L'album di famiglia, di Giorgio Armillei

E così dopo 48 ore di euforia - Salvini battuto nonostante la mossa a sorpresa dell’offerta del voto sulla riforma costituzionale del numero dei parlamentari; battuto da una maggioranza M5s, PD, LeU; quindi si può fare un governo di legislatura, magari un Conte bis con questa nuova maggioranza giallorossa – emergono perplessità e fatti nuovi.

Prima perplessità su cui si sofferma il Foglio del 15 agosto in due pezzi che si rilanciano. Ma come si fa a governare con il M5s sapendo quali sono le scelte di policy di quel partito che, con la sola eccezione della TAV e al netto del balletto sull’autonomia differenziata, si sono perfettamente intrecciati con quelli della Lega? A conferma di un populismo italiano a due facce, quella leghista e quella pentastellata. Quasi impossibile, troppa la distanza tra PD e populismo, una distanza in molti casi fatta non solo di quantità ma di qualità. Sterilizzare l’aumento dell’IVA e chiudere le riforme costituzionali potrebbero essere obiettivi raggiungibili. Ma poi?  

Seconda perplessità. Si dice, il M5s è cambiato, non è più quello del 2013 né quello del 2018. La prova? L’appoggio dei parlamentari europei cinque stelle alla presidente Van der Leyen che segnerebbe il loro ingresso nel polo antisovranista. Non solo: Conte si è mosso con scaltrezza nel triangolo Quirinale, Tria, Commissione europea e ora è lì pronto a guidare un governo che fa suo il cuore programmatico di quel triangolo. Ahinoi l’argomento prova troppo. Tanto per cominciare Conte non è il M5s e soprattutto il triangolo Quirinale, Tria, Commissione non è Conte. E poi c’è una bella differenza tra l’essere senior partner di una maggioranza di governo in cui il junior ha meno della metà dei parlamentari e l’essere uno sparuto gruppo di parlamentari il cui peso nella maggioranza Van der Leyen può essere neutralizzato in qualsiasi momento.

Due i fatti nuovi. Il primo: La Lega è in evidente difficoltà. E comincia a fare marcia indietro. Giorgetti propone lui un governo di scopo diretto a neutralizzare le difficoltà della finanza pubblica – quelle create, è bene ricordarlo, dal governo di cui Giorgetti è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio – per poi tornare a votare. Un’apertura che nasconde però un inganno: per Giorgetti la Lega è un partito di governo, il M5s lo ha costretto ad un pit stop, ora qualcun altro ai box rimette a posto le cose, poi la Lega può tornare in pista per prendere la prima posizione e governare finalmente in solitudine. La difficoltà leghista porta a mosse disperate: ai box non si capisce perché si dovrebbe lavorare gratis per Salvini.

Ma la marcia indietro potrebbe essere ancor più radicale, fino a riportare in vita la maggioranza gialloverde gettata nel cestino da Salvini. A finire nel cestino sarebbero allora le patenti di affidabilità troppo frettolosamente rilasciate dal PD al M5s.

Il secondo: Berlusconi e Forza Italia danno segnali di vita, evidentemente non tutti da quelle parti vogliono morire salviniani. E con diplomazia istituzionale rivendicano un ruolo nella partita della crisi, peraltro i numeri al Senato gli danno ragione. Forza Italia è il secondo gruppo per consistenza e come abbiamo detto più volte in questi giorni siamo dentro un quadro selvaggiamente parlamentarista.

Come si vede dunque, nel caso in cui il 20 agosto Conte certifichi la fine della maggioranza gialloverde, l’obiettivo quirinalizio di un governo che contenga gli eccessi antisistema (e anti UE) di Salvini non necessariamente conduce a un abbraccio programmatico tra PD e M5s. Si può lavorare a soluzioni diverse, anche il PD potrebbe parlamentaristicamente giocare la partita dei due forni. In fondo è il principale partito di opposizione e chi è rovinosamente caduto è il governo con la sua maggioranza, non l’opposizione. C’è però un a meno che.

A meno che la spinta quirinalizia non sia l’occasione per rimettere a lucido “l’album di famiglia”. E su quello costruire maggioranza e governo. L’album che unisce Berlinguer, il populismo pentastellato e Zingaretti. Da “i partiti sono macchine di potere e di clientela” del Berlinguer della questione morale, al “se non ci fosse stata l’Unione sovietica non sarebbero state possibili le lotte dei partiti di sinistra e democratici” dello Zingaretti di Piazza Grande.

Non sarebbe una buona soluzione per il paese. E la truppa liberale del PD non potrebbe non trovarsi fuori posto in una maggioranza corbyniana. In condizioni analoghe Macron ha fondato un nuovo partito, Blair e Campbell hanno votato libdem.

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