Salario minimo tra propaganda elettorale, vecchie ideologie e nuovi populismi

Il dibattito sul salario minimo appare quantomeno kafkiano, se non fosse tragicamente insopportabile, oltre che chiaramente messo su a fini di propaganda elettorale populista, scontata per i 5stelle, un po' meno per il PD. Affermando ciò ho in mente un PD che dovrebbe essere o dice di essere riformista e liberale, ma che puntualmente sembra essere attirato da antichi sirene stataliste, le quali rinnegano l'intero discorso programmatico di Veltroni al Lingotto.


"Giocare" con certe materie nella prospettiva di eliminare il sindacato quale soggetto fondamentale della democrazia e del modello di  di Stato e di società (con le relative interrelazioni tra essi, centrali per ridimensionare la cultura dello scarto imperante), può essere obiettivo di forze populiste con slogan quali "uno vale uno" o con obiettivi che sin dall'inizio hanno puntato all'eliminazione dei corpi intermedi, ad iniziare dai partiti. Tale gioco non si comprende però - se non in chiave di propaganda elettorale - in un PD che così facendo, sembra avvicinarsi sempre di più alla cultura populista che tanto danno ha fatto negli ultimi anni.


In Italia, a differenza di molti altri Paesi europei, la dimensione della contrattazione è entro i limiti positivi stabiliti a livello europeo e nonostante quanto affermato da qualche leader populista pronto a cavalcare ogni like ed ogni sondaggio, non esistono contratti con salari al di sotto dei 4 euro (il più basso è quello del lavoro domestico pari a euro 4,60 l'ora), e questo livello di salario viene sempre aumentato a 8-10 euro dalla contrattazione tra dipendente e datore di lavoro. 
Credo che il dibattito sul salario minimo sia contaminato da un vecchio modello miope ed ideologico che ancora considera il rapporto di lavoro solo come uno semplice e conflittuale relazione obbligata tra padroni e dipendenti, dominata dallo scambio lavoro-denaro. 

I contratti non sono fatti solo da salari diretti, non sono il semplice compendio di mansioni e norme che regolamentano il rapporto tra imprenditori e maestranze. 

I Contratti di lavoro, sia quelli nazionali come quelli territoriali ed aziendali, regolamentano ormai da anni, anzi decenni...salario indiretto, salario differito e salario sociale, dalle tredicesime, quattordicesime e TFR, ai fondi pensioni, ai fondi sanitari, agli Enti bilaterali e di formazione anche aziendale. Nella mia esperienza di dirigente nazionale e negoziatore di contratti del Terziario, posso affermare - sostenuto dalla soddisfazione passata e presente di lavoratrici e lavoratori - che l'aver negoziato e ottenuto enti di sanità, formazione e previdenza integrativi, è stata una delle maggiori conquiste sindacali vissute.  

Come nel terziario anche in altri settori, ad esempio quello metalmeccanico o edile, queste conquiste sono fortemente apprezzate da centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori; scambiando una minima parte di salario diretto con salario sociale si sono ottenute, cure mediche e formazione non erogati dallo Stato, oltre che pensioni integrative a pensioni pubbliche sempre meno consistenti.

Che senso ha allora ragionare solo in termini di paga oraria?


Forse i veri problemi sono altri, quelli che dei partiti e leader politici dovrebbero risolvere, non pensando alle elezioni del prossimo anno, ma al bene comune. 

Forse le norme da richiedere e varare sono quelle che eliminino le contrattazioni pirata, i contratti stipulati da associazioni imprenditoriali e sindacali formate da amici e parenti, senza alcuna rappresentanza e rappresentatività, se non quella della propria progenie e amici relativi. 

Forse si dovrebbe bonificare la selva di contratti pirata e associazioni del mondo del lavoro inesistenti o simili a sepolcri imbiancati, che ingolfano gli archivi del CNEL. 

Forse si dovrebbe dare finalmente un ruolo più incisivo dello Stato nel varare unicamente norme quadro sul lavoro, capaci di regolare il mercato di lavoro con equità e dando maggiore agibilità negoziale nel merito delle materie alle parti contraenti, cioè ai corpi intermedi della società che ne hanno competenza, rappresentanza e rappresentatività.


Forse si dovrebbero produrre norme capaci di eliminare o almeno ridurre il lavoro nero e dare potenza al controllo della flessibilità selvaggia, impedendo che essa mascheri rapporti di lavoro a sfruttamento intensivo.

Forse è il tempo di varare la certificazione degli iscritti - imprenditoriali e sindacali - anche per i settori privati, e attraverso essa procedere al disboscamento-eliminazione di contratti non stipulati da parti rappresentative.


Forse è il tempo di investire sull'abbattimento delle tasse sul costo del lavoro attraverso il cuneo fiscale, con i relativi benefici per lavoratori e imprenditori, anziché continuare a erogare miliardi di reddito di cittadinanza a fini di propaganda elettorale. Un reale contrasto alla povertà si realizzerebbe, se si recuperasse potenziandolo il REI (Reddito di inclusione).


Se proprio si vuole intervenire sulla questione salariale lo si faccia emanando norme di legge che riconoscano l'efficacia erga omnes ai salari diretti, indiretti e sociali contenuti nei contratti di lavoro maggiormente applicati nel settore di riferimento, creando condizioni di ulteriore negoziazione di miglioramenti salariali e normativi. Questa sì, sarebbe una battaglia riformista che non umilierebbe fino ad annullarle le parti sociali e assegnerebbe allo Stato il giusto ruolo di regolatore della redistribuzione delle ricchezze e del bene comune, con effetti positivi sul ridimensionando delle diseguaglianze.

Pietro Giordano

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