Giordano Frosini: il rigore di un uomo del Concilio, di Vannino Chiti

La prima impressione che rimane scolpita,almeno in me, pensando a mons Giordano Frosini è quella di un uomo del Concilio Vaticano II. Mons. Frosini è stato espressione di quel fecondo cattolicesimo fiorentino e toscano che prima seppe fare avvertire le esigenze di un rinnovamento profondo della Chiesa, per avvicinare al mondo moderno e agli uomini e donne di oggi il messaggio di Gesù, indicando alcune esigenze fondamentali, iniziando a mettere in evidenza alcuni sentieri; poi a Concilio concluso impegnandosi per la sua compiuta realizzazione. Seppe farlo con gli studi, gli approfondimenti teologici, la pubblicazione di tante opere e con la sua attività di sacerdote, svolgendo la sua missione, formando lungo i tanti anni della sua vita l'insieme del popolo di Dio, laici e sacerdoti.

In questo compito la direzione del settimanale La Vita, interpretata fino all'ultimo come strumento privilegiato di ascolto, dialogo, insegnamento non pedante,  riveste un ruolo di primo piano. Era intransigente con sé stesso e con gli altri, talvolta ironico, sempre netto fino ad essere sferzante nei confronti di contraddizioni tra le convinzioni di fede, i valori richiamati e rivendicati, la pratica quotidiana. Soprattutto non sopportava le approssimazioni, le superficialità', il non approfondimento dei temi su cui ci si confrontava. Una volta ad Agliana, ad una presentazione di un suo libro che riguardava i rapporti tra cristianesimo, dottrina sociale della Chiesa e impegno politico, gelò l'interlocutore che insieme a me era stato chiamato a discuterne e che pure ne aveva intessuto le lodi, dicendogli: "i libri prima di parlarne bene o male, bisogna leggerli. Tutto il testo, non solo l'introduzione". 

Il rigore e la severità di carattere, senza sconti a sé e agli altri, come ho già sottolineato, la fedeltà alle proprie convinzioni, ad una lettura della fede e della missione della Chiesa sulle linee del Concilio, hanno avuto priorità rispetto ad ogni calcolo di convenienza o di carriera ecclesiastica. In questo ha davvero vissuto in anticipo la stagione di papa Francesco, la cui azione ha sostenuto poi con fermezza e piena adesione interiore, come si vede leggendo i tanti editoriali scritti su La Vita per sottolinearne il valore dell'insegnamento, la necessità di farlo diventare senso comune, motivazione di comportamenti quotidiani da parte dei credenti. E l'amarezza che al tempo stesso tante volte vi traspare, per le incomprensioni, le resistenze, i ritardi che ostacolano l'azione del papa.

Ha lavorato fino all'ultimo per enucleare i valori fondamentali della fede e il messaggio di Gesù dalle incrostazioni del tempo in cui i Vangeli vennero scritti, dagli inevitabili lasciti frutto delle visioni e cultura degli uomini di lontane epoche storiche. La sua lezione  a conclusione dell'ultima settimana teologica, svolta a braccio, sulla base di appunti, un giorno in cui era particolarmente sofferente, ne è una testimonianza alta, una sorta di commiato da tutti noi neanche tanto implicito e al tempo stesso un prezioso dono, una indicazione di futuro.

Conoscevo da tanto tempo mons Frosini, addirittura da quando poco più che bambino-in quinta elementare o in prima media,non ricordo-partecipai per insistenza di don Giovanni Gentilini, il parroco della mia infanzia, ad una specie di "gara/concorso" sul catechismo. Allora usava. Mons Frosini era l'esaminatore. Non so bene quale risposta non fu precisa, ma arrivai secondo. A volte ci abbiamo scherzato, io contestandogli che per una volta era venuto meno al suo riconosciuto rigore, lui inventandosi dopo tanti anni una risposta insufficiente su un aspetto significativo. Tante volte ci siamo confrontati presentando libri suoi o miei, vedendoci magari al Centro Donati per affrontare un tema preciso, incontrandoci per caso, sul marciapiede tra il Seminario e l'ingresso della Curia vescovile, senza avere fissato di vederci, dando sfogo a discussioni impegnative sull'attualità' o sul domani, restando lì mezzora o anche più. Oltretutto avevamo anche lo stesso barbiere.

Nella sua visione civile e politica, ancorata alla fede cristiana, era fortemente schierato a difesa della Costituzione. In essa giustamente vedeva un contributo importante recato anche dai cattolici alla vita del Paese e l'esito  dell'incontro delle forze migliori, capaci di concepire un progetto di futuro. Pensava che i cattolici impegnati in politica dovessero avere una loro autonomia, prendersi la responsabilità di tradurre la coerenza dei valori di fede nelle mediazioni necessarie a costruire con tutti gli altri il bene comune. Non clericale nella vita della Chiesa, non poteva certo riconoscere una guida ecclesiastica nell'impegno politico. Per lui, come nella  frase tante volte richiamata di Paolo VI, la politica era la più alta e nobile delle attività: i cattolici dovevano dedicarvisi, dare il meglio di sé, essere possibilmente d'esempio.

Riteneva necessario che si sapesse formare una nuova generazione di giovani politici cattolici: considerava invece non più attuale storicamente un partito di ispirazione cristiana, quello che a suo tempo era stata la Democrazia Cristiana. Quell'esperienza, di cui riconosceva l'importanza, la necessità, l'apporto alla costruzione della democrazia, era legata a circostanze nazionali e internazionali che potevano mettere a rischio la libertà religiosa e dunque la libertà senza aggettivi. Ora il mondo era cambiato e diverso: per i  cattolici era il tempo del pluralismo nelle scelte di ordine temporale.

I valori, tutti i valori, non solo quelli della morale individuale, ma inseparabilmente quelli collettivi come la solidarietà, l'accoglienza, la dignità di ogni persona e la cura del creato non sono negoziabili. La loro concreta attuazione si, per farli vivere nella società degli uomini e non solo testimoniarli, più o meno individualmente. Sta qui la bellezza della sfida affidata ai laici, che le gerarchie ecclesiastiche possono sollecitare, sostenere e aiutare, non mortificandone l'autonomia, impoverendone oltretutto l'efficacia.

A mons Frosini dobbiamo in tanti, molto. La sua lezione non ha arricchito soltanto la comunità dei credenti: il suo contributo ha varcato i confini della Chiesa, ha saputo parlare alle persone di buona volontà. I suoi insegnamenti e i suoi richiami si sono indirizzati alle città, non solo a Pistoia, all'esigenza di una politica alta, nutrita di valori, passione, competenze e coerenza. Abbiamo il dovere, ora che non è più con noi, di approfondire ciò che ci ha lasciato con la sua ricerca teorica, le sue opere, la sua testimonianza di vita. Non è solo un dovere verso una personalità di spessore non comune: serve a noi, a chi ancora opera nel mondo per non smarrire la strada, per non rassegnarsi, per non rinunciare a costruire una società migliore, ancorata alle priorità rappresentate dalla dignità della persona, dall'ecologia, dalla non violenza. Mons Frosini ci ha indicato come la fede dia forza, ideali, convinzione di impegno per muovere in questa direzione. Facciamo in modo che questa sua voce non si disperda nel vento e che continui invece a parlarci e a incoraggiare.   

* pubblicato su "La Vita" settimanale cattolico toscano 

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