L'inizio di un nuovo tipo di presenza, di Giovanni Ferretti

La festa dell’Ascensione, con cui riprendiamo la celebrazione delle Messe con il popolo sia pur con tutte le precauzioni necessarie, ci apre alla contemplazione amorosa di un’importante dimensione del grande evento/mistero pasquale di Gesù. Sappiamo che i racconti del Nuovo Testamento ci presentano questo mistero nella successione cronologica della morte, risurrezione, ascensione e invio dello Spirito Santo a Pentecoste. Lo fanno per dipanarcene la ricchezza insondabile in successive scene, adatte alla nostra immaginazione. In verità si tratta di un mistero unico, trascendente il tempo e lo spazio della vita terrena. In esso siamo invitati a inoltrarci con gli occhi della fede e dell’amore per meglio comprendere chi è Gesù risorto per noi, il Signore nella nostra vita.

Nel Vangelo di Giovanni tutto è come racchiuso in un unico momento, quello di Gesù che muore in croce. A un tempo passaggio da questo mondo al Padre, elevazione gloriosa e ritorno presso di noi con il dono dello Spirito. Marco (se si eccettua l’aggiunta finale non sua – v. Mc. 16, 9-20) e Matteo non ci parlano di ascensione o di invio dello Spirito, ma tutto racchiudono nell’evento della risurrezione attestato dalle apparizioni. Luca invece ne descrive la scena due volte: al termine del suo Vangelo (Lc 24, 50-52), situandola il giorno stesso della risurrezione, e negli Atti degli Apostoli (At 1, 1-11), situandola dopo quaranta giorni; numero simbolico per distinguere questo aspetto del mistero dagli altri e indicare che è stato necessario del tempo per la maturazione della fede nella risurrezione.

E' in riferimento a questo racconto degli Atti che la festa dell’Ascensione si celebra quaranta giorni dopo Pasqua o nella domenica successiva. Elementi simbolico/immaginativi sono presenti anche nella descrizione dell’Ascensione quale distacco dalla terra e salita verso il cielo, come pure quale “essere innalzato alla destra di Dio” (At 2, 33; v. Ef 1, 28). Il cielo ove Gesù ascende con la sua intera umanità, perché tutto l’uomo è amato da Dio, non è certamente il nostro cielo astronomico; ma, potremmo dire con Romano Guardini, “il modo di essere di Dio” , il modo di essere dell’amore, perché Dio è amore (1Gv 4, 16). Per cui salire al cielo è immergersi nell’amore di Dio. Mentre “sedere alla destra di Dio” (immagine ripresa dal Salmo 110, 1) è partecipare di tutta la forza o potere salvifico dell’amore di Dio, che abbraccia l’universo e spinge verso la pienezza di vita e di bontà l’umanità intera. In questo senso mi pare vada inteso anche quanto dice Gesù risorto ai discepoli secondo il testo del Vangelo di Matteo che leggiamo oggi: “A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28, 18).

Certamente l’Ascensione significa che la vita terrena di Gesù si è definitivamente chiusa con la sua morte, e quindi è anche finita la sua presenza fisica secondo le nostre coordinate spazio-temporali. Per cui se Gesù era in un luogo non poteva essere in un altro e se era in un tempo determinato – i trent’anni della sua vita in Palestina circa 2000 anni fa - non poteva essere in altri, come ad esempio il nostro tempo. Ma questo non significa un allontanamento che ne determina l’assenza, ma l’inizio di un nuovo tipo di presenza. Non più limitata a un tempo e a un luogo determinati e neppure a queste o quelle persone; ma universale, per tutti i tempi e tutti i luoghi. Proprio perché totalmente immerso nell’amore universale di Dio, Gesù può essere prossimo a ogni persona, di ogni tempo e di ogni luogo, sempre. “Ecco che io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20): sono le consolanti parole che Gesù ci rivolge nel brano finale del Vangelo di Matteo che oggi leggiamo.

La prima comunità cristiana ha indicato in particolare con il titolo di “Signore” (in greco Kyrios) questa nuova realtà di Gesù risorto e asceso al cielo “alla destra di Dio”. Negli Atti Pietro parlerà della risurrezione dicendo: “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” (At 2, 36). “Gesù è il Signore” diverrà una sintetica professione di fede, soprattutto in ambiente greco-romano. Mentre quella di “Gesù è il Cristo” (v. At 18, 28) prevarrà in ambiente ebraico, dato che Cristo è la traduzione greca del termine ebraico Messia, il salvatore atteso da Israele. Paolo nella Lettera ai Romani ci testimonia tale formula di fede: «Se con la tua bocca proclamerai: “Gesù è il Signore!” e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rom 10, 9). Si giungerà anche a inserire il titolo di Signore quale parte del nome stesso di Gesù risorto, accanto a quello di Messia/Cristo. Paolo, ad esempio, lo chiamerà “Il Signore Gesù Cristo” (1Cor 1,3), “Il nostro Signore Gesù Cristo” (1Ts 5, 23; Rom 5, 1.11), o anche semplicemente “il Signore” (Rom 14, 1-9). Anche Luca e Giovanni, proiettando la luce della Pasqua negli avvenimenti della vita di Gesù, designeranno Gesù con il nome di Signore nei racconti dei loro Vangeli. Celebre l’esclamazione gioiosa con cui il discepolo prediletto si rivolge a Pietro quando riconosce Gesù risorto nell’uomo che li attende sulla riva: “È il Signore!” (Gv 21,7).

