Chiesa e teologia nel Mediterraneo, di Giordano Frosini

Grazie, don Giordano.

Prima di tutto diciamo grazie a don Giordano, perché per noi che l’abbiamo avuto come assistente della Fuci è stato una guida e un punto di riferimento eccezionale. I ricordi di queste ore tornano al percorso teologico ed ecclesiale immenso di Monsignor Frosini, non solo nella Chiesa pistoiese, ma anche in quella italiana.
Noi "fucini" della generazione anni ‘80, che a volte incrociavamo i fucini che già avevano avuto anni prima Monsignor Frosini come assistente, sentivamo che potergli essere accanto era qualcosa di eccezionale. Certo, eravamo un piccolo gruppo, non eravamo nella tendenza allora di moda, ma sentivamo che Monsignor Frosini ci spingeva a ‘pensare’ con la nostra testa, come diceva lui.
Abbiamo avuto come assistente un grande teologo, ma anche un grande sacerdote, che ci ha tenuto dentro la Chiesa, quella del Concilio Vaticano II e del grande Convegno ecclesiale organizzato da Monsignore Bartoletti, in tempi non facili, prima di tutto forse per lui. E' stata una fortuna. Ne abbiamo sempre avuto la certezza.
Abbiamo pensato di ricordarlo con uno dei suoi editoriali per il giornale diocesano La Vita, a cui ha dedicato tempo, energie e spirito di abnegazione.
Monsignor Frosini commentava Paolo spesso e sopratutto per dirci che i cristiani devono avere la speranza, affinché non fossero tristi o non si affliggessero "come gli altri che non hanno speranza" (1Tes 4, 13).
È in questo momento di tristezza umana vogliamo ricordarlo con questo suo insegnamento.
Isabella Nespoli, i fucini e le fucine del Landino


CHIESA E TEOLOGIA NEL MEDITERRANEO

Come la chiesa, la teologia, che è il suo pensiero, è chiamata all’accoglienza e al dialogo. Con questo pensiero papa Francesco ha iniziato solo pochi giorni fa un suo notevole intervento all’incontro svoltosi a Napoli sul tema “La teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo” Bando a ogni teologia di tipo difensivo, apologetico, autoreferenziale, come si è fatto formalmente fin quasi ai nostri giorni. Ma apertura e interesse per le altre religioni e le altre forme di pensiero con cui la comunità cristiana si trova a contatto nel suo cammino storico. È la parola d’ordine che ormai risuona chiaramente nelle parole e nella prassi dell’attuale pontefice, che prosegue imperterrito, nonostante le aspre critiche provenienti da alcuni settori della chiesa. Una rivoluzione a tutto campo che non può lasciare indifferente nessuno.

Il Mediterraneo sembra il luogo fatto apposta per un esperimento del genere. Un mare di dimensioni non eccessive, quasi un grande lago straordinario, che unisce insieme tre continenti su cui si affacciano molti stati, ognuno con una sua storia alle proprie spalle, con tre religioni dominanti provenienti dallo stesso ceppo abramitico e dove il pensiero laico-secolare ha trovato le sue più alte espressioni. “Non è possibile leggere realisticamente tale spazio – ha detto il papa – se non in dialogo e come un ponte storico, geografico, umano – tra l’Europa, l’Africa, l’Asia. Si tratta di uno spazio in cui l’assenza di pace ha prodotto molteplici squilibri regionali, mondiali e la cui pacificazione, attraverso la pratica del dialogo, potrebbe invece contribuire grandemente ad avviare processi di riconciliazione e di pace. Giorgio La Pira direbbe che si tratta, per la teologia, di contribuire a costruire su tutto il bacino mediterraneo una “grande ‘tenda di pace’, dove possano convivere nel rispetto reciproco i diversi figli del comune padre Abramo”.
Nel suo significato profondo, accoglienza vuol dire ascolto consapevole, che vuol dire ascolto del presente, ma anche del passato. Dall’ascolto e dal dialogo, da raccomandare in particolare ai giovani, nascono forme nuove di pensiero e di vita “Non si perde niente con il dialogare. Sempre si guadagna. Nel monologo tutti periamo, tutti”. Parole sagge che mantengono una valenza universale e che creano lo spirito giusto in ogni rapporto interpersonale.

In questo cammino di uscita e di incontro è importante l’abito della compassione per poter andare incontro efficacemente verso i bisognosi, gli oppressi dalle schiavitù di oggi, dalle piaghe sociali, dalle violenze, dalle guerre e dalle enormi ingiustizie subite. Un compito primario della chiesa, ma che deve far proprio anche la teologia, la quale altrimenti non perderebbe solo l’anima, ma perderebbe totalmente se stessa, venendo meno allo spirito e alla lettera della Parola di Dio, di cui intende essere custode e interprete. “Si può fare teologia soltanto ‘in ginocchio’”. Una nuova espressione felice di papa Francesco, da rimandare alla memoria, anche se esprime un pensiero tutt’altro che ignoto almeno ai grandi teologi.
Altrettanto si dica della teologia (e della chiesa) in rete, cioè in collegamento con le varie forme religiose e culturali particolarmente vivaci all’interno del mare Mediterraneo. Bando alle chiusure che immiseriscono il nostro passato e tarpano le ali al cammino dell’evangelizzazione, per natura sua destinata a tutti i popoli. In particolare in solidarietà con tutti i naufraghi della storia, da collocare sempre al primo posto nell’amore e nell’azione della chiesa, ospedale da campo in tutti i campi della storia.
Una chiesa (e una teologia) che respirano a pieni polmoni l’aria che attraversa la storia e si inserisce in essa con le sue aspirazioni di fondo, tenendo presenti le criticità che in essa si producono e si moltiplicano col passare degli anni e delle stagioni.

Qui, sul mare Mediterraneo, ci sono anche richiami storici che ci interpellano e ci sollecitano. Ricordiamo l’apostolo Paolo che proprio all’interno di questo mare scrisse pagine di storia che segnarono il futuro cammino della chiesa e gettarono i ponti fra l’oriente e l’occidente. “Qui, molto vicino a dove Paolo sbarcò, non si può non ricordare che i viaggi dell’Apostolo furono segnati da evidenti criticità, come nel naufragio al centro del Mediterraneo (At 27, 9ss). Naufragio che fa pensare a quello di Giona. Ma Paolo non fugge e può anzi pensare che Roma sia la sua Ninive. Può pensare di correggere l’atteggiamento disfattista di Giona riscattando la sua fuga. Ora che il cristianesimo occidentale ha imparato da molti errori e criticità del passato, può ritornare alle sue fonti sperando di poter testimoniare la Buona Notizia ai popoli dell’oriente e dell’occidente, del nord e del sud incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria. Ambedue nascono, si alimentano e crescono dalla paura. La teologia non si può fare in un ambiente di paura”.
Meraviglioso. Ma la chiesa seguirà il suo papa?

Giordano Frosini

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