L'album dei ricordi

La tripletta del 2016 (Brexit, Trump, NO) sembra aver annientato le prospettive della “sinistra di centro” uscita vincitrice dalla fine del secolo breve. Quella sinistra si fonda su due assunti. Il primo è la democrazia governante che prende decisioni e viene periodicamente giudicata sui risultati: meno politica ma una politica più forte. Per la sinistra di centro la democrazia è dunque decisione. Il secondo è la fine dell’era socialdemocratica e delle illusioni stataliste: c’è sinistra (di centro) anche se si mettono nel cassetto socialismo e welfare statalista. La tripletta del 2016 li spazza via insediando al loro posto rabbia e populismo. Eugenio Scalfari su Repubblica di oggi 31 dicembre e Massimo D’Alema nell’editoriale del prossimo numero di Italianieuropei ci spiegano perché a loro avviso entrambi questi assunti sono da abbandonare, immaginando così di porre rimedio a rabbia e populismo. Lo fanno sfogliando il loro album dei ricordi. E’ anche comprensibile: quando il presente si fa incerto meglio aggrapparsi alle certezze del passato. Ecco allora per Scalfari l’ossequio alle magistrature politiche supposte imparziali, le aristocrazie che a partire dal Presidente della Repubblica per definizione guardano l’interesse generale. A queste si devono aggiungere imprenditori coraggiosi, capaci di resistere alle sirene della finanziarizzazione sulla quale deve scattare la sanzione della mannaia fiscale. Alla rappresentanza politico parlamentare, per finire, va riservata una bella cura di proporzionale con tanto di maggioranza e governi che si formano dopo le elezioni, magari sotto la saggia regia del Presidente della Repubblica. D’Alema naturalmente si dedica al socialismo. In prima battuta per mettere tra loro in competizione governabilità e partecipazione: tanta più governabilità tanta meno partecipazione. E siccome il socialismo è partecipazione tanti saluti alla governabilità. Poi per saldare di nuovo sinistra, socialismo, stato e sovranità: una specie di socialismo nazionale con lo stato regista e l’Unione europea che si deve affrettare a comportarsi da stato con politiche keynesiane in deficit e con tanto di olimpo degli economisti doc, Stiglitz, Krugman, Piketty e Mazzucato. Ora il punto non è tanto il sapore di restaurazione che o per aristocratico snobismo o per incontenibile supponenza attraversa queste proposte. In fondo azionismo e comunismo sono i due grandi sconfitti della storia repubblicana e da qualche parte la voglia di rivincita riemerge. Un conto le categorie dirigenti (indispensabili) che si selezionano in una società aperta un conto le aristocrazie (dannose) che cooptano a loro piacimento. Il punto è che la terapia Scalfari D’Alema rischia di produrre l’effetto esattamente opposto a quello desiderato: programmatica debolezza decisionale, commissariamenti più o meno mascherati del mandato elettorale e enfasi sovranista sulle prerogative dello stato fanno il gioco dei populismi, di destra o di sinistra che siano. La tripletta del 2016 ripropone la centralità della grande frattura tra apertura e chiusura che Tony Blair aveva messo a fuoco nel suo addio nel 2007. Il punto è che oggi la sinistra di centro non riesce più a coniugare i propri assunti con l’identificazione di questa frattura. E a rendere evidenti le opportunità dell’apertura contro i danni della chiusura. Necessario dunque andare oltre la sinistra di centro ma non certo sfogliando l’album dei ricordi.

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