Per noi, seguendo quella antica tradizione, è diventato normale sia nella preghiera liturgica che nella preghiera personale rivolgerci a Gesù, come persona viva che ci è sempre accanto e ci ascolta, con il titolo o il nome di “Signore”. E forse vale la pena, oltre che ricordare l’origine di tale titolo in riferimento all’Ascensione, riscoprirne o richiamarne il senso con un paio di riflessioni riguardanti la signoria universale di Gesù. La prima riflessione riguarda il senso di tale signoria in sé stessa. Essa si definisce in totale alternativa alla signoria dei potenti della terra. Sia perché i primi cristiani, riservando a Gesù il titolo di Kyrios (Signore), si contrapponevano all’uso romano di attribuirlo all’imperatore in quanto detentore di ogni potere; e quindi vero e proprio Dio, secondo la visione di Dio come la massima concentrazione del potere, l’onnipotenza. Sia soprattutto perché applicando a Gesù quel titolo ne ribaltavano totalmente il significato. Non più espressione del massimo potere sugli altri quando espressione della massima dedizione agli altri; non signoria della forza che s’impone ma signoria dell’amore che attrae e fa vivere, secondo la visione di Dio che Gesù ha rivelato e testimoniato con la sua vita.

Per questo i cristiani, se non si lasciano abbagliare dal potere che a un tempo attrae e soggioga le persone, anche quelle che imponendosi sugli altri lo detengono, quando si rivolgono a Gesù chiamandolo Signore intendono tale titolo sullo sfondo amabile del Buon Pastore, del Padre misericordioso, del buon Samaritano. Hanno nella mente e nel cuore colui che ha avuto compassione di tutti i sofferenti e i peccatori; che ha accolto le persone senza alcuna discriminazione; che si è seduto a mensa con pubblicani e peccatori e non ha condannato ma riabilitato l’adultera. Non dimenticano che egli ha rinunciato alle varie forme di potere considerandole tentazioni diaboliche ed è stato mite e umile di cuore anche di fronte alla violenza omicida che lo metteva in croce; fino a perdonare dalla croce i suoi stessi crocifissori; fino a donare la sua vita per amore.

È questo Gesù raccontato dai Vangeli che è risorto, asceso al cielo e siede alla destra di Dio; a un tempo totalmente immerso nel cielo dell’amore di Dio che abbraccia il mondo e suprema interpretazione, con la sua umanità, di chi è veramente Dio per noi. Chiamandolo con tale nome noi sentiamo di poterlo invocare con totale fiducia sapendolo sempre disposto ad ascoltarci, a comprenderci, a consolarci, a risollevarci... e ne riconosciamo e accogliamo la signoria. La seconda riflessione riguarda quindi il senso della sua signoria per noi, l’esperienza che possiamo concretamente farne.

Accettare la signoria di Gesù non significa - se non per un totale fraintendimento del Vangelo, che purtroppo si è diffuso anche tra i cristiani – sentire su di sé il giogo di una legge morale che per un verso reprime e mortifica il desiderio di vita che ci portiamo nel cuore e per altro verso ci opprime con i sensi di colpa perché non riusciamo a praticarla compiutamente. Accogliere e fare esperienza della signoria di Gesù significa piuttosto metterci in ascolto del desiderio di bontà che urge nei nostri cuori; avvertire che tale desiderio trova voce e interpretazione nelle parole del Vangelo; sentire che lo Spirito di Gesù ci sostiene e conforta nelle scelte del bene che riusciamo a fare, anche silenziose e nascoste. Significa rinunciare alla brama e all’esercizio del potere sugli altri per fare della dedizione agli altri il senso della nostra vita. Significa persistere nel desiderio del bene conservandolo vivo nel cuore anche quando non riusciamo a realizzarlo in pienezza o lo contraddiciamo facendo il male. Significa credere che nonostante i limiti, le contraddizioni, i peccati, nostri e dell’umanità, Gesù è il Signore della nostra vita e della storia umana. Egli infatti, con 4 la forza mite e discreta dell’amore divino in cui con l’Ascensione si è pienamente insediato, ci guida verso il cielo del “modo di essere di Dio”, quando Dio-Amore sarà veramente “tutto in tutti” (1Cor 15, 28). La sua ascensione è così anticipo della nostra nel mondo futuro e al tempo stesso forza interiore per quel cammino di ascensione che dà senso alla nostra esistenza terrena. In virtù del suo Spirito, infatti, già adesso saliamo al cielo con il Signore ogni volta che coinvolti e immersi nell’amore di Dio, amiamo concretamente i nostri fratelli.

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