Fare i conti con il populismo, di Giorgio Armillei

Un contributo importante nella discussione sul populismo. Il seminario di PER – Libertà eguale di qualche giorno fa si è sforzato di allargare lo sguardo, oltre le tante semplificazioni che infarciscono tanto le analisi come le ricette. Tra gli spunti ne vorrei riprendere due, distinguendo proprio tra analisi e ricette: ovviamente ricette per contenere l’espansione populista.


Un primo dato. L’elettorato che si caratterizza per le sue credenze populiste è molto meno esteso del consenso elettorale dei partiti nazionalpopulisti. Il primo non va oltre il 38% su base nazionale. Il secondo resta intorno al 60% da oltre due anni, dal referendum del 4 dicembre 2018. In sostanza quasi ¼ dell’elettorato fluttua, non è schierato in modo relativamente stabile tra le truppe populiste. Fluttua, spesso esce ed entra nell’area dell’astensionismo intermittente. Reagisce a quanto trova sul mercato e si comporta di conseguenza.


Siamo di fronte alla conferma di un’intuizione troppo spesso solo sussurrata: manca un’offerta politica liberale e riformista in grado di catturare l’elettorato che fluttua. Lacuna ancora più pesante se consideriamo come la debolezza del sistema istituzionale di governo (parlamentarismo proporzionalizzato) sia un potente fattore moltiplicatore dell’ondata populista e non certo un’armatura per il suo contenimento. Con buona pace di tutti coloro che lavorarono a una riforma proporzionalistica della legge elettorale, complice una discutibile giurisprudenza della Corte costituzionale, con l’obiettivo di scongiurare la vittoria populista dell’uomo solo al comando.


Non serve dunque inseguire i nazionalpopulisti sul loro terreno, assumendo il loro frame anche se riempendolo di contenuti diversi. Il frame fa i contenuti e l’elettore populista tra l’originale e l’imitazione non ha difficoltà a premiare il primo e punire il secondo. Serve invece confezionare una proposta liberale alternativa che convinca quel 22% andando oltre l’asse destra sinistra, ormai non più dominante nel disegnare le fratture del voto.


Un secondo dato. L’ondata populista è una questione soprattutto identitaria, è un’amplificata “difesa emotiva del proprio stile di vita”, è una narrazione che vince. Come due studiosi – Inglehart e Norris - avevano scritto già nel 2016 del fenomeno Trump, nella scala dei fattori causali le determinanti economiche della questione populista vengono dopo quelle culturali e identitarie. E se si tratta di questione identitaria la ricetta non può essere che identitaria.


Una strategia identitaria per ridimensionare l’ondata populista si costruisce almeno intorno a tre operazioni di rilegittimazione: non si vive senza radici; nessuna emozione è inferiore; conservare stili di vita tradizionali è lecito. Partendo da qui si può provare a costruire un’offerta politica in grado di intercettare diversamente quel 22% che non ha trasformato le credenze in atteggiamenti stabili ma che reagisce di volta in volta alle proposte che il mercato politico gli presenta.


Siamo sicuri che questa strategia di rilegittimazione sia efficace per spostare consensi elettorali dalla sponda nazionalpopulista a quella liberale? Non siamo viceversa di fronte a un caso di “trappola dell’elefante”, non quello di Milanovic ma quello di Lakoff? Rilegittimare i confini tracciati dai nazionalpopulisti fa dell’identità qualcosa di precostituito, di immobile, di dato per scontato. Fa dell’identità uno status e non una relazione. E quindi della chiusura un’inevitabile conseguenza politica: chiusura dei confini, chiusura dei mercati, chiusura degli scambi. Insomma, fa dell’identità un potente rilegittimatore dello stato sovrano, andando così in direzione opposta a ogni prospettiva liberale nel XXI secolo.


Un’altra narrazione è possibile e non è una narrazione che assume quel modo di concepire l’identità. Non è una narrazione che si fa plasmare da quell’identità ma è una narrazione che racconta un’identità più aperta, più disponibile a scovare somiglianze accanto alle differenze, immune dal multiculturalismo naif. Una narrazione della speranza, non dell’ottimismo. Una narrazione del coraggio e non della paura.


 


 


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