La ricostruzione, di Luciano Iannaccone

 E’ un presente duro e doloroso per tanti, ma ne usciremo. Giungerà il momento in cui il coronavirus sarà soprattutto un mortale pericolo alle nostre spalle e ci dovremo misurare con  nuovi e  gravi problemi.

 

Del recente passato avremo nella memoria immagine intense: le più degne di ammirazione e rispetto resteranno  il calvario di tanti e la dedizione con cui medici, infermieri, personale delle ambulanze e tanti altri  hanno riempito le loro convulse giornate. Altre immagini invece pungenti, perché ci parlano della mancanza di serietà che l’Italia non perde mai occasione di esibire. Dalla comunicazione televisiva giornaliera dei dati della protezione civile, fatta in modo da indurre i giornalisti a ricavare il dato dei nuovi contagiati giornalieri dalla differenza fra gli attuali contagiati e quelli di ieri. E a sottostimarne fortemente il numero che, come insegna la negletta aritmetica, si ottiene dalla differenza fra i contagiati totali del giorno (comprensivi di attuali, guariti e defunti) e quelli, sempre totali, del giorno prima.

Questa comunicazione a catena che porta a sottostimare fortemente ogni giorno i nuovi contagi accertati, frutto di inutile e sciocca furbizia dei comunicatori e di pressappochismo giornalistico, offende però molto meno del comportamento del movimento politico con più vasta rappresentanza nel parlamento italiano. I 5stelle, dopo aver per anni lisciato il pelo all’asineria dei no-vax ed alla libertà dai vaccini, non hanno creduto di spendere nemmeno una parola per una doverosa e solenne autocritica. Neppure davanti ai lunghi convogli di bare sulle strade lombarde.

 

Al coronavirus succederà una situazione già vissuta in modo  assai più grave  settantacinque anni fa: un popolo ed una vita economica e sociale che devono riprendere il loro cammino.  Con tre macigni davanti: innanzitutto rimettere in movimento il lavoro, la produzione di beni e di servizi gravemente caduta nei mesi del contagio. Qui la ricetta non è complicata e l’ha declinata con meravigliosa semplicità Mario Draghi nel suo intervento rivolto all’Europa sul “Financial Times”: una profonda recessione è inevitabile e gli Stati devono indebitarsi per farsi carico del pesante impegno della ripresa. “La perdita di reddito accumulata dal settore privato – e qualsiasi debito accumulato per colmare il divario – deve alla fine essere assorbita, in tutto o  in parte, dai bilanci pubblici”. Infatti “E’ il ruolo corretto dello stato distribuire il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di  cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire”.

 

Il secondo macigno sta nell’inefficienza distorsiva del nostro Stato, nel debole livello medio dei vertici governativi e della catena di comando e di operatività, in processi e procedure gestite dal Governo all’insegna della “comunicazione” e non dell’efficacia e della equità. Viene da un apparato amministrativo prigioniero della selva intricabile che è cresciuta su di lui e lo blocca, dalla eccezionale difficoltà ad essere operativi in tempi rapidi, come è necessario.

Ma c’è un terzo e decisivo macigno: l’Italia deve mobilitare, sotto forma di debito pubblico, ingenti risorse, che non possono venire che dall’Europa e dall’area euro, di cui condivide la  sovranità monetaria. Ogni esitazione o limitazione o rifiuto di una parte degli Stati membri davanti ad un problema esiziale che riguarda tutti non potrebbe che provocare la crisi e probabilmente la fine della parziale unità europea attuale.

Ma ogni credito concesso presuppone da parte del debitore un merito  di  credito,  che vale anche per gli Stati che battono moneta, nei quali la sua mancanza si tradurrebbe in svalutazione della propria moneta ed inflazione che distruggerebbe i  risparmi dei propri cittadini. Nel caso dell’Italia il merito di credito, monitorato dalle agenzie di rating, è mediocre perché all’elevata ricchezza privata ed alle potenzialità economiche si contrappongono l’alto e crescente debito pubblico, l’inefficienza pubblica e la bassissima crescita della produttività e dell’economia.

 

La conseguenza di quanto esposto è che l’Italia avrà merito di credito nella misura necessaria a finanziare la ripresa solo se apparirà e sarà instancabilmente operativa nel fare del rifinanziamento all’economia nazionale ed ai cittadini la leva per una nuova ricostruzione. In cui lo Stato, il Governo e la politica tornino a battere una strada abbandonata da troppi anni, diventino capaci di tradurre in pratica le decisioni, semplifichino radicalmente i processi amministrativi, non facciano dell’immagine ma della concretezza la sostanza della propria azione. E liberino così cittadini, lavoro, imprese dalla cappa che li blocca, con il risultato che la produttività del sistema Italia si potrà finalmente impennare.

E’ un problema di organizzazione efficiente dell’operare pubblico, oggi ad un livello disastroso nello sconforto di tanti che vedono vani i loro sforzi. E’ un problema civile e culturale, perché significa colpire ed affondare il controllo inquisitorio in cui è precipitato il nostro Paese e che lo deprime. Controllo oggi in continua espansione, dall’eliminazione della prescrizione al mostruoso allargarsi delle intercettazioni, che fa dell’Italia la società democratica spiata a livelli multipli delle altre.

 

O il massiccio indebitamento pubblico necessario sarà la leva per una vera efficienza pubblica e per il significativo rilancio dell’economia nazionale, nei tanti settori in cui ha forza per crescere nella competizione mondiale, o tutto sarà vano. Ma se ci si riuscisse, anche il nostro altissimo debito sarà sempre meno un problema: provvederà la ritrovata e stabile crescita del Pil ad abbassarlo percentualmente e gradualmente.

Stiamo facendo un sogno ad occhi aperti ? Sì, ma parliamo di cose realizzabili.

L’attuale governo, debole oltre ogni misura compreso il suo Presidente, deve  cedere il passo a un governo di capaci, con la voglia, le qualità ed il coraggio di fare tutto ciò che occorre perché l’Italia torni ad essere Italia. Come potrà avvenire ? Per la forza della sana paura, del coraggio di osare e per il combinarsi di  eventi favorevoli, su cui possiamo solo sperare. Ma è certo che l’alternativa è solo tra il disastro epocale e la ricostruzione: “tertium non datur”. Per questo è necessario che qualcuno (anzi tanti, tantissimi) sappia parlare al governo vestendo i panni di Oliver Cromwell, quando così si rivolse ad un parlamento inaffidabile: “In nome di Dio andatevene”.

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