Aldo Moro in un'intervista a Pietro Scoppola di Davide Sassoli

Aldo Moro in un'intervista a Pietro Scoppola di  David SassóliCinque anni fa ci lasciava il prof. Pietro Scoppola, storico, intellettuale, animatore di comunità politiche. La rivista Studium, di recente, ha pubblicato riflessioni e saggi dedicati alla sua figura. Nel cassetto ho ritrovato una sua intervista concessa al TG1 il 10 Maggio 1978, il giorno dopo il ritrovamento del corpo di Aldo Moro e ho deciso di pubblicarla. Con piacere condivido questo documento con tutti voi nell'anniversario della scomparsa di un indimenticabile maestro. David Sassoli’’  * La sera del 10 maggio 1978 un’edizione speciale del Tg1 entrò nelle case degli italiani. Da poche ore si era conclusa una drammatica pagina della vita della Repubblica. Il giorno prima era stato ritrovato il corpo di Aldo Moro dopo 55 giorni di prigionia. Lo statista democratico cristiano era stato ucciso al termine di manovre che a distanza di decenni ancora non sono state chiarite del tutto. L’impressione per ciò che era avvenuto fu enorme e le conseguenze di quella barbarie condizionarono a lungo la storia italiana. Per i riflessi, le implicazioni, le connivenze e le fratture provocate nel sistema politico e istituzionale si è trattato del  più grave delitto politico avvenuto in Europa nel  ‘900. Il diffuso utilizzo di edizioni straordinarie da parte della Rai in quelle settimane, consentì agli italiani di seguire la cronaca dell’evento e gli umori, frenetici e contraddittori, che si alternavano fra inchieste, lettere del rapito, richieste dei terroristi, posizioni della politica. Il giorno dopo il ritrovamento del corpo del presidente della Dc, i microfoni del Tg1 vennero usati per riflettere sulla figura di Moro. Commenti a caldo, sull’onda di un’emozione bruciante.  Colpisce nella scelta del Tg1 la decisione di mandare in onda persone poche note al grande pubblico. Due i politici intervistati: il leader socialista Francesco De Martino, collega di università e amico del leader assassinato, e Tina Anselmi, una giovane parlamentare Dc della corrente di Moro. Di seguito, le interviste a Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Giuseppino Monni, presidente della Fuci, Aniello Coppola, direttore di Paese sera, e Pietro Scoppola, storico e animatore di una rete di intellettuali cattolico-democratici sostenitori della politica del confronto avviata dalla Dc con la segreteria Zaccagnini. All’epoca il professor Scoppola aveva 52 anni. La stessa età di Vittorio Bachelet. Entrambi insegnavano nella stessa facoltà di Scienze politiche alla Sapienza di Roma in cui lavorava Aldo Moro. Bachelet era molto vicino a Moro fin dagli anni Cinquanta e i loro saranno destini tragicamente incrociati. Diverse, invece, le esperienze di Scoppola, all’epoca fra i responsabili del cenacolo bolognese del Mulino e nel 1974 esponente dei cattolici che si erano battuti per l’introduzione del divorzio in Italia. L’intervista è curata da Giuseppe Giacovazzo, un giornalista che ha conosciuto bene il leader democristiano. La conversazione non concede nulla all’esperienza personale ed è interessante come poche ore dopo il delitto, Pietro Scoppola fissi alcune riflessioni sul rapporto fra fede e politica che conservano una grande attualità e contribuiscono a mettere a fuoco la riflessione sull’opera di Moro. L’intellettuale ha già chiaro che la democrazia in Italia senza Moro sarà più esposta al rischio di custodire un sistema autoreferenziale di partiti senza democrazia. E ancora, un altro tema che Scoppola svilupperà in seguito, ricordando la fragilità dei sistemi democratici: “La democrazia ha bisogno delle risorse che la Chiesa e altre correnti di pensiero possono dare. Perché, come dice Bobbio, esiste il pericolo di un esaurirsi della democrazia per il venir meno delle sue istanze etiche”. La biografia di Moro, come Scoppola accenna riferendosi alla scelta compiuta nel 1962 con il primo centrosinistra, è quella di uno che sa che il cristiano sceglie anche quando ciò comporta un prezzo. E all’origine del rapimento vi è di certo la sua politica della