IL CAMMINO SINODALE DELLA RIFORMA DELLA CHIESA. Tra metodo e sostanza, di S.E. Monsignor Vincenzo Paglia


 

 

Il 15 ottobre 2021 a Roma e il 17 ottobre seguente in ogni Chiesa particolare è iniziato il cammino sinodale della Chiesa voluto da papa Francesco. L’interrogativo proposto dal documento preparatorio suona così: “come si realizza oggi, a diversi livelli (da quello locale a quello universale) quel “camminare insieme” che permette alla Chiesa di annunciare il Vangelo, conformemente alla missione che le è stata affidata; e quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere come Chiesa sinodale?” 

 

Questo interrogativo si iscrive in un orizzonte particolarmente caro a papa Francesco. La sinodalità per lui è una dimensione costitutiva della Chiesa. Una delle sue prime riforme nella Curia romana ha riguardato il Dicastero del Sinodo dei Vescovi, con la Costituzione Apostolica Episcopalis communio, del 2018. Papa Francesco spinge questo Dicastero sulla via della sinodalità non solo rispetto ai vescovi ma all’intera Chiesa. Prospetta perciò una Chiesa che si ponga in stato di ascolto, di consultazione, di dialogo, di discernimento, di accoglienza, di scambio e, soprattutto, di partecipazione di tutti i membri del Popolo di Dio, dai fedeli, ai vescovi sino al Papa, ciascuno ovviamente con il proprium carisma, ma tutti al servizio dell’unica missione della Chiesa nel mondo. 

 

Di fronte a tale prospettiva ecclesiologica, bisogna dire che la riflessione della teologia e conseguentemente le implicazioni pastorali risultavano deboli, fragili e frammentarie. Il tema della sinodalità non era stato oggetto di una riflessione teologica adeguata. E comunque di fronte agli impulsi di papa Francesco, sono emerse domande semplici ma bisognose di chiarificazione: cosa significa “sinodalità”? Che cos’è una Chiesa sinodale? Come si collegano i sinodi con la sinodalità? Quali sono le novità per la teologia, la pastorale e la spiritualità? 

 

Chiesa e Sinodo 

 

La Commissione Teologica Internazionale, incaricata di redigere un testo apposito, pubblicò le sue conclusioni il 2 marzo 2018 la cui sintesi proponeva la formula sintetica di «Chiesa sinodale» tout court. Era una novità nel linguaggio teologico che accoglieva l’insistenza di papa Francesco. Aprendo i lavori della Assemblea generale della CEI a Firenze - il 22 maggio 2017 - diceva: «Camminare insieme è la via costitutiva della Chiesa; la cifra che ci permette di interpretare la realtà con gli occhi e il cuore di Dio; la condizione per seguire il Signore Gesù ed essere servi della vita in questo tempo ferito. Respiro e passo sinodale rivelano ciò che siamo e il dinamismo di comunione che anima le nostre decisioni. Solo in questo orizzonte possiamo rinnovare davvero la nostra pastorale e adeguarla alla missione della Chiesa nel mondo di oggi; solo così possiamo affrontare la complessità di questo tempo, riconoscenti per il percorso compiuto e decisi a continuarlo con parresia» (SIN 120).

 

La sinodalità in questa prospettiva delineata dalla Commissione Teologica Internazionale, ma soprattutto dalle indicazioni di papa Francesco, è ben più della celebrazione di incontri ecclesiali e di assemblee di Vescovi, ed è ben più di una questione di «semplice amministrazione» interna alla Chiesa. La sinodalità «indica lo specifico modus vivendi et operandi della Chiesa Popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice». Si intrecciano così quelli che il titolo del documento preparatorio dell’attuale Sinodo propone come assi portanti di una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione. 

