Una risposta a Franco Monaco (che si chiede perché tanti cattolici hanno votato "sì" al referendum)

L’intervento di Franco Monaco su cattolici e referendum ( http://www.c3dem.it/cattolici-e-referendum/ ) è un prezioso contributo al dibattito. Innanzitutto, da sostenitore del “sì”, lo ringrazio per la buona notizia che mi dà. La maggioranza dei cattolici ha votato “sì”. Avevo la stessa sensazione, ma, se ce l’ha anche un sostenitore del “no”, mi sento rincuorato. Mi suona strano che Monaco critichi l’intenzione di riformare la Costituzione vigente, che invece secondo lui andrebbe difesa ad oltranza perché scritta anche da autorevoli cattolici. Pure lo Statuto albertino e le leggi fasciste erano stati redatti anche da cattolici. Ce li dovevamo tenere per questo? I cattolici – come tutti – in politica possono sbagliare o, nel migliore dei casi, fanno cose buone che però poi invecchiano. E perché mai, poi, dopo aver ricordato che il cattolicesimo non può identificarsi per sempre con un modello istituzionale o culturale, questa regola non vale invece per il “personalismo comunitario” che ha ispirato (non tutti!) i padri costituenti cattolici? Siamo di nuovo al La Pira che definiva quella keynesiana una economia naturaliter christiana? Monaco cerca di spiegare la preferenza della maggioranza dei cattolici italiani per la “democrazia decidente” – fatto che giudica negativamente – adducendo una serie di ragioni. Naturalmente io non posso che parlare a titolo personale e intervengo nella speranza che il confronto cresca. Gli argomenti portati da Monaco sono molto legati e vengono proposti in un crescendo. Per brevità mi concentro solo sull’ultimo, quello che cerca di individuare le ragioni culturali delle sempre più larghe simpatie dei cattolici italiani per la “democrazia decidente”. Monaco individua due radici culturali di questo spostamento: la adozione di modelli liberali (si intuisce: quelli della variante anglosassone) e luhmanniani (con riferimento al sociologo tedesco autore di una versione della teoria dei sistemi sociali). Secondo me Monaco ha ragione. Non so quanto queste due ragioni spieghino, se molto o poco dello “sbandamento” che lui condanna, ma certo un posto, piccolo o grande, lo hanno. E allora? Dove sarebbe il problema? Liberale è chi chiede meno politica. Luhmann è uno dei tanti che aiuta a pensare le istituzioni sociali (incluse quelle politiche) senza una forma “naturale”, come qualcosa che muta in modo piuttosto indipendente dagli individui, e – infine – come “cose” rispetto alle quali le persone eccedono (non essendone determinate). Tutto questo, poi, funziona meglio se una società non è una monarchia della politica, ma una poliarchia (o un regime di sussidiarietà orizzontale). Il liberali ed i luhmanniani (e non solo loro, per fortuna) non sono statalisti; i liberali ed i luhmanniani non sono per la laicità, ma per la libertà religiosa. Monaco ha ragione anche quando afferma che vi è una chiarissima incompatibilità tra questi orientamenti e l’aristotelismo politico di Lazzati. Più o meno la stessa incompatibilità che c’era tra De Gasperi e Dossetti, o tra Pietro Scoppola ed Achille Ardigò. Ripeto: e allora? Dove sta il problema? Lo spostamento che Monaco denuncia ha radici lontane. Non sarebbe spiegabile senza Sturzo e De Lubac, senza Montini ed il Vaticano II. Nel 2005 Benedetto XVI disse che, se si voleva comprendere il rinnovarsi della Chiesa, si doveva guardare alla Dignitatis humanae: la dichiarazione del Vaticano II che opta per la libertà religiosa, non per la laicità. E se si guarda in quella direzione, si vede – con Chiavacci e Pino Colombo – la revoca della delega ufficiale che nel XVI secolo teologia e magistero cattolici avevano fatto all’aristotelismo in materia di sociale e di politico in particolare. La teologia del sociale, più precisamente: la cristologia del sociale, esplicita nella Gaudium et spes ed implicita nelle altre Costituzioni conciliari, porta alle estreme conseguenze una svolta già visibile in alcuni punti dei radiomessaggi di Pio XII durante la Seconda Guerra Mondiale. E, si potrebbe aggiungere: la storia dell’apostolato dei laici, e soprattutto della Azione cattolica e della FUCI, è stato uno dei fattori di questa maturazione. Una prova? Si torni a leggere la splendida apologia della “scelta religiosa” fatta dall’arcivescovo Martini in occasione del secondo anniversario dell’assassinio di Vittorio Bachelet: il presidente della AC che fece la “scelta religiosa”. Questa linea di rinnovamento non era roba da intellettuali? Come può essere diventata una fonte di ispirazione per tanti cattolici? Sinceramente non lo so. Ciò che so è che, ad esempio, questa stessa matrice ha dato un contributo decisivo all’ultima analisi di un certro respiro che una larga parte del laicato cattolico italiano ha saputo elaborare sul paese: la “agenda di Reggio Calabria” prodotta dalla Settimana Sociale dei cattolici italiani che nel 2010 si svolse in quella città. Si provi a rileggerla. C’è stato altro del genere di recente? Personalmente ho votato e sostenuto il “sì” nell’ultimo referendum costituzionale non perché la riforma fosse buona, né perché l’italicum fosse perfetto, né perché il governo Renzi sia stato sempre coerenetemente ed efficacemente riformista. L’ho fatto – e forse non solo io – perché con quel “sì” restava aperta la stagione delle riforme, quella di cui almeno dagli anni ’80 sappiamo di avere un disperato bisogno. Temevo che con il “no” saremmo tornati alla “prima repubblica”, alla “repubblica dei partiti” come diceva  Scoppola. E ci siamo tornati. Carissimo Franco, ti piace? A me no. è una macchina di ingiustizie, di sprechi, di soprusi, di volgarità, di inconcludenza e di opportunismo (domestico ed internazionale). Io vorrei che, quando si tratta di scegliere governi, il Quirinale contasse meno degli elettori. Se tu mi dici che la maggior parte dei cattolici italiani la pensa come me, mi tiri un po’ su. Senza cattolicesimo liberale in Italia non c’è benzina sufficiente per alcun riformismo.

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