Sermone su Rm 13, 1-7 per la festa valdese della libertà – Terni, 2022.02.20 | di Luca Diotallevi

 

Romani 13:1-7

1 Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite;

poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. 

2 Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. 

3 I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l'autorità? Fa' il bene e ne avrai lode, 4 poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. 

5 Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. 

6 Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio. 7 Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto.

 

 

Sermone

(1)

Interrogati su cosa è la libertà, da esseri umani risponderemmo che è tutto, da cristiani risponderemmo che è Cristo.

La libertà è Cristo, perché in lui, per mezzo di lui e in vista di lui sin da principio siamo stati pensati, amati e voluti liberi (cfr. Col 1, 15ss; Ef 1, 3ss); siamo stati pensati, amati e voluti differenti, unici ed aperti sull’infinito, umani e capaci di Dio. Libertà non è un altro nome da dare al caso o alla arbitrarietà, bensì libertà è capacità di aprirsi all’infinito dal finito, di determinarsi senza soccombere alle condizioni date, sicché nella libertà il finito che siamo si rivela come buono in sé.

La libertà è Cristo Gesù perché per il suo amore e la sua fedeltà al Padre, perché per mezzo della sua fede e della nostra fede in lui, sono state curate le ferite che avevamo inferto alla nostra libertà e è stato riaperto e nuovamente intrapreso il cammino della nostra divinizzazione. Gesù Cristo: la cui libertà è grande quanto l’amore e il cui amore è grande quanto la libertà; Figlio in quel Dio tre volte uno di cui la relazione è forma e norma dell’essenza.

La libertà è Gesù, perché Gesù ci ha sovraeffuso quello Spirito alla luce e con la forza del quale in ogni circostanza storica, per quanto dura, la libertà resta viva e vivibile o torna a rivivere. Con forza, nel Vaticano II, senza più remore né timidezze, anche la più alta istanza magisteriale della Chiesa cattolica è tornata ad insegnare che «la coscienza può volgersi al bene solo nella libertà» (GS n.17).

 

(2)

Eppure,  se ci guardiamo intorno, se consideriamo le condizioni “secolari” nelle quali realmente si svolge la nostra vicenda umana, interrogati sulla libertà, o chiamati a darne testimonianza, non è facile affermare la realtà della libertà, la libertà come fatto. Spesso ci riduciamo a parlarne solo come valore, scopo, desiderio, sogno o addirittura illusione. Se poi ci lasciamo guidare da una idea irrealistica di libertà, di libertà che sarebbe tale solo se assoluta, allora ciò di cui godiamo ci appare essere poca e povera cosa, non vera libertà.

È vero, nella condizione secolare, anche all’indomani della vittoria di Cristo sulla croce, la libertà è fragile, limitata, continuamente ferita e delusa; delusa da se stessa e dalle altre libertà che incontra; sconfortata e a volte quasi vinta dalle circostanze in cui si trova ad operare. Basta incontrare un limite, sperimentare un insuccesso, far fatica a formulare un giudizio morale che ci convinca, o non avere la forza di volontà per fare quello che pur sapremmo di dover fare, per farci dubitare di cosa sia realmente la nostra libertà, se sia realtà o sogno. O magari incubo.

Del resto, le Scritture sante e la predicazione delle Chiese non nascondono, ma insegnano che la condizione secolare è lotta, esteriore ed interiore, agonismo ed agonìa, lotta senza fine, lotta fino all’Ultimo Giorno, e, anche dopo la croce e la resurrezione di Cristo, lotta non dall’esito incerto, ma realmente incerta in ciascun suo singolo passaggio.

 

(3)

Cosa rispondere, allora, se interrogati sulla realtà della libertà nella presente condizione secolare?

Che dire dell’agonismo e della continua agonìa della libertà? Maledirli ed attendere che questo secolo passi? Magari maledirli nascondendosi dietro le parole e le maniere dell’utopia e dell’irenismo? Oppure accettare questa condizione e viverla se non con rabbia, per lo meno con cinismo e spregiudicatezza?

Insomma, nella realtà della condizione secolare, l’alternativa sembra essere tra utopismo irenico da una parte e cinismo spregiudicato dall’altra: due opposti che si somigliano e che in breve tempo svelano una profonda affinità, l’essere l’uno e l’altro refrattari al discernimento. Non si comincia neppure ad operare discernimento, infatti, se non si ritiene che, seppure mescolato al male, nel secolo vi sia anche del bene, che nello svolgersi del secolo, per quanto contrastato ed a volte contraddetto, continuamente avvengano eventi che inaugurano ed annunciano il Regno.