solidarietà nazionale, con il “pericoloso” confronto con il Partito comunista. L’intervista, insomma, é una sorta di “carta d’identità” del politico scomparso. Il documento risente, com’è ovvio, dello scarto sempre esistente fra lingua scritta e lingua parlata, pur così curata nell’esposizione dell’intellettuale cattolico. Scoppola, nell'intervista, parla anche delle lettere di Moro dalla prigionia e delle polemiche che in quei 55 giorni si scatenarono circa la loro autenticità. Numerosi intellettuali cattolici si spesero con entusiasmo, ma anche con una certa imprudenza, sostenendo di non riconoscere nelle lettere dal carcere brigatista il vero uomo politico. Il fiuto dello storico, però, comprende all’istante che si tratta di un documento storico eccezionale. In epoca successiva Scoppola tornerà sull’argomento, precisando e anche correggendo il suo pensiero in proposito. La ricerca in seguito, con l’analisi di Miguel Gotor chiarirà la lucidità degli scritti, le manipolazioni intervenute e l’importanza delle lettere e del memoriale per comprendere la politica del sequestro. L’intervista ci consegna materiale vivo, a ridosso di una tragedia che segnerà una generazione d’italiani, intervenendo nel profondo della vita democratica del paese, modificandone traiettorie e prospettive, riducendo la qualità della proposta dei cattolici italiani impegnati in politica. Giacovazzo: Cerchiamo di affrontare adesso alcuni luoghi comuni che sono circolati e che circolano ancora adesso sulla figura di Aldo Moro. Per esempio si è detto spesso: Aldo Moro era un inguaribile pessimista, e questo si ricollegava un poco a un certo suo senso della storia e come tale era interpretato un certo suo modo di essere cristiano… Scoppola: Innanzitutto, bisogna dire dolorosamente che la storia gli ha dato ragione, ha dato ragione al suo pessimismo. La sua tragica fine ne è una conferma. Credo, però, che si debba andare al di là di questa immagine che, come lei diceva giustamente, è di maniera,  quasi un luogo comune. In Moro sono molto vivi il senso del limite, il senso del peccato. Quello che per un cristiano è il senso del male nella storia, e quindi la mancanza d’illusioni illuministiche, l'idea che si possa costruire la storia senza difficoltà, senza ostacoli, solo intuendo gli obiettivi e dichiarandoli. In Moro c'è il senso che la costruzione è lenta, faticosa, che continuamente si misura con la debolezza degli uomini, con l'incoerenza, con la caduta. E' un insieme di pessimismo e speranza. Giacovazzo: C'è anche il senso del distacco del cristiano, del relativismo rispetto all'impegno umano? Scoppola: Certo. Vi è quello che è caratteristico del cristiano nella politica: la volontà di non avere idoli di non creare atteggiamenti idolatrici, né verso la politica, né verso lo Stato, né verso il potere… quindi, questo relativizzare tutto… Giacovazzo: L'altro giudizio su Moro: Moro grande mediatore, abilissimo nelle mediazioni, ma non portatore di una proposta politica autonoma. Questa sembra una riduzione, una sottovalutazione pragmatistica dell’impegno politico di Moro. Lei cosa dice? Scoppola: Tutti i grandi politici sono grandi mediatori. Non si fa politica senza mediazione. Quella di Aldo Moro, come la mediazione dei grandi uomini politici, non è la mediazione passiva dell'esistente così com’è, ma la mediazione dell'esistente su una linea, con un orientamento rivolto al futuro. Quale linea? Io direi che la linea di Moro si ricollega alla migliore eredità degasperiana, la volontà in proposito di allargare le basi di consenso allo Stato democratico. In Moro c'è la sintesi tra l'eredità degasperiana e la migliore eredità del dossettismo: sono le due anime della Democrazia Cristiana che in Moro si esprimono nell'equilibrio di una sintesi molto significativa. Giacovazzo: Si è sempre detto anche che Moro, proprio perché un uomo profondamente religioso, fosse anche il più geloso dell'autonomia politica rispetto alla sua stessa fede religiosa, rispetto al cattolicesimo e alla Chiesa. Era questa una sua eredità degasperiana? Scoppola: Certamente è un portato della tradizione