 

A dire il vero, le radici di questa prospettiva affondano già nel Concilio Vaticano II, in particolare nella sua ecclesiologia di comunione. Nella Costituzione Lumen Gentium i padri conciliari affermano: “è piaciuto a Dio di santificare e salvare gli uomini non separatamente e senza alcun legame tra di loro, ma ha voluto costituirli in un popolo che lo riconoscesse nella verità e lo servisse nella santità». I membri del Popolo di Dio sono accomunati dal battesimo e «se anche per volontà di Cristo alcuni sono costituiti dottori, dispensatori dei misteri e pastori a vantaggio degli altri, fra tutti però vige vera uguaglianza quanto alla dignità e all’azione nell’edificare il corpo di Cristo, che è comune a tutti i fedeli”. Tutti i membri del Popolo di Dio sono così chiamati a partecipare alla responsabilità per la comunione e la missione, e sono soggetti attivi di evangelizzazione. In virtù dell’unzione dello Spirito Santo ricevuta nel battesimo inoltre, la totalità dei fedeli che compongono il Popolo di Dio “non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà peculiare mediante il senso soprannaturale della fede in tutto il popolo, quando “dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici”, esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di costumi”.

 

Già solo da questo passaggio si vede il profondo cambiamento nella concezione della Chiesa avvenuto nel Concilio. Non dobbiamo dimenticare che sino al Concilio la Chiesa veniva definita: “societas perfecta inaequalis et hierarchica”. Gregorio XVI, siamo nella prima metà del secolo XIX, scriveva: “Nessuno può ignorare che la Chiesa è una società diseguale in cui Dio ha destinato gli uni a comandare e gli altri a obbedire. Questi ultimi sono i laici gli altri gli ecclesiastici”. Nel corso delle assemblee del Vaticano II è avvenuto un radicale cambiamento, che l’allora cardinale Montini riassumeva con queste parole in una lettera ai fedeli di Milano durante la prima sessione: “Ieri il tema della Chiesa sembrava circoscritto al potere del papa; si estende oggi all’episcopato, ai religiosi, ai laici, all’intero corpo della Chiesa. Ieri si parlava soprattutto di diritti della Chiesa come trasferimenti alla definizione di società perfetta degli elementi costitutivi della società civile; oggi si scoprono nella Chiesa altre realtà (i carismi di grazia e di santità, per esempio) che non sono possibili in una definizione puramente giuridica. Ieri ci interessavamo particolarmente della storia esterna della Chiesa; oggi ci volgiamo con altrettanto interesse verso quella interna, generata dalla presenza occulta di Cristo in essa”. Sono parole che ci fanno comprendere il senso del mistero della Chiesa che viene poi esplicitato nei testi conciliari a partire dalla Lumen Gentium.

 

Ma, se diamo anche solo un’occhiata alla tradizione della Chiesa del primo millennio, ci rendiamo conto che il “camminare insieme”, ossia la pratica della sinodalità, è stato il modo di procedere abituale della Chiesa, con l’ampio sviluppo di una prassi sinodale a tutti i livelli della vita della Chiesa. A coloro che dividevano il corpo ecclesiale, i Padri della Chiesa hanno opposto la comunione delle Chiese sparse per il mondo che S. Agostino chiamava la «concordissima fidei conspiratio», cioè l’accordo nella fede di tutti i battezzati. Si radica qui l’ampio sviluppo di una prassi sinodale a tutti i livelli della vita della Chiesa – locale, provinciale, universale –, che ha trovato nei concili ecumenici la sua manifestazione più alta. È in questo orizzonte ecclesiale che S. Giovanni Crisostomo poteva dire: «Chiesa e Sinodo sono sinonimi». Ebbene, anche nel secondo millennio, quando la Chiesa ha maggiormente sottolineato la funzione gerarchica, non è venuto meno questo modo di procedere. Quando si è trattato di definire delle verità dogmatiche, i papi hanno consultato i vescovi per conoscere la fede di tutta la Chiesa, facendo ricorso all’autorità del sensus fidei di tutto il popolo di Dio, «l’istinto di fede della Chiesa stessa».

