L'Italia ha bisogno di altro, di Giorgio Armillei

Due cose caratterizzano il quadro politico italiano rispetto a quello degli altri stati membri dell’Unione. Siamo l’unico sistema politico tra i quattro grandi dell’Unione ad avere un governo nazional populista. Essere in compagnia dell’Ungheria non è certo una consolazione. E siamo l’unico tra i quattro grandi – e non solo – in cui l’elettorato non dispone di una chiara, forte e innovativa alternativa liberaldemocratica all’offerta politica nazional populista.

In questo quadro non ci sono tante ragioni per essere soddisfatti del voto di domenica come sembra esserlo Zingaretti. “Molto soddisfatti per l’esito elettorale… Il bipolarismo è tornato a essere centrato sulla presenza del Pd… Si apre una nuova stagione di un bipolarismo che vede una destra estremista e un altro fronte di un centro sinistra…”. Va bene il sorpasso simbolico – anche se in discesa per numero di voti - a danno del M5s; va bene l’evidente vantaggio derivato dalla mancata presenza di un robusto competitor liberale europeista, almeno per il momento disinnescata, che ha generato anche un piccolo effetto “voto utile”; va bene l’ennesimo flop alla sinistra del PD per effetto dello spostamento dell’asse di riferimento del PD stesso; va bene il necessario orgoglio a scopo di rassicurazione. Ma oltre questo non sembra esserci altro. Anzi.

Tanto per cominciare il PD di Zingaretti non mostra forza espansiva che non sia il recupero, neppure troppo esteso, dei voti di LeU alla sua sinistra. Il profilo politico generale del suo elettorato torna così a spostarsi a sinistra (+ 4 punti) a danno del centrosinistra (- 5 punti). L’unico vero obiettivo perseguito da Zingaretti in perfetta coerenza con l’antica strategia del “nessun nemico a sinistra” ma per l’appunto antica e soprattutto aderente a un allineamento elettorale che non esiste più, appare così raggiunto. Per il resto il PD resta quasi muto: verso l’elettorato del M5s, verso l’elettorato di Forza Italia e verso l’area del voto mobile e dell’astensionismo intermittente. Si interrompe la fuga degli elettori dal PD, ma per diventare un pilastro di una nuova stagione del bipolarismo occorre ben altro. La tattica dei due tempi, prima mi compatto e poi riparto, rischia di essere solo un modo per spostare in avanti il momento della verità.

Non solo. Il PD di Zingaretti resta indietro tra le fasce generazionali più centrali, tra le fasce di reddito più basse, tra il ceto medio. In sostanza non riesce a costituire un’alternativa per molte e diverse quote di elettorato che per distinti ma convergenti motivi hanno ragione di essere insoddisfatte del governo gialloverde. Insomma, un’opposizione che si ricompatta ma che parla prevalentemente a sé stessa. Un film già visto.

Quello che il PD di Zingaretti potrebbe giustamente rivendicare come un buon risultato – il primo posto in quasi tutte le città medio grandi del centro nord e in una buona parte di quelle del centro sud – resta invece in secondo piano. Prendere sul serio quel dato comporterebbe due ordini di conseguenze. Innanzi tutto fare i conti con le dinamiche delle realtà urbane, spostando a quel livello il focus delle politiche pubbliche, a partire dalle aree metropolitane, e abbandonando l’illusione di ripensare lo stato come dimensione ottimale delle politiche. E in secondo luogo imporre una strategia di riforma delle istituzioni di governo locale che potrebbe presentarsi come alternativa credibile al confuso regionalismo differenziato della Lega, di fatto uno statalismo a dimensione ridotta speculare all’assistenzialismo del M5s nelle regioni del sud.

C’è tuttavia una questione ancor più cruciale che conviene mettere a fuoco e sulla quale la risposta del PD di Zingaretti è insoddisfacente per quanto coerente con quanto detto finora. La frattura politica fondamentale che ha attraversato queste elezioni, allo stesso tempo giocate su base nazionale ma trainate da una influente dinamica di europeizzazione, non è quella immaginata da Zingaretti, non è quella tra una destra più o meno estrema e una sinistra più o meno rianimata. Lo scambio di voti all’interno del bacino nazional populista tra M5s e Lega e l’ampia area di indifferenza ideologica all’interno dell’elettorato della Lega confermano che la frattura dominante, quella che sembra allineare i comportamenti di voto determinanti per il successo elettorale, è ormai un’altra. È quella tra risentimento e speranza, tra sovranisti e europeisti, tra nazional populisti e liberali, tra chiusura e apertura.  

Finché il PD non prenderà atto di questa rotazione degli assi di riferimento della competizione politica e della prevalenza gerarchica di una frattura (apertura vs chiusura) sulle altre, il suo destino sarà quello di tutti i vecchi partiti catch-all della sinistra del 900, malinconicamente finiti con l’occupare la terza posizione, dopo i liberali (con la novità verde) e i populisti, se non quasi scomparsi. E non è un secondo posto “in discesa” che cambierà le cose. L’Italia ha bisogno di altro.

 

 

 

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