degasperiana, ma anche un dato che affiora nei circoli cattolici degli anni '30, la lezione di Maritain - e Moro è sensibile a quella lezione - e direi che l'ha espressa nelle scelte operative, talvolta l'ha anche definita. Il famoso discorso di Napoli del '62 sull'autonomia della politica è da questo punto di vista esemplare. Già nel clima del Concilio, Moro dà una bellissima lezione su quello che è il rapporto tra fede e politica, che non è un rapporto d’indifferenza,  non è che l'autonomia implichi l'indifferenza della politica fatta dal cristiano rispetto alla fede. E' la distinzione, è l'ispirazione religiosa, ma poi la mediazione culturale e politica, cioè una lettura della storia che è quella in cui si esprime il momento della responsabilità e quindi dell'autonomia del politico. Giacovazzo: Che cosa resta di Aldo Moro nella Dc? Un altro luogo comune dice che la Democrazia Cristiana in fondo ha subito il fascino, la grande influenza intellettuale e morale di Moro, ma in realtà non l'ha premiata con i pesi maggioritari all'interno del partito. Scoppola: Una politica che prepara qualcosa di nuovo nasce sempre da una posizione minoritaria, e una certa dimensione di solitudine caratterizza l'opera di qualunque uomo politico. Su queste intuizioni, però, Moro ha costruito il consenso e la Democrazia Cristiana oggi si riconosce nella sua linea. Semmai oggi c’è il bisogno di andare avanti e portarla avanti. Giacovazzo: Un giorno anche le lettere dall’infame prigionia di Moro diventerà oggetto di un esame meno appassionato, quindi si potrà darne una valutazione più obiettiva e meno emotiva Qualcuno, però, ha già detto che quelle lettere hanno prestato troppo il fianco a dei cavilli… Si è cavillato troppo tra chi da una parte non voleva riconoscervi l'autenticità del pensiero di Moro, e chi ha voluto ravvisarvi soltanto l'appello umano, doloroso e sofferente dell'uomo. Scoppola: Sono già documenti, e che documenti! Qualcuno non ha voluto riconoscere il pensiero di Moro perché si è rifatto alla linea di una riflessione, di una concezione dello Stato. Tutti i documenti richiedono una lettura critica, un'interpretazione. Ci si deve chiedere come sono nati questi documenti, in quali condizioni: questa tremenda prigionia sotto quali sollecitazioni, costrizioni fisiche, psichiche è avvenuta. Sappiamo oggi che esistono psicofarmaci con conseguenze distruttive della coscienza e della personalità. Per questo l’affermazione che “Moro non è presente in queste lettere" è una testimonianza in suo favore e non voleva in nessun modo rappresentare un qualche cosa che mettesse in dubbio il valore del documento come espressione di umanità. Giacovazzo: Ma sembrava elusiva rispetto all'appello umano, o no? Scoppola: Quello che rimane in quelle lettere è proprio il documento di un'umanità dolorante: l'appello a Dio, il senso religioso, gli affetti familiari, questa volontà di chiudersi in se stesso.  Questo elemento certamente è immediato, pienamente valido, e la lettura politica del documento non può che essere critica, immediata, tenendo conto della condizione in cui è stato scritto. Giacovazzo: Che senso ha nella storia il martirio di uomini come Matteotti, Gramsci, Gandhi, Kennedy, Luther King? Che c'è di nuovo in questo calvario inflitto all'uomo buono, serio, come ha detto il Papa, umano, che abbiamo avuto l'avventura di avere al vertice della nostra vita politica. Scoppola: Questa è una domanda che tocca proprio il fondo della concezione della vita, della visione della vita, e non si può rispondere prescindendo da una visione di valori. Per il cristiano il martirio è l'atto più alto. Per una religione che ha per suo simbolo la Croce, una fede che si esprime in questo simbolo della Croce dà al martirio il massimo, il più alto dei significati. La Croce è la via, la Resurrezione. Civilmente la storia constata che il martirio dell'uomo giusto, il sacrificio dell'uomo giusto costruisce la  coscienza morale dell'umanità. E senza questa costruzione di coscienza morale non c'è civiltà, non c'è umanità, non c'è convivenza.

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