A proposito di un appello di cattolici democratici, di Giovanni Cominelli

L’appello al PD, perché decida chi vuole essere, è stato firmato da un gruppo di “cattolici democratici” (Paolo Acanfora, Giovanni Battista Armelloni, Enzo Balboni, Angelo Bertani, Ilario Bertoletti, Tino Bino, Gianni Bottalico, Maria Pia Bozzo, Luciano Caimi, Massimo Calvi, Paolo Corsini, Fulvio De Giorgi, Carlo Dell’Aringa, Guido Formigoni, Marco Ivaldo, Enrico Minelli, Franco Monaco, Luciano Pazzaglia, Savino Pezzotta, Luigi Pizzolato, Filippo Pizzolato, Virginio Rognoni, Marco Roncalli, Giuseppe Tognon, Marco Vergottini). Esso muove al PD due rimproveri: 1) la sostanziale inerzia dentro la crisi politico-istituzionale che si è aperta dopo il voto, mal giustificata dalla teoria secondo la quale gli elettori avrebbero consegnato il PD all’opposizione; 2) il rifiuto di tentare un’alleanza di governo con il M5S. La presa di posizione muove da un dato: il pervicace e suicidario rifiuto del gruppo dirigente del PD di discutere le ragioni della sconfitta del 4 marzo. Non che le posizioni differenti siano mancate. Ce n’è anche troppe: una per ogni testa. Ma continua a mancare la formalizzazione di un’interpretazione di maggioranza. E’ effetto e causa di un disorientamento più profondo circa l’identità e la direzione da prendere. Prepara ulteriori sconfitte. I firmatari propongono, a questo punto, la propria ricetta. Benché gli interlocutori – centro-destra e M5S - appaiano “distanti e problematici”, tuttavia non sono “equivalenti/equidistanti”. Anche i cattolici democratici, insomma, in ciò d’accordo con alcuni padri nobili del vecchio PCI-PDS-DS, si schierano nitidamente con la tesi che fosse necessario negoziare un’alleanza – un Contratto? – con il M5S. Il rifiuto di tale linea pare ai nostri in contrasto con “la pur controversa vocazione maggioritaria” del PD e, più ancora, con “il senso della responsabilità repubblicana”. L’attuale PD, insomma, è infedele rispetto all’Ulivo, di cui pure doveva costituire l’approdo, mentre sembra coltivare improbabili suggestioni macroniane. Il testo gronda nostalgia per la brevissima stagione dell’Ulivo - tre anni, concepimento compreso – della quale conserva tutte le ahinoi! tramontate ragioni. La prima è stata politicamente e culturalmente costitutiva dell’Ulivo: il centro-destra é l’avversario principale. Ed è ovvio: l’Ulivo è stato progettato dopo la vittoria di Berlusconi del 1994 come suo antagonista naturale. Perciò quella con il M5S appare, oggi, solo una contraddizione in seno al popolo (di sinistra?): una forza magmatica, plasmabile. Come ha scritto il Direttore del Mulino, Mario Ricciardi, in polemica con Claudio Petruccioli, il M5S è un partito-Lego, scomponibile e ricomponibile da un architetto più abile e sperimentato, quale potrebbe essere il PD. Se il gioco è a tre, la soluzione è automatica: alleanza di due contro uno. Anche se, nel recentissimo frattempo, il gioco è diventato a quattro. Insomma: di là il centro-destra, di qua il centro-sinistra. Confondendo la base elettorale/sociologica del M5S con la sua dirigenza culturale e militante, i pentastellati sono classificati più vicini alla sinistra. In effetti, molti elettori antropologicamente radical-massimalisti hanno votato M5S, mentre prima votavano PD o Sinistra radicale. Ma si tratta di una dispercezione clamorosa. La lettura del “contratto” di governo dovrebbe bastare, al riguardo. Gli avversari sono due, non uno per intero e l’altro a metà. Dietro tale suggerimento politico circa le alleanze, sta la rinuncia definitiva all’esplicita vocazione maggioritaria che era alla base della fondazione del PD e che nell’Ulivo era sempre stata piuttosto un fatto, nato dal Mattarellum, che una precisa assunzione teorica. Perciò era appunto “controversa”. A tal punto, che, in occasione del referendum del 4 dicembre 2016, più d’uno dei firmatari di questo Appello si schierò per il NO. Rassegnati al ritorno proporzionalistico, i nostri temono la solitudine dell’opposizione e accusano paradossalmente di abbandono della vocazione maggioritaria e di infedeltà all’Ulivo la scelta di ripartire dall’opposizione. E’ ben vero che i “nostri” elettori ci hanno dato il voto per andare al governo, non per stare all’opposizione. Peccato che “gli elettori degli altri” ci abbiamo spinti all’opposizione, coerentemente con i messaggi elettorali ricevuti dal centro-destra e dal M5S. Dietro la nostalgia per l’Ulivo, emergono, dunque: la rassegnazione di un ritorno al sistema proporzionale, la rimozione della riforma istituzionale e, soprattutto, il rifiuto si prendere atto che il mix di vecchia socialdemocrazia (nella forma PCI ) e di vecchio cattolicesimo democratico (nella forma sinistra DC) non è riuscito a costruire le basi culturali del nuovo PD. Ed è questo il problema. Ed è su questo che sarebbe più utile che si misurassero le esperienze e le intelligenze, di cui alle firme. Non basterà stare all’opposizione dura e pura per darsi un’identità nuova. Del resto, proprio su questo tipo di ritorno all’opposizione premono forze consistenti dentro il PD. Dopo aver posto mano all’aratro del PD, oggi si fa a gara a chi si volta più indietro.

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