Il renzismo ha esaurito la sua spinta propulsiva?

Si va allungando la lista di quanti negli ultimi giorni invitano a riflettere politicamente sugli effetti del voto del 4 dicembre. Salvati, Petruccioli, Parisi, Cerasa in particolare insistono su un punto: non bastano i ragionamenti tattici di breve periodo, votiamo a giugno o votiamo nel 2018, rieleggiamo o non rieleggiamo subito il segretario del PD, mettiamo mano a una rifondazione del PD o ricarichiamo le batterie dell’attuale segreteria per dare una scossa al partito. Non bastano perché il voto del 4 dicembre ha aperto una questione ben più ampia, forse anzi è stato il segnale visibile di scricchiolii e crepe che si andavano manifestando da tempo, dentro un quadro europeo e internazionale sempre più difficile. Prenderei per buono questo invito. Anche ammesso che tutte le combinazioni si dispongano nel senso tatticamente più favorevole a Renzi e al suo PD, per cosa e in vista di quali obiettivi Renzi e il suo PD chiederanno agli italiani il loro voto per governare il paese? Non potendosi limitare a ripetere parole d’ordine già consumate e programmi già esauriti, su cosa concentreranno il loro messaggio? Quale frame cercheranno di imporre alla discussione politica e all’opinione pubblica? Giocando su un mix di coraggio e spregiudicatezza, il cui amalgama fornisce la cifra del suo stile di leadership, Renzi aveva cucinato un piatto con quattro ingredienti essenziali. Una robusta dose di populismo liberale, un ossimoro avrebbe detto Riker che scrisse un libro per spiegare come il primo sia l’opposto del secondo, con il quale ha contrastato le spinte populiste dell’opinione pubblica, le pulsioni antieuropeiste che ormai fanno fatica a nascondersi dietro le prime ma anche vinto le resistenze oligarchiche dentro il PD e dentro gli apparati di governo. Una piccola dose di liberismo di sinistra iniettata nella regolamentazione del mercato del lavoro attraverso il Jobs act, ispirata al principio del proteggere il lavoro e non il posto di lavoro, principio sul quale la sinistra di governo in Italia sbatteva da 30 anni contro un muro fatto di conservazione di interessi e di tabù ideologici. Una buona dose di nittismo centralista con la quale ha pensato di riformare la pubblica amministrazione, mettere il sistema delle imprese pubbliche a servizio di policy innovative e venire a capo dell’ingarbugliatissimo intrico di relazioni tra i diversi livelli di governo del paese. Infine una manciata di welfarismo statalista fatto di misure settoriali, una tantum, spartitorie, tampone, simboliche. Il solito armamentario del distortissimo stato sociale all’italiana. Il tutto condito da un legante fondamentale che tentava di portare all’incasso, per il paese e per il PD, 25 anni di discussioni sulle riforme istituzionali che hanno accompagnato 25 anni di transizione istituzionale. Giocando all’attacco sulla base di una convinzione: le istituzioni politiche fanno la differenza. D’altra parte basta prendere in mano il bel libro di Alfredo Macchiati, Perché l’Italia cresce poco, da poco pubblicato e ci si trova davanti a un primo capitolo su le istituzioni politiche come origine delle debolezze economiche del paese. Questo piatto può restare così come lo abbiamo assaggiato in questi tre anni nel menù di una sinistra di governo per il 2017? Può continuare ad uscire dalle sue cucine anche se servito da nuovi camerieri e in una sala da pranzo ristrutturata a dovere? Temo proprio di no. La risposta appare tutto sommato scontata anche se le ragioni di questa risposta non vanno cercate soltanto nella vicenda politica italiana di questi anni ma si inoltrano in un terreno più del quale conviene accennare i tratti. Il dibattito in Europa e negli Stati Uniti è avviato da molti anni, quanto meno dal dopo crisi del 2008. Andando per accenni random, Michele Salvati già nel 2009 rimetteva in discussione le tesi troppo conciliatoriste che proclamavano l’automatico matrimonio tra capitalismo e democrazia. Lo faceva con qualche passaggio ideologico di troppo ma quel suo itinerario era comunque utile a spingere ad un rinnovamento della tesi della conciliazione, insomma invitava a rinnovare una visione giusta ma consumata. Nel 2012 The Economist puntava gli occhi sul “true progressivism” spinto anch’esso dalla necessità di escogitare nuove combinazioni tra libertà individuale e rete di protezione universalistica, in modo che la crescita – presupposto indispensabile per qualunque politica welfarista – non diventasse ingranaggio di impoverimento, ancorché spesso solo percepito, di fasce sociali e tipi elettorali essenziali per il mantenimento del consenso verso politiche riformiste. Ancor più chiaramente nel 2013 dalla patria della terza via o come più efficacemente si era detto alla fine degli anni novanta del “nuovo centro”, giungeva l’appello a iniettare nelle politiche pubbliche che pure negli anni del blairismo avevano ridotto le diseguglianze e aumentato il benessere, una più radicale attenzione all’innalzamento delle condizioni di partenza per tutti, un rawlsiano bilanciamento degli effetti ingiusti della lotteria sociale con il quale affrontare quella che veniva chiamata una nuova era del conflitto distributivo. Questo crescendo di preoccupazioni non ha trovato granché ascolto. Ci si è limitati a riproporre le ricette vincenti ma esaurite del nuovo centro quando non le si è annegate in un confuso neo interventismo pubblico. E - dimenticando che per Blair valeva la formula “New Labour New Britain” e non No Labour New Britain, come a dire che il partito del pubblico, il partito degli