 

L’insistenza sulla sinodalità da parte di Papa Francesco viene anche dalla esperienza delle Chiese dell’America Latina che hanno fatto del “camminare insieme” uno dei cardini dell’applicazione del Vaticano II. Tutti ricordiamo l’influsso sulla Chiesa universale delle assemblee del CELAM di Medellin, di Puebla, di Aparecida che il cardinale Bergoglio ha vissuto a livello apicale. La vitalità delle Chiese latino-americane era attrattiva per le chiese europee. Rircordo che in quegli anni si realizzò a Verona un Seminario per sacerdoti italiani per l’America Latina di 400 posti. E come non ricordare l’esempio dell’Arcivescovo Romero che con il suo martirio possiamo considerarlo il primo martire della Chiesa del Vaticano II. Divenuto Papa – e credo che abbia contato non poco nell’elezione il fatto che Bergoglio avesse vissuto questo processo pastorale - ha scelto questa prospettiva come uno dei cardini della sua azione pastorale. E, con questo sinodo della Chiesa, ha voluto immettere nel tessuto ecclesiale quel dinamismo da lui sperimentato. Papa Francesco vuole avviare un grande movimento che coinvolga tutti i membri della Chiesa attorno al tema e all’esercizio della sinodalità, nella triplice scansione: la prima a livello diocesano, la seconda a livello continentale e la terza con un evento universale che si celebrerà a Roma nell’ottobre del 2023. Non è ancora molto chiaro come si svolgerà questo lungo cammino. Ma è senza dubbio una opportunità considerevole che richiede a tutti audacia e creatività.

 

E’ evidente che la conditio sine qua non di questo dinamismo sinodale richiede che l’intera Chiesa, come popolo di Dio, sia il “soggetto” della sua unica missione. E’ a dire che tutti i battezzati, come unico popolo, debbono essere consapevoli di essere il soggetto attivo della missione evangelica. Questa è la coscienza di sempre della Chiesa. I credenti – così si esprimeva Ignazio di Antiochia - sono σύνoδοι (compagni di cammino), e quindi partecipi dell’unico sacerdozio di Cristo e destinatari dei diversi carismi elargiti dallo Spirito Santo in vista del bene comune. In tale contesto «Sinodalità» non significa solo un procedimento operativo, quanto il modo di vivere e di operare (modus vivendi et operandi) nella Chiesa. In questa prospettiva «Chiesa» sta per «Sinodo», e «Sinodo» sta per «Chiesa». 

 

Posiamo dire che, nel contesto ecclesiale contemporaneo, la teologia della sinodalità è uno sviluppo originale del Concilio e del suo magistero ecclesiologico. Due sono i pilastri su cui poggia: quello del sensus fidei del Popolo di Dio e quello della collegialità sacramentale dell’episcopato in comunione con la sede di Roma. Il concetto di sinodalità perciò si distingue - e si correla - rispetto alle nozioni di comunione e di collegialità, cuore della dottrina del Vaticano II. Quanto alla comunione, «sinodalità» esplicita il concreto modo di viverla. Essa dice qualcosa di specifico anche in relazione alla collegialità, poiché esprime il senso e l’esercizio del ministero dei vescovi come membri del collegio episcopale in comunione con il vescovo di Roma, per servire le Chiese locali e la Chiesa universale.

Ispirazione della Scrittura: Gesù, la folla e i discepoli

 

Vorrei però fermare anche solo un poco l’attenzione sulla triade “Gesù, la folla e i discepoli” che il Documento preparatorio pone come immagine biblica esplicativa del “camminare insieme”.  E’ a dire che il Vangelo illumina e vivifica questo “camminare insieme” delle Chiese sulla via nella quale Gesù stesso camminava. Gesù, i discepoli e la folla, sono la scena fondante la missione della Chiesa. Questa scena originaria e costante del modo con cui Gesù si rivela lungo tutto il Vangelo, deve informare il camminare insieme anche della Chiesa di oggi. In tale prospettiva la sinodalità è una questione ben più profonda – si tratta di una conversione al Vangelo - di una anche ben articolata architettura organizzativa.

