Vittorino Ferla sulla riforma costitzionale (da www.linkiesta.it)

epubblica, Referendum: dopo 70 anni un nuovo 'SI' 4 Giugno 2016 - 09:28 1 100 Esiste qualche legame tra il Referendum che si svolse il 2 giugno di 70 anni fa con il quale gli italiani scelsero per la Repubblica e il Referendum che si terrà in ottobre per confermare o meno la riforma costituzionale varata a gennaio dal Parlamento? Che cosa significò il SI alla Repubblica? Nel 1946 il Sì degli italiani alla Repubblica ebbe, tra le altre, queste conseguenze. In primo luogo, la chiusura definitiva dell’esperienza dello Stato fascista autoritario e l’istituzione di un regime democratico nel quale, da una parte, un sistema equilibrato di pesi e contrappesi avrebbe garantito l’esercizio libero della sovranità popolare e, dall’altra, architetture istituzionali coerenti avrebbero consentito l’efficacia dell’azione legislativa e di governo. In secondo luogo, il ritorno della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, attraverso una serie di strumenti indispensabili, tra i quali per esempio: l’esercizio del diritto di voto, fatto rivoluzionario se si pensa che per la prima volta votarono anche le donne; la libertà di associarsi in organizzazioni civiche e sociali; la possibilità di partecipare alle vicende politiche e sociali attraverso la militanza nei partiti politici e nei sindacati; gli istituti della partecipazione come i referendum abrogativi che, da un certo momento in poi, modificarono radicalmente la struttura sociale e civile del nostro Paese. In terzo luogo, l’ingresso dell’Italia nella famiglia delle democrazie occidentali, scelta che ha permesso al nostro Paese di essere protagonista della costruzione dell’Europa unita e pacificata, ha assicurato anni di sostanziale sviluppo e prosperità ispirate dalla riconquistata libertà di iniziativa economica, ha garantito un quadro di diritti civili, economici e politici e di tutele personali e collettive nel quadro della civiltà giuridica più avanzata, ha consegnato ai governi che si sono succeduti un ruolo non proprio secondario sulla scena internazionale. Un traguardo di democrazia, pace e prosperità Alla fine della guerra gli obiettivi qui elencati rappresentarono il traguardo di almeno tre generazioni: quella che aveva le proprie radici nell’ottocento ed era cresciuta nei primi anni dello Stato unitario; quella che aveva conosciuto il primo allargamento democratico con l’ascesa dei partiti popolari; quella che era cresciuta sotto il fascismo e aspirava a conquistare la libertà mai conosciuta. Tutte unite, in vario modo, dall’esperienza dei disastri delle Guerre mondiali e dalla Resistenza al giogo nazifascista. Per queste generazioni, il referendum del 46 e la Costituzione repubblicana rappresentarono uno straordinario exploit. Possiamo dire, oggi, che quegli obiettivi di democrazia, pace e prosperità siano stati raggiunti? Certamente sì. E di questo dobbiamo ringraziare quegli italiani che ripresero il cammino della libertà e quella Costituzione che ha garantito lo sviluppo civile, sociale ed economico del nostro Paese. Perché, dunque, saremo chiamati nuovamente a votare in ottobre per un Referendum che ha l’obiettivo di riformare quella Costituzione che è stata ed è così importante per la nostra storia? I motivi sono diversi, ma possiamo sintetizzarli così: dopo il periodo ‘aureo’ del dopoguerra, durato trent’anni, negli ultimi decenni ci siamo sempre più allontanati da quegli obiettivi per i quali votammo già – ovviamente in condizioni e contesto radicalmente diversi – nel ’46. Rendere più efficaci le istituzioni In primo luogo, sappiamo che, almeno dalla fine degli anni ’70, i poteri costituzionali vivono una condizione di ‘democrazia bloccata’, mentre i partiti politici hanno perso il monopolio della rappresentanza, omnipervasivi nelle amministrazioni ma impotenti sulle grandi scelte strategiche. Alcune ragioni storiche e ideologiche di questi fenomeni sono alle