Sicché, a chi invita a rifiutare l’uno e l’altro, sia l’irenismo che il cinismo, incombe l’obbligo costante di un pubblico esercizio di discernimento. Incombe l’obbligo di discernere tra circostanze storiche più propizie ed altre meno propizie al cammino della libertà.

Certamente, guardato nella prospettiva del Vangelo e del Regno, il secolare non ha una forma ideale. Può assumerne molte, alcune delle quali più adeguate e altre meno adeguate o addirittura contraddittorie. È in queste ultime che non solo la libertà, ma anche il secolare, come eccedenza di possibilità ed apertura, soccombono al principe di questo mondo, al sovrano che tutto rende omogeneo, uniforme, semplice e che in questo modo tutto controlla e soffoca.

Se allora si intende esercitare il discernimento come alternativa radicale a utopismo e cinismo, è allora che – tra gli altri – il testo paolino appena ascoltato (Rm 13, 1-7) viene in aiuto.

Quanto questa operazione di discernimento sia urgente lo mostra il fatto che senza di essa la libertà rischia di ridursi a sogno o ad illusione. Quanto questa operazione di discernimento sia delicata lo mostra il fatto che, spesso, citato parzialmente, questo stesso testo paolino è stato utilizzato da coloro che legittimavano la riduzione del secolo a dominio di un principe, di un solo principe (politico, religioso, economico o altro che fosse), incontrastato: principe di questo mondo vivo in ogni sovranità ed in ogni populismo.

 

(4)

Attraverso un gioco di singolari e di plurali ed attraverso una rete di preposizioni che precisano il significato l’una dell’altra, in questi sette versetti Paolo ci porta a prendere coscienza del valore di un comando divino che si può manifestare anche nella comune esperienza del timore di una qualche forma di sanzione legittima da parte di un potere secolare.

In breve, almeno così mi pare, Paolo indica almeno quattro criteri utili a condurre l’operazione di discernimento urgente e delicata di cui abbiamo appena parlato.

1.     Nella condizione del secolo, alla qualità della vita sociale e personale giova anche l’esercizio del potere, senza le cose non andrebbero certo meglio, neppure per chi crede. Diceva Oscar Cullmann: i cristiani non sono anarchici, e per ragioni teologiche non per opportunismo o per fatalismo. Nel secolo la dimensione del potere è da Dio. Il potere secolare è transitorio, ma nel corso del secolo può esercitare una funzione positiva.

2.     Solo in termini astratti al credente è consentito parlare di potere al singolare. Quando il discorso si fa concreto, quando cioè si deve operare discernimento, di potere si deve parlare solo al plurale. Le Scritture, infatti, a partire da Paolo, parlano di una moltitudine di poteri come fatto e come valore, ed a volte, con maggiore dettaglio, di troni, potestà, principati e dominazioni (cfr. ad es. Col 1, 16). Destinati alla combustione nella apocatastasi finale, e prima ancora alla irrisione da parte del Cristo Vincitore, secondo l’insegnamento delle Scritture tutti i poteri mondani (politici, economici, familiari, religiosi, scientifici, giudiziari, ecc.) hanno ciascuno un compito diverso e già solo per questa ragione – la loro pluralità – ciascun potere mondano ha anche il compito di limitare tutti gli altri, di contrastare la inerzia che ciascun potere mondano avrebbe – dopo la caduta – ad estendersi indefinitamente a danno degli altri. Sicché ogni prospettarsi di un potere unico (di qualsiasi tipo), di un potere totale e pervasivo, sovrano e immediato, illimitato ed irresponsabile, è segno nel quale il credente deve cogliere il concretizzarsi della minaccia del “principe di questo mondo” (cfr. ad es. Gv 14, 30), della mondanità come infausto trionfo dell’uniforme sulla varietà, sulla complessità e sulla contingenza proprie del secolare. Quello che Paolo ci prospetta è un panorama sociale fatto di tante sfere o tipi di potere (politico, economico, giudiziario, religioso, scientifico, ecc. – cfr. anche qui Rm 13, 7), sfere o tipi nessuno più importante dell’altro, e ciascuno a sua volta provvidenzialmente animato ed agitato da poteri numerosi e concorrenti. Né cambierebbe qualcosa nel caso in cui il potere unico si presentasse in forme religiose (confessionali o laiche). Diceva Cullmann: i cristiani non sono anarchici e neppure zeloti. «Né anarchici, né zeloti.» La stessa lezione è stata quella di tanti grandi credenti nel Dio delle Scritture sante: da Abraham Kuyper (neocalvinista olandese), a don Luigi Sturzo (cattolico italiano), a Daniel J. Elazar (ebreo statunitense), e non credenti come Thomas Jefferson (framer tra coloro che concepirono la doppia clausola della “libertà religiosa” come architrave del federalismo statunitense), lezione coraggiosamente fatta risuonare tante volte anche in tempi difficili e pericolosi.

