Vecchio di vent'anni è D'Alema. Non Renzi

Le intemperanze di D’Alema verso Renzi hanno più di un livello di spiegazione. Per quello più avvincente non ho le competenze e mi devo quindi limitare a richiamarlo, con il rammarico di non saper fare di più. E’ evidente infatti come D’Alema sia destabilizzato da Renzi innanzi tutto sotto il profilo psicologico. Cedono le sue capacità di controllo, frana quel sistema di atteggiamenti che ha alimentato il suo cruscotto di controllo dei fatti dlla sinistra italiana dopo il 1989. La struttura di personalità di D’Alema non possiede gli attrezzi per riparare la falla che si apre. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. All’ordine geometrico di un sistema che si può ben dire, alla Macaluso, togliattiano si sostituisce una critica smodata non più ancorata a un solido sistema ma al più mutevole andamento dell’umore quotidianamente stressato dallo smottamento del quadro di riferimento. Per quello più politico valgono le cose più volte osservate dal primo Ulivo in poi. D’Alema sente minacciato da Renzi il ruolo di azionista di controllo della sinistra italiana, il ruolo di indiscusso anche se indiretto padrone che negli ultimi 20 anni nessun leader della sinistra ha mai messo seriamente in discussione. Si trattasse di concedere l’investitura a Prodi; di agire in prima persona come Presidente del Consiglio dopo aver elegantemente proceduto per via di trasformismo parlamentare a mettere fine all’esperienza ulivista sostituendola con la presunta alleanza tra centro e sinistra, provvedendo poi anche a rinnegare l’unica politica sensata di quei due anni, l’intervento militare in Kosovo; di costruire la fallimentare esperienza dell’Unione corredata di un politica estera oscillante, indimenticabile l’andreottismo sullo scacchiere mediorientale; di minimizzare la nascita del PD giocando costantemente di rimessa, sforzandosi di arginare la voglia di cesura e di svolta con il collaudato schema continuista togliattiano; di sostenere Bersani in un disperato tentativo di congelare in un surreale frame socialdemocratico quella che più semplicemente era richiesta di cambiamento rispetto agli errori del governo di centrodestra; D’Alema – e con lui la tradizione post comunista - hanno mantenuto un enorme potere di controllo e di interdizione sulla sinistra italiana lungo tutta la cosiddetta seconda Repubblica. Tutto ciò rischia di finire. Il colpo è troppo forte. Non finisce una politica, finisce un’epoca. Ma c’è un terzo livello, altrettanto rilevante e più vicino ai miei interessi, delle possibili spiegazioni. D’Alema è convinto che Renzi incarni una sorta di blairismo fuori tempo, attardato nel riproporre un’ondata liberista e mercatista che nessuno cavalca più in tutto il mondo della sinistra europea,  fermo su posizioni superate da un decennio. Qui il crinale appare complesso – gli errori di Blair possono essere avvicinati da prospettive anche opposte - anche se ciò che viene in evidenza è innanzi tutto una questione di interpretazione della storia recente. La verità è infatti che il blairismo ha avuto ragione proprio laddove la sinistra continentale ha sbagliato e perso, eccetto nei casi in cui (Schroeder) è divenuta essa stessa blairiana. Il blairismo ha avuto ragione sulla fine della leva statalistica. E quando Sabino Cassese parla di global polity, di pluralità non gerarchiamente ordinata di regimi settoriali sovranazionali nei quali i poteri statali sono oggetto e non soggetto di controllo, di fine di ogni rappresentazione verticale del sistema politico a beneficio di rappresentazioni orizzontali - la poliarchia molto cara a queso blog - di sistemi di regolazione privata che svolgono funzioni pubbliche, di venir meno della distinzione concepita a fine ottocento tra pubblico e privato, e tra diritto pubblico e diritto privato, di coordinamento spontaneo tra organizzazione settoriali di regolazione, di rapporto di complementarietà e di sussidio tra globalizzazione e democrazia, non fa altro che raccontare una storia già largamente internalizzata dalle politiche blairiane degli anni novanta. Ne è un’esempio l’UE: per una volta almeno il think in heeadlines rappresenta una sintesi potente e non una semplificazione