Un errore da evitare

Si resta veramente perplessi di fronte alle intenzioni dei proponenti i referendum sui servizi pubblici locali e sulla determinazione delle tariffe idriche per i quali siamo chiamati a votare a giugno. Ci si chiede infatti di abrogare due regole, o insieme di regole, che cercano di far funzionare nel mondo dei servizi pubblici locali uno stesso principio: gestire i servizi secondo parametri di efficienza introducendo meccanismi di mercato. Attenzione: non sostituendo l’intervento pubblico al mercato ma costringendo l’azione pubblica a internalizzare gli stimoli del mercato e della concorrenza. Sgombriamo dunque il campo da questo equivoco. Le regole di cui stiamo parlando, e di cui si chiede l’abrogazione, non privatizzano alcunché. Non che non ci sia bisogno anche di privatizzare, cioè di restituire al mercato ciò che lo stato (e gli altri livelli di governo) inutilmente gestisce, direttamente o indirettamente. Anzi, da questo punto di vista le regole che ci si chiede di abrogare sono fin troppo timide e insufficienti. Ma il punto oggi non è questo. Queste regole in realtà si limitano a dire, in coerenza con il quadro costituzionale e comunitario, che i servizi pubblici locali che hanno rilevanza economica ed imprenditoriale - e che quindi le pubbliche amministrazioni non possono gestire direttamente non essendo il loro mestiere fare gli imprenditori - vanno affidati a soggetti gestori che abbiano caratteristiche imprenditoriali solo dopo aver valutato in modo concorrenziale le loro proposte. E che nel determinare le tariffe dei servizi occorre tener conto dei fattori di mercato, salvo intervenire a valle per rimediare alle difficoltà legate alla capacità di spesa di singoli o famiglie, con criteri sociali e dunque senza inquinare l’efficacia dei meccanismi di mercato. Ora, si tratta di regole largamente insufficienti e, parlando delle prime, anche contraddittorie. Tanto che la loro riforma sarebbe auspicabile per finalità opposte a quelle dei proponenti i referendum. Tuttavia se, dal punto di vista giuridico, la posta in gioco nel primo referendum è quasi esclusivamente simbolica non lo è invece, per entrambi, la posta politico culturale. E i sostenitori del referendum lo sanno bene. La metterei così: se guardiamo ai processi “dal basso”, visto che di statalismo “dall’alto” sono piene la pagine dei giornali di queste settimane, ci troviamo di fronte alla più rilevante operazione di restaurazione statalistica degli ultimi anni. Un’operazione che oggi si esprime nella sua variante di centrosinistra ma che, come sappiamo, trova larghi consensi anche nel centrodestra. Difficile ritenere dunque datato il dibattito tra statalisti e antistatalisti che spesso attraversa questo blog. Ne abbiamo una conferma nello special report di The Economist di metà marzo ma ne abbiamo conferma anche nella discussione che si è già sviluppata sui due referendum di giugno. La vittoria del sì, dal punto di vista culturale e politico,  ci riporterebbe indietro di 40 anni, alla fase nella quale si cominciava a mettere seriamente in discussione una vecchia convinzione del secolo socialdemocratico. La convinzione per cui il funzionamento difettoso del mercato, ad esempio nella fornitura di servizi di interesse generale, debba essere corretto affidando questi servizi allo stato o ai poteri locali. Il “socialismo municipale” ne è una versione. Dimenticando così che a quelli che gli economisti chiamano fallimenti del mercato si affiancano altrettanti, e spesso più insidiosi, fallimenti dello stato (e in generale dell’azione dei pubblici poteri): endemica impossibilità di disporre delle informazioni sufficienti a produrre servizi efficienti; creazione di rendite di posizione legate ai meccanismi redistributivi gestiti discrezionalmente dal potere politico; rinuncia ai benefici della competizione nella produzione dei beni e nella soddisfazione delle domande e dei bisogni. E si tratta di fallimenti evidenti non solo agli occhi dei liberisti, considerando che quelli appena sintetizzati vengono da un elenco definito alla fine degli anni ottanta da Joseph Stiglitz, non certo un ideologo del mercato. L’Italia ha impiegato molti anni a capire che la funzione dello stato - e dei poteri locali - non è di gestire i servizi di interesse generale quanto quella di regolamentarli lasciando che il mercato, in varie forme, funzioni anche per loro. O che si creino comunque forme di autorganizzazione sociale. Ha impiegato molti anni a capirlo e sta tentando in molti modi di far finta che non è vero. Il sì ai referendum darebbe una mano a questo tentativo. Un errore da evitare.

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