Renzi e l'endorsement di Civiltà Cattolica

Nel mezzo dell’afasia della CEI e del laicato cattolico organizzato, a cominciare dall’Azione cattolica, ancora incapaci di costruire un quadro di discernimento della nuova fase politica, ci pensano dehoniani e gesuiti a dettare la linea. E tra oscillazioni e distinguo, l’endorsement per Renzi alla fine c’è. I mal di pancia sono molti, di più dalle parti di Bologna. La via di Renzi è una via craxiana, un vizio grave per la scuola bolognese. Punta tutto su una leadership solitaria, nel partito e nel paese. Una leadership che crea un vuoto di classe dirigente. L’accordo elettorale con Berlusconi è assai pesante sul piano democratico. La rottamazione è una formula barbara che deve ancora approdare a qualcosa di stabile. La vittoria del 25 maggio non chiude definitivamente con il passato ed è molto meno bipolarizzata di quanto si sia detto in questi giorni. Non sono siluri da poco. Eppure alla fine anche il Regno è costretto a fare il tifo per Renzi: se si ferma lui siamo perduti. Civiltà Cattolica fa le bucce alla proposta di riforma del Senato, uno dei passaggi fondamentali del programma di governo. Non convince l’elezione indiretta, si guarda a un potenziamento delle funzioni di garanzia del Senato, rivendicato come proprio della tradizione cattolica. Si arriva a ipotizzare leggi bicamerali paritarie per l’attuazione del diritto comunitario - un settore che potrebbe finire in verità per incidere sull’indirizzo politico di governo, pensiamo ai temi del mercato e della concorrenza - con buona pace del premierato. Si vogliono poteri di rinvio del Presidente della Repubblica più duttili e articolati, si piazza qualche mina sulla legge elettorale - anche se uninominale e proporzionale corretto, ma corretto come? vengono sdoganati. Inutile dire che collegi uninominali non sono all’ordine del giorno e che un proporzionale corretto farebbe gola anche a tutti i veterocentristi di turno. Insomma una lunga lista di esami che finisce però con una promozione. L’editoriale del numero del 7 giugno scioglie le incertezze. Il PD di Renzi è stato premiato dagli elettori moderati - anche se i dati ci dicono che questo è avvenuto grazie al traghettamento degli elettori di Monti -  e tra questi da molti di ispirazione cristiana. Non solo, di ispirazione cristiana e non legati tradizionalmente dal centrosinistra. Insomma elettori mobili che probabilmente - in assenza della novità Renzi - si sarebbero posizionati su Alfano e comunque su collocazioni neocentriste. Ma l’editoriale va oltre. Interpreta la fase attuale come un analogo della fase ricostruttiva degasperiana, alla quale affianca il riferimento a La Pira nella formazione di Renzi. Nel merito delle policy Civiltà Cattolica per la verità oscilla. E così se la posizione sull’Unione europea è schiettamente riformista, arrivando a concedere qualcosa anche alle sirene degli assetti intergovernativi, quando respinge la possibilità di disegnare una dinamica maggioritaria nel sistema politico europeo simmetrica a quella degli stati membri, la richiesta di deideologizzare il riformismo europeo dalla matrice socialdemocratica e post comunista non va fino in fondo. Finisce infatti con il recuperare molti luoghi comuni della sinistra socialdemocratica novecentesca: la coesione sociale, la redistribuzione,  il reddito minimo di cittadinanza, le politiche industriali. Un po’ con Renzi, dunque, e un po’ lontano da Renzi. Ma l’endorsement c’è, chiaro e forte. C’è dunque da domandarsi come si vada delineando il cattolicesimo politico che si esprime nella leadership di Renzi. Per molti non c’è più cattolicesimo politico, nel senso che l’influenza sui comportamenti politici della dimensione religiosa è praticamente nulla. La fede non dice più nulla alla vita politica. Intendiamoci, tra questi c’è chi vede questo esito come un successo benefico della secolarizzazione e chi viceversa lo interpreta come un frutto perverso della privatizzazione dell’esperienza religiosa. Privatizzazione che la rende compatibile con quasi tutta la gamma dei comportamenti pubblici, dalla politica all’economia, dalla famiglia alla cultura. Per altri il nuovo cattolicesimo politico è un cattolicesimo pop, naturalmente non nel senso del popolare di Sturzo. E’ un cattolicesimo politico pop, politico perché tra politica e religione non c’è separazione e autonomia assoluta ma pop perché l’influenza dell’una sull’altra - che testimonia della mancanza di questa separazione assoluta - è affidata ad elementi assai esili, poco più che note biografiche. Un pop che ha però un merito: fa funzionare il bipolarismo del sistema politico, rende per la prima volta il PD “partito del paese”, consente all’elettorato di ispirazione cristiana di votare a sinistra ritrovandosi e non sentendosi ospite non gradito. Due posizioni non prive di riscontri empirici  che aprano però ulteriori interrogativi. Il cattolicesimo politico può rinnovarsi anche oltre la via del solo dato biografico. Anzi diciamo pure che non può non farlo se vuole restare cattolicesimo politico, cioè fenomeno sociale che manifesta una rilevanza collettiva della fede per la vicenda politica. La distinzione tra politica e religione è anche autonomia e pluralismo delle forme organizzative. Le personalizzazione della leadership politica non significa scomparsa dei soggetti organizzativi quanto piuttosto loro radicale trasformazione. Allo stesso tempo il PD e Renzi non rappresentano solo il frutto della fase di smobilitazione del cattolicesimo politico che ha coinciso con la fine della DC. La fine della DC non è la fine del cattolicesimo politico, è la fine di una sua variante fatta di regole, valori e istituzioni. Fatta di un modello di partito che non c’è più e non può esserci più. E di un allineamento tra organizzazioni religiose e organizzazioni politiche costruito per una fase storica del paese conclusa. Se la Chiesa italiana, il laicato cattolico, l’Azione cattolica prendessero atto di questo in modo meno irriflesso saremmo già ad un primo passo di una nuova fase. Non sarebbe la prima volta che il rinnovamento del cattolicesimo politico si muove con una “trazione politica”. Alla trazione politica deve però corrispondere un rimescolamento ecclesiale. E’ questo che manca in questa fase. Il cattolicesimo politico sbiadisce, perché non si capisce dove sta il cattolicesimo, non già perché non si capisce dove sta la politica.          

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