ideologica. L’Unione europea ha un futuro come superpower, cioè come sistema di autorità collegate ma indipendenti, e non come superstate, il mito neo federalista che poi si concretizza a breve in un’egemonia dei più forti. Il blairismo ha avuto ragione sulla crisi del modello keynesiano. Il secolo socialdemocratico è terminato, non ha più senso riproporre ricette ispirate a quel modello, sia che si parli di politiche degli stati membri, sia che si tratti delle politiche europee. Come dicono Olaf Cramme e gli altri di Policy Network non basta riproporre surrogati del sostegno keynesiano alla domanda per affrontare il nuovo mondo. Il keynesimo di sinistra non è in grado di fornire strumenti efficaci per razionalizzare il sistema globale e affrontare le situazioni di crisi in Europa. L’idea che la ripresa sia anemica a causa del difetto di spesa pubblica non trova un convincente sostegno nel nuovo quadro globale. La fonte della ripresa non sta nell’iniziativa dei pubblici poteri ma nelle riforme strutturali del sistema economico, dice David Miliband. Senza dimenticare come (Rajan) la crisi finanziaria sia stata l’effetto di un’intrusione opportunistica della politica e del compiacente comportamento degli attori finanziari e non, al contrario, di un “difetto” di politica in un contesto egemonizzato dal mercato. Il blairismo ha avuto ragione nell’aumentare il livello delle opportunità e riformulare così, chiudendo una volta per tutte con i vecchi costrutti ideologici delle politiche per l’eguaglianza, uno dei principi cardine della sinistra. L’analisi ex post delle sue politiche, in un quadro non privo di accenti diversi, ha mostrato come la scelta di ispirarsi al principio dell’inclusione sociale al posto di quello dell’eguaglianza abbia dato buona prova di sé nel campo della disoccupazione, della fuoriuscita dalle trappole del welfare, della maggiore protezione di bambini e anziani dal rischio della povertà. E comunque abbia messo un freno a trend negativi che avrebbero proseguito la loro corsa “a legislazione vigente”. In Italia l’aveva capito Martelli in pieno thatcherismo, e la scomunica della sinistra conservatrice era scattata tempestivamente, così come l’aveva capito Andreatta, e la scomunica dorotea aveva allo stesso modo agito con prontezza. Aveva ragione Bodo Hombach quando mettendo in fila una decina di ani fa le ragioni del successo e gli obiettivi del governo Schroeder, sosteneva la possibilità concreta di armonizzare successo economico, capitalismo democratico e giustizia sociale, ispirandosi alla riflessione di quel Dahrendorf che aveva inesorabilmente proclamato la fine del secolo socialdemocratico. Redistribuire risorse piuttosto che opportunità porta necessariamente le politiche di welfare alla sconfitta. Lo stato sociale così come l’abbiamo conosciuto non è più difendibile. Piuttosto che una rete di protezione deve diventare un sistema che assicura un trampolino di lancio, ripristinando il senso di responsabilità individuale. E nonostante gli appelli di Marco Fortis a pensare a spiegazioni diverse - una certa gestione dell’euro e dei tassi di interesse sul debito pubblico in relazione alle bilance dei pagamenti dell’area euro - non vedo come sia possibile recidere il legame tra le politiche dell’era Schroeder e le performance dell’economia tedesca. Non è dunque Renzi indietro con la storia. La verità è che in questi ultimi 25 anni anche D’Alema ha cercato una terza via. La terza via di D’Alema è però del tutto diversa da quella di Blair e oggi del PD di Renzi. Troppo facile, si potrebbe dire, è ovvio che sia così. Beh, non è per niente ovvio. Diversa sì, ma in che senso? La terza via di D’Alema resta una riedizione di quella berlingueriana, in perfetto stile postcomunista. E’ la terza via tra comunismo e socialdemocrazia, siamo ancora in pieno novecento. La terza via blairiana, XXI secolo, oggi, come quella del PD di Renzi ancora del tutto attuale, è invece la terza via tra liberismo di destra e socialdemocrazia. L’inattualità sta tutta dalla parte di D’Alema. E le sconfitte a ripetizione della sinistra italiana, unite agli insuccessi dei suoi governi, lo dimostrano.      

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