Gli attori di questa icona evangelica sono tre (più uno). Il primo è Gesù che in vari modi rivolge una speciale attenzione ai “separati” da Dio e agli “abbandonati” dalla comunità (i peccatori e i poveri, nel linguaggio evangelico). Con le sue parole e le sue azioni offre a tutti – tutti, nessuno escluso - la possibilità di entrare nel suo Regno. Il secondo “interlocutore” o meglio il secondo attore è la folla, appunto, i “tutti”, ossia l’insieme delle persone che lo seguono lungo il cammino, e a volte addirittura lo inseguono nella speranza di un segno e di una parola di salvezza. L’interlocutore di Gesù, si può dire nel linguaggio di papa Francesco, è “il popolo” della vita comune, il “chiunque” della condizione umana, che Egli mette direttamente in contatto con il dono di Dio e la chiamata alla salvezza. In un modo che sorprende e talora scandalizza i testimoni, Gesù accetta come interlocutori tutti coloro che emergono dalla folla: ascolta le appassionate rimostranze della donna cananea (cfr. Mt 15,21-28), che non può accettare di essere esclusa dalla benedizione che Egli porta; si concede al dialogo con la Samaritana (cfr. Gv 4,1-42), nonostante la sua condizione di donna socialmente e religiosamente compromessa; sollecita l’atto di fede libero e riconoscente del cieco nato (cfr. Gv 9), che la religione ufficiale aveva liquidato come estraneo al perimetro della grazia. Il terzo attore sono i Dodici e i Discepoli che Lui stesso chiama, sin dall’inizio, destinandoli all’autorevole mediazione del rapporto della folla con la Rivelazione e con l’avvento del Regno di Dio. La loro elezione non è il privilegio di una posizione di potere e di separazione, bensì la grazia di un ministero inclusivo di benedizione e di comunione. 

Gesù, la folla nella sua varietà, gli apostoli e i discepoli è l’immagine e il mistero da contemplare e approfondire continuamente perché la Chiesa sempre più diventi ciò che è. Nessuno dei tre attori può uscire di scena. Se viene a mancare Gesù e al suo posto si insedia qualcun altro, la Chiesa diventa un contratto fra gli apostoli e la folla, il cui dialogo finirà per seguire la trama del gioco politico. Senza gli apostoli, autorizzati da Gesù e istruiti dallo Spirito, il rapporto con la verità evangelica si interrompe e la folla rimane esposta a un mito o una ideologia su Gesù, sia che lo accolga sia che lo rifiuti. Senza la folla, la relazione degli apostoli con Gesù si corrompe in una forma settaria e autoreferenziale della religione, e l’evangelizzazione perde la sua luce, che promana dalla rivelazione di sé che Dio rivolge a chiunque, direttamente, offrendogli la sua salvezza.

C’è poi l’attore “in più”, l’antagonista, che porta sulla scena la separazione diabolica degli altri tre. Di fronte alla perturbante prospettiva della croce, ci sono discepoli che se ne vanno e folle che cambiano umore. L’insidia che divide – e quindi contrasta un cammino comune – si manifesta indifferentemente nelle forme del rigore religioso, dell’ingiunzione morale che si presenta come più esigente di quella di Gesù, e della seduzione di una sapienza politica mondana che si vuole più efficace di un discernimento degli spiriti. E’ l’anti-sinodo. Per sottrarsi agli inganni del “quarto attore” è necessaria una conversione continua. Emblematico a proposito è l’episodio del centurione Cornelio (cfr. At 10), antecedente di quel “concilio” di Gerusalemme (cfr. At 15) che costituisce un riferimento cruciale di una Chiesa sinodale. Il documento preparatorio si ferma a riflettere anche su questa seconda ispirazione biblica.