elettori, il partito al quale si aderisce mentre si partecipa è pur sempre un partito - si è immaginato che la conquista di Palazzo Chigi con una tradizionalissima manovra oligarchica e veteroparlamentarista, per quanto lecita e perfino auspicabile, potesse garantire un credito illimitato in attesa di una compiuta legittimazione elettorale. E nel frattempo uno tsunami ci ha travolto. Brexit non fa più sconti rispetto agli opposti estremismi del populismo antieuropeo e del vecchio riflesso condizionato europeista, novecentesco ed elitario. Trump gioca da posizioni vendute come antiestablishment una partita fatta di protezionismo e di antiliberismo che starebbero tranquillamente nel manifesto programmatico di metà della sinistra italiana. La voglia di proporzionalismo, che è voglia di statalismo, di spesa pubblica, di diritti senza responsabilità, di oligopoli a presidio di presunti interessi nazionali, paralizza tutti coloro che non ne vogliono più sapere delle antiche certezze messe in radicale discussione da venticinque anni di per quanto scombinata salutare seconda fase della Repubblica italiana. Brexit, Trump e neoproporzionalismo, la tripletta del 2016, non risulterebbero così potenti se non si innestassero nel vero nuovo spartiacque della politica nelle democrazie occidentali. The politics of anger è diventato il nuovo allineamento dominante di opinione pubblica e elettorato, il frame che ha soppiantato tutti gli altri, molto spesso contro le stesse evidenze degli interessi materiali e dei vantaggi di posizione dei singoli e dei gruppi che pure lo hanno fatto proprio. E quello che all’inizio del secondo decennio del secolo, pur in piena crisi economica, appariva un vigoroso appello a cambiare ancora una volta la sinistra di governo è diventato oggi un richiamo ingiallito e inutilizzabile. Quali gli chef in grado di proporre nuove ricette, scrivere menù, presentare nuovi piatti, secondo i sapori della sinistra di governo? Di sicuro non bastano i classici: De Gasperi, Sturzo, nonostante non si possa fare a meno del cattolicesimo liberale. Einaudi neppure, nonostante non si possiamo non dirci liberisti. Come ad altri non bastano Crosland o Giddens, nonostante il patrimonio del riformismo socialista. E neppure basta l’evergreen Keynes, per altro mai abbandonato. Si potrebbe continuare ma abbiamo invece bisogno di innovazioni di rottura. Thinking the unthinkable si sarebbe detto in altre fasi. Proviamo a fare qualche esempio. Siamo convinti di potere reggere l’urto dei mercati finanziari? Allora apriamo un chiaro fronte UE che non sia la richiesta di flessibilità per scampoli di politiche welfariste in deficit, un vizio storico del nostro sistema, ma un gesto forte che sparigli il gioco tra le leadership di Germania, Francia e Gran Bretagna. Si, anche Gran Bretagna perché Brexit può essere una magnifica occasione per negoziare, proprio con GB e tramite GB, uno scatto in avanti dell’Unione se si hanno visione, coraggio e spregiudicatezza all’altezza della sfida. Immettendo più politiche di crescita per formazione e innovazione, più mercato, più concorrenza. Insieme a meno fondi strutturali spartitori, meno PAC, meno assistenza e più empowerment. Un great deal per l’Unione del 2030. Siamo convinti di avere uno tra i più rodati apparati di intelligence per la prevenzione del terrorismo islamico che arma la guerra jihadista contro la civilizzazione occidentale? Allora apriamo un fronte UE sulle politiche di controllo dell’immigrazione dalle aree del mondo nelle quali più evidente è la contaminazione jihadista. Facendo noi però per primi e per intero la nostra parte, senza confondere immigrazione con jihadismo ma costruendo una strategia mediatica massiccia, una legislazione speciale, Autorità investigative speciali e una vera rete di strutture di ospitalità e di gestione delle persone in condizioni di illegalità. Siamo convinti di detenere una delle reti di città medio grandi più creative e innovative d’Europa? Apriamo un terzo fronte sulle politiche urbane, trasferiamo poteri adeguati alle città medie e forti poteri di governo alle città grandi e alle poche vere aree metropolitane. In fondo Londra non ne vuole sapere di Brexit, Milano con Expo ha mostrato cosa può fare una grande regione urbana, la città infinita del Nord est viaggia comunque a velocità sostenuta, le città della Ruhr come area regionale urbana sono state magnificamente Capitale europea della cultura 2010. E lasciamo perdere l’inutile dibattito su Macroregioni e Regioni che in gran parte del paese non sono altro che un marchingegno di pura intermediazione politica in grado di generare quasi esclusivamente rendite di ceto. Solo tre esempi. Non abbiamo una nuova sintesi generale, lo sappiamo. La socialdemocrazia del novecento è finita e il “nuovo centro” ha completato il suo ciclo. Sappiamo anche che senza cambiare gli attuali assetti delle istituzioni politiche, senza democrazia decidente per ciascuno dei livelli cui si riferiscono i tre esempi, europeo, statale e locale, è impossibile prendere decisioni di rottura e di svolta. E l’Italia ha bisogno di rotture e di svolte: il 4 dicembre abbiamo democraticamente messo il tema in stand by ma la debolezza italiana è ancora tutta lì. Se il renzismo, raschiando anche un po’ il fondo del barile, ha esaurito la sua spinta propulsiva prendiamo le giuste contromisure, Renzi stesso prenda le giuste contromisure. Il PD partito riformista a vocazione maggioritaria non si ferma, la riforma delle istituzioni non si ferma, il paese non si può fermare.

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