FRANCESCO E LA CHIESA DEGLI ULTIMI | LA CHANCE DEI RIFORMISTI CATTOLICI, di Mons. Vincenzo Paglia

            UN ANNO FA SE NE ANDAVA GIORGIO ARMILLE

 

Era la voce critica del cattolicesimo riformista. Nei suoi scritti si è battuto per riportare al centro l’apostolato laico, e rimettere la Chiesa al servizio di chi soffre. Proprio come dice oggi il Santo Padre

 

Per gentile concessione degli autori e dell’editore, pubblichiamo qui di seguito alcuni stralci delle pagine che monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la Vita, ha dedicato alla figura di Giorgio Armillei all’interno del saggio La forza mite del riformismo - Riflessioni di un cattolico liberale sulla crisi di inizio secolo. (Il Mulino, a cura di Stefano Ceccanti e Isabella Nespoli).

 

Se dovessi indicare una delle preoccupazioni costanti di Giorgio direi che è il suo sguardo sul laicato cattolico che, purtroppo, lui vede smarrirsi progressivamente, mentre cresce l’interventismo della Cei nella vita del paese. Questo nuovo corso della Chiesa italiana Giorgio lo individua nel Convegno di Loreto del 1985. Rispetto al protagonismo laicale degli anni 70, «cominciava la stagione del monopolio episcopale della presenza pubblica della Chiesa». In effetti è chiara la discontinuità con la prima stagione post-conciliare della Chiesa italiana avviata nel Convegno del 1976 promosso dal segretario della Cei, mons. Bartoletti. Ed è il cardinale Ruini l’interprete principale di questa nuova fase che vede un interventismo accentratore dei vescovi nella vita del paese, «mettendo da parte pezzi di concilio e magistero di Paolo VI», commenta amaramente Giorgio. Più volte Giorgio interviene sugli anni di presidenza della Cei del cardinale Ruini e poi del cardinale Bagnasco. La sua analisi non è banale. Nel 2010 scrive:

 

Ruini e il ruinismo hanno – nel loro complesso – fatto compiere qual- che passo in avanti alla Chiesa e al movimento cattolico italiano, in una fase post-conciliare complessa e in una stagione politica assai confusa. Certo, in forme non sempre condivisibili, procurando più di un effetto perverso, penso alla situazione dell’associazionismo laicale, non a quella dei movimenti. Ma non sono classificabili come fenomeni regressivi, come esempi di neo-intransigentismo, come difensori dello status quo. Hanno accettato di giocare una partita «in attacco» nella lunga transizione politico-ecclesiale degli ultimi venti anni. All’inizio l’hanno subita, pensiamo alla «lucida» – in un’ottica democristiana – resistenza di Ruini al referendum elettorale. Poi, con altrettanto lucido realismo, l’hanno egregiamente gestita. Forse avrebbero meritato competitori altrettanto efficaci, anziché cantori della stagione post-conciliare del dissenso e del dossettismo politico, cose per altro significative che stanno benissimo in un quadro plurale di dialogo e di confronto.

 

Giorgio si chiede se Ruini non sia il leader di un partito liberal conservatore di massa, custode dell’ethos giudaico cristiano, come qualche commentatore politico suggeriva in qualche quotidiano. Lascio alla lettura degli articoli del 2011. Giorgio si dilunga nell’analisi dell’azione del cardinale Ruini, nonché nel vivace dibattito all’interno del cattolicesimo politico e delle nuove geometrie politiche che si accavallavano. Per Giorgio è cruciale il tema della identità del laicato cattolico italiano. Nel 2013 si domanda se non sia stata messa in questione. Preoccupato del fallimento del cattolicesimo politico, si interroga:

Siamo dunque destinati ad una sorta di cattolicesimo politico anonimo, fatto di elaborazione e testimonianza individuale, i «cattolici d’Italia»? Legittimamente privi di un unico progetto politico ma inesorabilmente disarmati di fronte all’equazione per cui la politica è essenzialmente organizzazione e senza organizzazione non c’è influenza politica? Oppure non si è ancora esaurito, tra individualizzazione della fede ed esaurimento delle grandi narrazioni politiche, lo spazio teorico e pratico per un moderno riformismo di ispirazione cristiana, attraverso cui dare rilevanza collettiva alla fede nello spazio pubblico? Attraverso cui operare quel discernimento ecclesiale dei segni di tempi, esercizio fondamentale del giudizio morale e dell’azione pratica, personale e comunitaria?

 

Come ho accennato, il Convegno della Chiesa italiana a Firenze rappresentò per Giorgio l’occasione per una svolta. Si augurava che l’assemblea ecclesiale di Firenze diventasse un cantiere nel quale coinvolgere, in una logica sinodale, tutti i territori, a partire dalle città:

 

Un nuovo percorso a partire dalle città potrebbe essere la direzione da far assumere al cammino per una nuova generazione di cattolici impegnati in politica […] ripartendo dalla mistica sociale dell’eucaristia di Benedetto XVI (Deus caritas est) alla sfida della città come forma privilegiata dell’organizzazione sociale e politica dopo la fine della coincidenza e della sovrapposizione tra stato, politica e società.