 

Il contesto storico: Chiesa e Città

 

C’è una premessa da fare, ossia il contesto storico nel quale si snoda il cammino sinodale. Siamo in un momento di cambiamento d’epoca, come ama dire papa Francesco. E la Chiesa non può ignorare le sfide che coinvolgono l’intera umanità. Il Vaticano II con saggezza invitava i cristiani a «scrutare i segni dei tempi ed interpretarli alla luce del Vangelo» (Gaudium et spes, n. 4). Karl Barth direbbe: in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale. Per sintetizzare questo orizzonte userei il rapporto tra Chiesa e Città, come ho accennato anche nella mia presentazione ai testi di Giorgio Armillei, per indicare l’inseparabilità tra le due realtà.

Il documento preparatorio accenna ad alcune delle sfide più gravi. Anzitutto la tragedia della pandemia che «ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme» (Fratelli tutti, n. 32; in breve FT). Ma ha fatto anche esplodere le disuguaglianze e le inequità: l’umanità appare sempre più scossa da processi di massificazione e di frammentazione. C’è poi la tragedia della guerra, in Ucraina e in altre parti del mondo, che sta cambiando sensibilità e orizzonti planetari. Questa situazione, che, pur tra grandi differenze, accomuna l’intera famiglia umana, sfida la capacità della Chiesa di accompagnare le persone e le comunità a rileggere esperienze di lutto e sofferenza, che hanno smascherato molte false sicurezze, e a coltivare la speranza e la fede nella bontà del Creatore e della sua creazione. Ci sono poi le grandi sfide come quella della salvaguardia del creato, quella delle nuove tecnologie e la crisi dell’umano comune.

La Chiesa – tutti i cristiani – debbono entrare in questo contesto e “camminare insieme” lasciandosi guidare dalla Parola per fermentare l’umanità a incamminarsi verso il Regno. Un duplice ascolto: della Parola e della Città. Per la Chiesa vuol dire un “ascolto comune” da parte di tutti i credenti: questo significa una Chiesa in uscita, che traversi la vita, le speranze e i drammi dei popoli. Si tratta perciò di avviare processi di ascolto, di dialogo, di discernimento comunitario, a cui tutti e ciascuno possano partecipare e contribuire, in vista della comune missione di evangelizzazione. Il “camminare insieme” della Chiesa diviene – come scrive il Concilio - segno e strumento della unità della famiglia umana. Una Chiesa capace di comunione e di fraternità, di partecipazione e di sussidiarietà, nella fedeltà a ciò che annuncia, potrà mettersi a fianco dei poveri e degli ultimi e prestare loro la propria voce. Per “camminare insieme” è necessario che ci lasciamo educare dallo Spirito a una mentalità veramente sinodale, entrando con coraggio e libertà di cuore in un processo di conversione senza il quale non sarà possibile quella «continua riforma di cui essa [la Chiesa], in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno» (Evangelii gaudium, n. 25).

L’orizzonte universale della missione incide sulla forma stessa della Chiesa, che deve riflettersi in ogni comunità, piccola o grande. L’annuncio evangelico della salvezza è rivolto all’intera comunità umana, invitata alla scoperta del “regno di Dio” tramite “la speranza che è in noi”. La mediazione testimoniale di questo dono avrà pertanto la forma di un’intera comunità cristiana, uomini e donne, anziani e bambini, lietamente disponibile a farsi annuncio ed esperienza di una grazia profondamente reale e di una pratica di fraternità realmente possibile. Di qui – ossia da questo intreccio di “mistero” e di “storia” di cui la Chiesa è rappresentazione e rappresentanza, quando appare come deve essere – prende significato la sinodalità della fede. Nessuno si salva da solo: nessuno deve cercare di salvarsi senza l’altro.