nostre spalle, altre viceversa si sono consolidate. Di sicuro, non è ancora risolta la questione ‘costituzionale’: l’architettura istituzionale disegnata nella Costituzione, infatti, non è più in grado di garantire l’efficacia dell’azione legislativa e di governo. E questo porta con sé la mortificazione della sovranità popolare. L’esperienza di questi anni è quella di un potere pubblico ‘vuoto’, nel quale la sommatoria dei poteri di veto ha profondamente peggiorato la qualità delle leggi e compromesso l’azione di governo. Servono pertanto istituzioni rinnovate capaci di rispondere in modo più rapido ed efficace alle domande del nostro tempo e, di conseguenza, capaci di rendere effettivo l’esercizio della sovranità popolare. Le riforme appena varate dal Parlamento vanno proprio in questa direzione: quella di una democrazia capace di governare, perché è debole ed esposta a rischi autoritari non la democrazia in cui i soggetti pubblici decidono e rendono conto delle decisioni adottate, ma quella in cui i processi decisionali sono lenti e confusi, le decisioni paralizzate e nessuno è responsabile di nulla. Le nuove frontiere della partecipazione In secondo luogo, queste modifiche hanno una ricaduta positiva sulla partecipazione popolare. Nulla irrita i cittadini più dell’incapacità di governo delle istituzioni che sono state scelte con il voto e che li dovrebbero rappresentare. L’insoddisfazione populista così diffusa è certamente anche il frutto dell’inefficacia e dell’impotenza dell’azione politico-istituzionale. Una democrazia che semplifica i processi decisionali e rafforza l’azione dell’esecutivo è una democrazia che garantisce l’effettività del diritto di voto dei cittadini. Oltre a queste novità ‘sistemiche’, poi, la riforma appena varata ne contiene altre molto rilevanti a vantaggio dell’allargamento della partecipazione: il ricalcolo del quorum per la validità dei referendum abrogativi, l’introduzione del referendum propositivo, l’obbligo per il Parlamento di discutere le proposte di legge di iniziativa popolare. Si tratta di strumenti di partecipazione che le organizzazioni dei cittadini richiedono da tanti anni e che, se la riforma sarà approvata, rafforzeranno ulteriormente l’esercizio della sovranità popolare. Davvero singolare che la riforma che introduce questi istituti di partecipazione sia additata dai sostenitori del ‘No’ come un rischio per la democrazia. Più forti in Europa In terzo luogo, bisogna ricordare che per l’Italia il nobile merito di essere membro costituente dell’Unione Europea non basta più. Per contare davvero nel contesto comunitario serve, da una parte, adeguare rapidamente la propria legislazione interna alle direttive europee e, dall’altra, garantire una stabilità politica agli esecutivi che vanno a negoziare a Bruxelles. Su questi due punti l’Italia è tradizionalmente fragile e il motivo è sempre lo stesso: la debolezza del sistema politico-istituzionale italiano, nel quale prevalgono i poteri di veto. Difficile svolgere proficuamente un ruolo in Europa se il Parlamento è incapace di applicare rapidamente le direttive comunitarie e i Governi cambiano ogni anno senza assicurare continuità di strategia. Un Paese instabile non è un buon partner negli accordi, non può nemmeno lontanamente aspirare a difendere con la necessaria determinazione gli interessi nazionali né può avere quel profilo autorevole indispensabile per promuovere il cambiamento nelle politiche europee. La riforma costituzionale che voteremo in ottobre, viceversa, crea le condizioni per invertire questa tendenza. Un altro referendum, 70 anni dopo Anche a questo bivio della storia arrivano almeno tre generazioni di italiani che hanno in vario modo preparato il cambiamento. Il legame tra il Referendum del 1946 e quello del 2016 è più stretto di quanto si pensi. Adesso è arrivato il momento di completare l’opera, approvando la Riforma a lungo attesa.

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