrazia Cristiana, che aveva inalberato sette anni fa con la segreteria De Mita il vessillo della costru zione della democrazia compiuta, progetto peraltro rimasto in ombra nel periodo successivo in seguito alla sconfitta elettorale dell'83, sembra aver rinunciato nel suo ultimo congresso a questo proposito: ha riformulato un concetto dì centralità che è molto vicino all'idea di restare comunque al governo: ha riformulato una sorta di cultura della coalizione, che non si capisce bene cosa sia nella situazione attuale. Dall'altra parte il PCI ha assunto in qualche modo questo vessillo della riforma delle condizioni e delle regole. Ma proprio in ragione di quel meccanismo di cui dicevo del potere di coalizione, questo passaggio del testimone dalla mano di un partito aquella di un altro non sembra aver accelerato le condizioni del processo di maturazione della democrazia italiana. La Democrazia Cristiana si delinea come un alleato di governo più docile, mentre il ritrovato orgoglio del Partito Comunista e la consapevolezza di un suo ruolo creano un ostacolo all'intesa con i socialisti sui temi della costruzione dell'alternanza. Dunque siamo in una situazione di stallo perdurante. Quello che accade dimostra che non è solo la DC anon essere in grado di compiere il processo di maturazione della democrazia italiana: neanche la sinistra nel suo complesso ne è capace. Ed è qui che acquista rilievo la proposta che dalla FUCI è stata formulata: una sorta di passaggio non per escludere, ma per sollecitare i partiti. Questo è il senso, credo, della proposta di referendum abrogativo. Qui vorrei dire ai giovani amici della FUCI di stare attenti. Non è detto che il referendum debba essere abrogativo di tutta la legge elettorale, cosa che può renderlo non accettabile sul piano costituzionale: si può immaginare l'abrogazione di parti delle leggi elettorali della Camera e del Senato che accentuano il loro carattere proporzionalistico, in maniera da dare un segnale politico senza incorrere nelle maglie del controllo di legittimi tà della Corte Costituzionale. Ma il senso politico della proposta è proprio qui: che si debba far muovere la società, perché ormai questo sistema politico fondato sul proporzionalismo e sul connubio tra proporzionalismo e parlamentarismo, è realmente un tappo sulla società italiana che in qualche modo deve saltare. E il compito più difficile è quello di far intendere, di fronte alla fragilità della cultura istituzionale diffusa nel nostro paese, che questo obiettivo non è un sogno di tecnocrati, una ricercata elaborazione di specialisti politologi, ma è viceversa l'espressione di una esigenza morale. Per ché oggi, nella società in cui noi viviamo, per tutte le ragioni che ieri sono state illustrate molto efficacemente nella relazione Fabbrini (e io aggiungo un richiamo alla rif lessione ormai nota sulla società dei due terzi in cui i deboli, gli emarginati, i poveri sono minoranza), se la democrazia non è fortemente strutturata sono i valori morali che ne perdono e che vengono compromessi, perch é la democrazia diventa fatalmente -così come è realizzata ad esempio nel nostro sistema politico- unicamente meccanismo di rappresentanza proporzionale di interessi e non consente l'espressione di valori nella politica. E' in nome dei valori della politica, di una politica intesa come "amore e progetto" e non come puro esercizio del potere, che si deve diffondere anche nel mondo e nell'ambiente cattolico -che è poco sensibile per antica tradizione a questi temi- la domanda di un rinnovamento del sistema istituzionale italiano. Io capisco che questo possa suscitar perplessità, perché non c'è dubbio che il passaggio ad un sistema di alternanza comporterà una ridefinizione dell'atteggiamento della Chiesa di fronte alla politica. Non c'è dubbio che il problema dell'unità politica dei cattolici viene rimesso in discussione, quando si decide al centro dello schieramento e lo spostamento al centro di piccole frazioni di elettorato può spostare l'equilibrio complessivo e le scelte di governo. Ma l'unità politica dei cattolici, che ha avuto un grande valore storico (e non sarò certo io che l'ho illustrato anche sul piano della ricerca storica a negarlo), è stata ed è un mezzo per il fine che è il bene comune; non possiamo rovesciare questo assunto e fare dell'unità politica dei cattolici il fine della politica. E' il bene comune il fine della politica e non l'unità politica dei cattolici. Non è vero nemmeno che in un sistema politico di alternanza si sacrificherebbero le espressione della società (è questo un vecchio argomento che si ripete da anni): al contrario, è proprio in un sistema politico di alternanza, quando si rompono le appartenenze rigide di tipo esclusivamente partitico, che queste realtà, quali sono anche quelle che il mondo cattolico produce (pensiamo al volontariato) possono veramente contare senza diventare partitiche: possono contare perché nella contesa elettorale possono assumere un peso decisivo. Credo che questo sia il senso morale della proposta della FUCI, ed è facile comprenderlo per chi non legge la riflessione delle tesi fucine sulla politica avulsa dal contesto della tesi stesse, che vanno viste nell'insieme: c'è la parte di analisi, c'è la parte centrale ecclesiologica molto bella in cui si ridanno i fondamenti dell'impegno verso la politica: è in questo contesto che la proposta dell'alternanza, che pure hasuscitato perplessità e dibattito, acquista il suo significato che è -ripeto- un significato morale, un valore etico, n on soltanto un espediente politico. Mi auguro che questa proposta esca di qui, raccolga consensi nelle aree culturali e politiche più diverse, che sia attentamente vagliata anche dai partiti, diventi operativa e sfidi tutti i partiti politici sul terreno della riforma istituzionale, perch é i partiti da soli hanno hanno dimostrato di non farcela e a questo punto il futuro della democrazia nel nostro paese è troppo importante per lasciarlo solo nelle mani dei partiti. Pietro Scoppola* *Ordinario di Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma “La Sapienza”

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