 

È una preziosa occasione per riscoprire

 

il ruolo autenticamente conciliare dell’apostolato dei laici, dopo che dinamiche ecclesiali e sociali – soprattutto un certo stile di partecipazione religiosa come consumo di beni religiosi – l’hanno rinchiuso nei confini dell’ecclesiastico, dentro le curie e i movimenti, in una dimensione cosiddetta religiosa che è esattamente l’opposto di quanto Paolo VI e l’Azione cattolica nella Chiesa degli anni 60 e 70 avevano definito come «scelta religiosa».

 

La scelta religiosa – scrive a chiare lettere Giorgio – è stata poco capita, spesso equivocata come una fuga dalla sfera pubblica, ma in realtà chiedeva al laicato cattolico di prendersi le sue responsabilità proprie nella vita sociale e politica. Purtroppo così non è stato. Ed ecco l’interrogativo di Giorgio: «Cosa ne è e ne deve essere dell’apostolato dei laici esercitato in forma associata di cui parlano i capitoli dal 18 al 20 di Apostolicam actuositatem, il decreto conciliare sull’apostolato dei laici?».

E per parte sua giustamente e acutamente ribadisce:

 

L’apostolato dei laici non è una faccenda intraecclesiale. Al contrario è il cuore della comprensione del ruolo del laicato nella Chiesa e nella storia. Rinunciarvi o darne una declinazione individualistica o, peggio ancora, clericalizzata significa perdere molto.

 

Papa Francesco con l’Evangelii gaudium irrompe nella Chiesa (anche italiana) perché vescovi e laici riprendano uno stile di sinodalità. E a Firenze indica «nella eucarestia, città e discernimento» i tre temi chiave del cattolicesimo italiano. Con la presidenza della Cei del cardinale Bassetti, Giorgio vede le possibilità per un cambiamento di linea. Mi paiono significative queste sue parole:

 

Bassetti cambia le parole d’ordine. Non sono la specialità del suo modello retorico ma certa- mente ne abbiamo di nuove. Ecco allora apparire una «nuova questione sociale» fatta di pericoli per il dominio della tecnica, per l’eclissi dell’umanesimo, per la minaccia all’equilibrio ambientale del pianeta. Passando per la centralità dell’annuncio e del Vangelo sine glossa. Per essere fermento di nuovo umanesimo in questo contesto i cristiani debbono praticare una «spiritualità dell’unità» che è il modo con il quale valorizzare le diversità e il pluralismo nella Chiesa. Cultura della carità e inclusione sociale dei poveri diventano la traccia per il cammino della comunità cristiana in mezzo agli uomini e alle donne di questo tempo. Lavoro, giovani, famiglia e migrazioni sono così ambiti «da non disertare», questioni urgenti con le quali fare i conti. La Chiesa esperta in umanità, un’espressione della Popolorum progressio di Paolo VI, giustifica l’orizzonte della ricognizione di Bassetti: l’esigenza di unità, di coesione, di riduzione dei conflitti prevale su ogni altra cosa. Non c’è più «scelta religiosa» ma una specie di scelta pastorale. Non ci sono più valori non negoziabili e questione antropologica, se non come parte della più ampia questione sociale. Al loro posto troviamo l’appello a evitare una divisione tra cattolici dei principi morali e cattolici dell’impegno sociale. E l’uso per così dire sintetico del discernimento come modalità delle relazioni tra la Chiesa e il mondo, secondo l’insegnamento di papa Francesco e in parziale continuità con il discernimento ecclesiale del Convegno nazionale di Verona del 2006, al termine dell’era Ruini. Questo il piatto servito da Bassetti (Conflitto e unità. Chiesa e paese al tempo di Bassetti).

 

Giorgio non smette con i suoi interventi di spingere i laici cattolici italiani a riscoprire il loro ruolo nella vita del paese. E ne vede una nuova opportunità con il pontificato di papa Francesco, mettendo tuttavia in guardia dal rischio di ridurre il cattolicesimo a un bene di consumo e basta. Legge nel messaggio di papa Francesco l’invito ai vescovi e ai laici di intraprendere la via per un discernimento comune in vista di un nuovo protagonismo del laicato. Potremmo dire – ed è la storia di questi giorni – che è proprio questo il senso della scelta sinodale per l’intera Chiesa, compresa quel- la italiana, voluta da papa Francesco. Il papa ha voluto sottolineare più di una volta che auspica un «sinodo della Chiesa» e non semplice- mente un sinodo dei vescovi. Tutto il popolo di Dio al cui interno, come scrive il concilio, c’è anche la gerarchia, deve essere coinvolto. Le prospettive delineate da Giorgio sono attualissime per il compito della Chiesa in questo tempo. È dalla comunità dell’altare che si deve ripartire – è la Chiesa eucaristica – perché il popolo dei credenti – in tutta la varietà dei suoi carismi – aiuti la città ad essere pluriforme. Sentiamo la mancanza di Giorgio. Eccome! Onoriamone la memoria, mettendo a frutto quanto ha generosamente seminato.

 

Da Il Riformista, 9 giugno 2022

 

Condividi Post

Commenti (0)