3.     Il rispetto per ciascuno di questi poteri da parte dei cristiani non è incondizionato. Innanzitutto, nel loro esercitarsi, ciascuno di questi poteri non deve mettere a repentaglio la forma poliarchica – la molteplicità dei poteri – che una qualsiasi delle forme possibili di ordine sociale secolare deve mantenere. Forma poliarchica cui lo ‘Stato’, nel senso proprio del termine, e non la repubblica, si oppone invece radicalmente. Inoltre, il rispetto dei poteri secolari da parte dei cristiani dipende da altre due condizioni, che forse sono una sola: lo svolgersi di ciascun potere a servizio di Dio e per il bene di ciascuna persona (Rm 13, 4). Il che rende del tutto ingiustificato e persino blasfemo l’uso che spesso è stato fatto di questo testo paolino per delegittimare il santo “diritto alla resistenza’.

4.     I poteri secolari, qualsiasi potere secolare (politico, economico, giudiziario, religioso, ecc.) possono essere esercitati solo negativamente. Essi possono limitare comportamenti, non prescriverne. Questo realisticamente comporta paura nel cittadino, paura di una qualsiasi forma di sanzione. Il discernimento però aiuta a leggere in questa paura una delle esperienze che consente la maturazione di una coscienza teologica delle realtà sociali e dei poteri sociali.

Insomma, anche alla luce di questi versetti della Lettera ai romani, finché dura il secolo presente, del potere deve esserci e deve essere transitorio, spezzettato, limitato, responsabile, di forma negativa.

 

(5)

Paolo ci aiuta in quel discernimento attraverso cui la libertà vive, vive ogni volta come scelta, come scelta che è realismo non meno che attesa, tensione escatologica. Anche così Paolo ci aiuta a non derubricare la libertà a sogno o ad illusione, ci aiuta a gustare, anche nel secolo, il nostro essere creati a immagine di Dio e con-morti e con-risorti in Cristo (cfr. Col 3, 1ss).

Quando ci troviamo lacerati dalla lotta interiore, come fu anche per Paolo, come Gesù stesso sperimentò, pensiamo alle doglie del parto. Dolori sì, ma dolori fecondi. Fecondi non di meriti, ma della esperienza di libertà come essa stessa già esperienza di salvezza.

L’essere dilaniati interiormente, il non riuscire mai ad essere perfetti, l’esperienza di ciò che la spiritualità medievale chiamava concupiscenza, non è peccato. Concupiscentia ad peccatum inclinat, sed non est peccatum. Anche su questo versante di interiore agonismo, di vera e propria agonìa, il discernimento getta una luce, luce capace, non da ultimo, di sventare il cedimento a quella che K. Rahner chiamava una falsa integrazione interiore (quella promessa tante volte da tanta pessima religione e oggi da tanti imprenditori religiosi di successo).

 

Ancora una volta, con gioia, riconosciamo che la Parola delle Scritture ci tiene in cammino non solo verso, ma anche attraverso il Regno che già viene in questo secolo presente.

O Signore, perdono! Perdono per tutte le volte che i cristiani, e non poche volte i cattolici, hanno oppresso la libertà di sorelle e fratelli!

O Signore, che i cristiani non opprimano mai più la libertà di altri cristiani!

O Signore, che i cristiani non opprimano mai più la libertà di nessuno e di nessuna!

O Signore, che i cristiani siano sempre a fianco di coloro che lottano nella libertà e per la libertà.

 

 

Luca Diotallevi

Presidente diocesano della Azione Cattolica di Terni Narni Amelia

 

 

 

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