La mia analisi del voto degli iscritti su www.qdrmagazine.it

Gli effetti interni e quelli sistemici della vittoria di Matteo Renzi

Stefano Ceccanti | martedì 19 novembre 2013
Testo pù grandeTesto più piccoloprintCondividi su:
Gli effetti interni e quelli sistemici della vittoria di Matteo Renzi La doppia vittoria di Pierluigi Bersani nel 2009 e nel 2012 metteva insieme due diverse motivazioni. La prima era quella di rassicurazione dell’identità tradizionale della sinistra, a cui alludeva il singolare slogan “Dare un senso a questa storia” e da questo punto di vista Emanuele Macaluso sbaglia, nel suo recente libro, a imputare a tutto il Pd di non aver voluto rimarcare una stretta continuità: in quel caso Bersani la difese, dimostrando però alla fine il carattere strutturalmente minoritario del legame comunismo e riformismo, cioè dell'illusione di quel passato.  A questa istanza però tentava di sommare un decisivo voto di opinione per il suo background precedente di ministro del Governo Prodi I, l’esecutivo di più intensa capacità riformista. Un background che risaltava rispetto agli sfidanti: Franceschini nel 2009, segretario uscente, ma senza ruoli significativi precedenti al Governo; Renzi, giovane sindaco di Firenze non appoggiato quasi da nessuno ai vertici del partito nel 2009. Quelle due motivazioni erano però intimamente contraddittorie. La contraddizione, com’è noto, venne sciolta chiaramente da Bersani in campagna elettorale nel senso di impersonare la prima identità quella rassicurante identitaria, affidando poi a eventuali altre intese al centro l’esigenza di Governo, creando lui di fatto gran parte dello spazio politico per la discesa in campo di Monti e ignorando la domanda di discontinuità che spinse molti elettori in braccia a Grillo. Come ci dicono i ricercatori di Itanes nel volume appena uscito “Voto amaro”, la geografia del voto del Pd delle Politiche 2013 è pressoché identica a quella del Pci del 1987, le ultime elezioni politiche prima del crollo del Muro. L'illusione del passato, appunto. La reazione degli iscritti non era prevedibile. Nelle sconfitte successive ad una vittoria annunciata e mancata, e quindi particolarmente brucianti, qui addirittura con una confusione di gestione post-elettorale sconcertante almeno quanto la campagna, le spinte sono strutturalmente contraddittorie: si va da una nostalgia identitaria ancora più marcata a fughe nelle direzioni più varie, a risposte più razionali in avanti. Come sempre è l’offerta che è in grado di orientare la domanda, di fare selezione. Al di là della candidatura regionale di Pittella, l’offerta era stavolta molto chiara. La candidatura Renzi, forte dell’esperienza precedente che aveva mostrato una capacità attrattiva verso l’elettorato mobile, mirava ad un voto retrospettivo contro la deriva minoritaria e confusa di Bersani, ed aveva per questo bisogno già dalla fase degli iscritti di rimotivare un voto non troppo ristretto; quella di Cuperlo esprimeva solo (al netto delle qualità umane ed intellettuali indubbie) la continuità identitaria, ossia Bersani senza l’appeal di governo, e per questo poteva avere chances di riuscita tra i soli iscritti in caso di bassa partecipazione; quella di Civati una linea di fuga movimentistica dalle larghe intese strutturalmente minoritaria ma non irrilevante né tra iscritti né tra elettori a causa della confusione fatta nel giungere all’attuale equilibrio di Governo e delle difficoltà obiettive in cui esso si trascina. Il dato odierno di Renzi è importante per due motivi. Il primo è che smonta l’unico elemento dubbio che poteva avvelenare questo processo, l’accusa delegittimante di vincere tra gli elettori dopo aver perso tra gli iscritti. E’ vero che lo statuto affida ai secondi il ruolo di istruire la decisione e ai primi di decidere, ma la presa dell’argomento del figlio fedele contro il figliol prodigo, se non fa presa sul padre misericordioso della parabola, avrebbe comunque potuto far breccia dentro e fuori il Pd. Il secondo dato, ancor più rilevante, è che questo risultato è stato conseguito con una partecipazione molto bassa degli iscritti, di poco superiore a quella dell’ultimo congresso dei Ds nel 2007. Persino nel nucleo duro degli iscritti militanti la proposta che sarebbe stata più naturale, quella identitaria, è decisamente minoritaria. Per questa ragione sembrano implausibili le ipotesi di scissione “a sinistra”: mancano gli elementi minimi di consenso diffuso persino di militanti per produrre esiti significativi. Un dato del tutto coerente con le indicazioni di ITANES: il problema del PD non è alla sua sinistra ma dall'altra parte. Dal punto di vista sistemico l’esito, oltre ad andare in controtendenza rispetto alle spinte alla frammentazione al centro e a destra, riqualifica almeno potenzialmente il Pd verso varie fasce di elettorato mobile sia lungo l’asse vecchio-nuovo sia su quello destra-sinistra. Questo contribuisce anche ad evitare il deflusso dell’ex-polo centrista montiano verso la destra post-berlusconiana e a rafforzare il ruolo del Pd nella difficile maggioranza di governo. Ovviamente, dopo la leadership rinnovata, elemento indispensabile per riprendere il cammino troppo presto interrotto del partito a vocazione maggioritaria, vari saranno i passaggi in cui Matteo Renzi sarà messo alla prova. Per questa ragione ha bisogno di molti altri voti l’8 dicembre.  
- See more at: http://www.qdrmagazine.it/2013/11/19/128_ceccanti.aspx#sthash.KZp7ZYIM.dpuf

Condividi Post

Commenti (0)

Lascia un commento