 

Spunti per una sinodalidà articolata 

 

Nella luce delle considerazioni sulla dimensione ecclesiologica fondamentale del concetto di “sinodalità”, che sono relativamente acquisite allo stato attuale della elaborazione magisteriale e della riflessione teologica, potremmo indicare alcuni spunti di riflessione più pertinenti alla puntualizzazione del dinamismo teologico-pastorale (e, inevitabilmente, canonico-normativo) che consentirà di delineare meglio i livelli di esercizio ordinato e coerente della pratica sinodale nella Chiesa. 

Il primo riguarda la distinzione tra la sinodalità come evento e come processo, stile, ecclesiale. Per un verso, infatti, la sinodalità è l’orizzonte della edificazione della Chiesa nella sua missione di una evangelizzazione che coinvolge l’intero popolo di Dio. Quindi possiamo parlare di stile sinodale come quello di un di un popolo che “è in cammino”. Gli eventi sinodali, invece, sono quei momenti caratteristici di una comunità che è “capace di sostare” per ascoltare assieme la voce dello Spirito, per leggere assieme i segni dei tempi e plasmare così la forma cristiana-ecclesiale in ordine alla sua corrispondenza con le esigenze della comunione e della missione in un determinato contesto di tempo e di luogo. A mio avviso è importante descrivere meglio il rapporto – convergente, ma anche dialettico – fra il “camminare insieme”, che chiede continuo dinamismo di movimento e di conversione, con il “sostare insieme”, che conferisce alla sinodalità un carattere di evento che definisce e puntualizza un determinato assetto: che diventa in certo modo orientativo e normativo per il cammino successivo. 

 

Il secondo spunto riguarda la chiarificazione del duplice profilo valoriale del rapporto fra dinamica sinodale della normale vita ecclesiale (lo stile ecclesiale) e ritualizzazione sinodale dei diversi eventi “sinodali”. Va chiarito anzitutto la diversità di valore tra i diversi livelli di esercizio del dinamismo e dell’evento sinodale: un ‘consiglio parrocchiale’ non è la stessa cosa che un ‘sinodo diocesano’, un ‘concilio regionale’, un ‘sinodo mondiale’, un ‘concilio ecumenico’. Così pure va ben compresa la taxis della forma cattolica che richiede una specifica articolazione (anche gerarchica) dei nessi fra le diverse figure dei dinamismi e degli eventi sinodali relativi: il consiglio pastorale, ad esempio, comporta un ‘riferimento normativo’ all’istanza gerarchica superiore che non ha ovviamente il ‘concilio ecumenico’. 

 

C’è poi una terza considerazione da fare che interessa direttamente l’educazione alla forma sinodale: argomento che mi sembra piuttosto trascurato. Non basta enunciare coerentemente il logos ecclesiale della sinodalità, per avere chiaro anche l’ethos relazionale: la sinodalità ecclesiale ha come obiettivo la qualità ecclesiale dell’unità delle fede, non l’istruzione rivendicativa di gruppi di interessi. Per essere trasparenti e franchi, senza alcuna intenzione di giudizio (che sarebbe completamente fuori luogo): in che modo il ministero ecclesiastico (sacerdotale, ma anche episcopale) viene messo in condizione di conformarsi all’esercizio differenziato e coerente di una sinodalità virtuosa? L’interrogativo riguarda direttamente anche il popolo di Dio. La sinodalità chiede certamente un cambiamento di stile del ministero, che deve diventare capace di praticarle – di guidarla, addirittura -, senza rinunciare al suo dovere di servizio della fedeltà evangelica e della forma cattolica che ne rappresenta la ragione e il fine. Però, anche il popolo di Dio, a cominciare da coloro che portano in esso e per esso, ministeri e carismi (ultimamente verificati dal bene della comunità, secondo il principio paolino) dovrà abituarsi alla cura del suo esercizio ecclesiale. La differenza con il parlamentarismo e il democraticismo, come anche con l’elitarismo e il lobbismo, andrà assicurata precisamente da una responsabile assunzione dello stile richiesto dall’attitudine a considerare l’unità della testimonianza e la trasparenza della fede come temi di una passione comune, che deve sempre apparire condivisa. 

 

Un ulteriore livello di approfondimento – che a mio avviso è particolarmente importante, anzi direi fondamentale - riguarda il rapporto tra Eucarestia e sinodalità ecclesiale. Si tratta di due dimensioni ecclesiali in strettissima relazione ma non sovrapponibili. L’Eucaristia, infatti, è il luogo in cui – sin dall’inizio – lo spirito di ogni sinodalità possibile trova il suo fondamento ecclesiale ed è continuamente riportato all’evidenza della sua grazia. E’ importante – riferendoci alla ecclesiologia del Vaticano II – riferirsi alla Sacrosanctum Concilium, la costituzione sulla Liturgia, ove appare forse la più efficace definizione della Chiesa come mistero plasmato dall’Eucaristia. L’assemblea eucaristica è fonte, centro e culmine di ogni assemblea. Il Popolo di Dio ascolta la Parola di Dio e celebra la comunione con il Corpo di Cristo, grazie alla quale egli si fa presente in modo pieno nella storia. Dall’esperienza della fede vissuta sono sorte le assemblee ecclesiali, che cercano di discernere le questioni dottrinali, liturgiche, canoniche e pastorali poste col trascorrere del tempo. Esse hanno generato un’ininterrotta prassi sinodale a livello diocesano, provinciale, regionale e universale. E’ qui la chiave di volta della ecclesiologia conciliare. L’Eucaristia, pertanto, dovrà essere valorizzata proprio in questa sua dimensione permanente: non trasformata in semplice processo / evento del “lavoro” sinodale della communio ecclesiale: piuttosto come fondamento fuori serie del “sacramento” comunitario della grazia che lo rende possibile: simbolo della “inoperosità” della Chiesa, che fa attivamente spazio e tempo per “l’opera” di Dio che sempre di nuovo ci trasforma nella comunità credente e ospitale dei “suoi”. Principio insuperabile e insostituibile, senza il quale nessuna sinodalità ecclesiale potrà custodire la logica evangelica che la deve animare.

 

L’habitus sinodale della Chiesa chiede il superamento delle nostre confortevoli abitudini intellettualistiche e feudali: con la loro tendenza a risolvere la comunione del popolo di Dio nell’adesione ad alcuni concetti chiari e distinti, ai quali corrisponde una missione che semplicemente li ribadisce e li esegue. Ma la virtù sinodale della Chiesa non si improvvisa e non risulta dalla pratica generalizzata dei referendum di opinione. La sua bellezza emergerà esclusivamente dall’assimilazione dello stile nel quale Gesù stesso ha formato i suoi discepoli: ossia nell’amore reciproco che attesta il durevole passaggio di Dio nella loro vita e nell’ascolto con la mente e il cuore di Dio dei bisogni delle “folle” che Egli affidava all’ospitalità e alla passione evangelica dei discepoli. La tensione all’universalità che l’evangelista Luca esplicita con l’invio prima dei Dodici ad Israele e poi con i Settantadue (tanti erano i popoli della terra nella concezione del tempo) è la stessa polare che delinea l’orizzonte della missione. Oggi tale dimensione è ancor più urgente: la globalizzazione richiede un nuovo impulso evangelico per spingere i popoli verso una fraternità che li accomuna. E la Chiesa è al servizio di questo sogno universale di Dio senza il quale la globalizzazione rischia di far esplodere conflittualità ingestibili. Ma Dio non cessa di operare perché si affretti l’avvento del regno di Dio che raccoglie i dispersi, trasformandoli in fratelli e sorelle dell’Unigenito di Dio, che riconcilia l’umanità con la gioia della sua destinazione. 

 

Incontri del Landino 2022 

Camaldoli, 16 Luglio 2022 

S.E. Mons. Vincenzo Paglia 

 

Presidente della Pontificia Accademia per la Vita 

e Gran Cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II

 

 

 

 

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